Zootecnia ed Umanotecnia

Nella zootecnia, dopo i disastri dati dalla produzione di mangimi carichi di ormoni, di allevamenti intensivi e la sperimentazione di nuove razze sempre più produttive, gli zoonomi stanno cercando di ripristinare e migliorare, i vecchi metodi produttivi rispettando peraltro le nuove leggi a tutela del “benessere animale”, un tempo volute solo dagli animalisti ma oggi divenute una necessità.
Gli allevatori, molto più attenti alla salute dell’animale, adottano oggi nuove tecniche e processi industriali atti a ridurre lo stress, a migliorare la qualità dei mangimi, degli spazi, quindi in generale della vita dell’animale. Questo non per un ritrovato impegno zoofilo, ma principalmente perché quelle forme produttive dissennate rendevano le carni, il latte, le uova ed ogni altro derivato immangiabile, creando così un reale pericolo per la vita delle persone, andando ad inficiare un'altra catena produttiva cioè quella “umana”, ma parleremo più avanti dell’umanotecnia.
Come dicevamo si sta vivendo una nuova fase, ovvero il regno animale ha ottenuto qualche diritto in più attraverso una “trattativa”, nella quale è stato “richiesto” semplicemente che vengano migliorati alcuni processi produttivi, cercando di rendere l’allevamento più etico. Il bestiame ha accettato, suo malgrado, di dare il giusto apporto alla produttività ma solo a patto che vengano rispettati alcuni limiti.
Infatti non è raro trovare allevamenti più “civili”, dove gli animali possono godere di ottimi mangimi, macchine pronte a coccolarli e di stalle sempre pulite e “profumate”.
Il “sindacato animale”, spaventando un pochino (anche se non abbastanza) l’uomo, ha ottenuto un vantaggio in qualità di vita, rispolverando quel codice ben riposto sulla divina scansia, che regolamenta le forze fisiche della natura governabili unicamente con equilibrio ed armonia. L’aspettativa di vita tra gli animali da macello è ancora molto bassa, ma probabilmente sarà la loro prossima lotta.
Ora vorrei parlare dell’umanotecnia, ovvero un sistema antico di allevamento dell’essere “umano”, un animale della razza Homo “sapiens sapiens”. Questo animale possiede molte doti che lo contraddistinguono dalle altre creature tra cui il linguaggio, il ragionamento astratto e l’introspezione, che ne determinano appunto la natura umana.
Sono ormai secoli in cui la maggior parte di queste creature vive in allevamenti. Questi pascoli inconsapevoli, prestano la loro produttività ed esistenza a divine famiglie. Alcune di queste divine famiglie hanno il compito di gestire i poteri terreni ed altre i poteri celesti.
Nel secolo scorso era possibile ancora trovare qualche essere umano che viveva allo stato selvaggio in un determinato territorio, ovvero esseri non produttivi se non per il loro fabbisogno, passavano le loro vite all’interno di rigogliose foreste o vaste pianure, un tempo ricche di biodiversità.
Con il tempo si è capito che la biodiversità non produce ricchezza, quindi dire “ricca di biodiversità” è correttamente considerato oggi un lampante esempio di ossimoro.
L’allevamento umano in questo periodo sta vivendo uno dei suoi periodi più dinamici, mandrie vengono sospinte dal sud verso il nord, enormi nuvole di polvere si levano in aria al loro passaggio. Non è insolito trovare mandrie del nord ostili all’ingresso di questi nuovi allevamenti, poiché coscienti di dover condividere spazi sempre meno vasti, cognizione che aumenta di fatto il livello di stress all’interno dell’enorme riserva umana.
A differenza della zootecnia che tende ad avvicinarsi verso una produzione più etica, l’umanotecnia si muove in senso contrario, ovvero la redditività richiede oggi più che mai all’intera “umanità”, uno sforzo maggiore. All’allevamento umano viene concesso meno tempo per il linguaggio e per l’introspezione quindi non può, se non marginalmente, manifestare la sua natura. La produttività oggi più che mai è il primo comandamento, e le mandrie “umane” lavorano costantemente solo per avere un rifugio per la notte e per del cibo, rinunciando a tutte le altre virtù che la natura le ha donato.
L’umanotecnia offre però un’aspettativa di vita assai più lunga per gli esseri umani, poiché nel reparto zootecnico la ricchezza proviene principalmente dalla produzione di carni, quindi la morte è l’elemento base che alimenta la fase produttiva. Nell’umanotecnia la ricchezza proviene dal tempo dedicato all’elaborazione ed alla produzione, di servizi, beni materiali come farmaci, automobili, ecc.
Quindi più è lunga è l’aspettativa di vita e più è sfruttabile l’essere “umano” singolarmente.
Bisogna inoltre osservare che nell’allevamento “umano” ogni anno milioni di persone muoiono o per fame oppure a causa di guerre, dell’inquinamento o anche solo per suicidio, ma queste sono perdite che non destabilizzano il mercato bensì a loro volta queste morti danno ulteriore vigore alla ricchezza globale.
Dell’essere “umano” si può proprio dire che non si butta nulla, tutto produce ricchezza!
Se la zootecnia non è altro che un sottoinsieme dell’umanotecnia poiché fisicamente è il mangime degli esseri “umani”, l’umanotecnia è asservita ad un’élite di umani più fortunati, più colti e molto più consapevoli, i quali stabiliscono nuove e sempre più audaci tecniche per la produzione di ricchezza.
Se gli animali usati nel comparto zootecnico, attraverso il loro estremo sacrificio, danno la vita per nutrirne un’altra, divenendo legittimamente eroi di questa società, gli esseri umani partecipano ad una fase produttiva mettendo al servizio di un’esigua classe dirigente la propria esistenza, avendo in cambio un po’ di pane e un tetto sotto il quale ripararsi (anche se questa è più una fortuna che una conseguenza della ricchezza, poiché non viene concessa a tutti e non è considerata una regola cogente del mercato).
C’è da dire che la ricchezza accumulata da una piccola élite nel mondo è direttamente proporzionale alla povertà del resto del mondo. Quindi molti esseri umani con il loro reddito non riescono neppure ad accumulare la ricchezza necessaria alla sopravvivenza, morendo molto spesso di fame (una selezione naturale barbara, ma necessaria). Tutto questo crea un abbassamento notevole della qualità di vita, richiedendo sicuramente un intervento da parte degli allevatori che governano il mondo, poiché il livello di stress nelle mandrie “umane” è in notevole crescita.
Come detto in precedenza, gli animali diventando immangiabili hanno richiesto un immediato miglioramento della loro qualità di vita, creando un precedente importante e dando dimostrazione che tutto ha un limite, anche se parliamo di ricchezza!
Ora c’è da domandarsi se gli esseri umani saranno capaci di lottare per ottenere un miglioramento della loro qualità di vita, magari chissà prendendo proprio spunto dagli eroici animali, non sarebbe male diventare un popolo un po’ meno “digeribile” ma un po’ più consapevole.




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