SocialismoeSinistra

La Sinistra Socialista
e la Lega dei Socialisti

IL DIBATTITO e le  CONCLUSIONI
del COMITATO DIRETTIVO
di
SocialismoeSinistra
del 30/7/2010

PostHeaderIcon NEL SOLCO DEL RIFORMISMO SOCIALISTA, QUALE MODELLO DI ECONOMIA PER IL TERZO MILLENNIO?

 

5° Convegno pubblico del Gruppo di Volpedo
Sabato 20 Giugno 2009 ore 9,00 – 13,00
CIRCOLO G.MATTEOTTI
VIA DEL FOSSATO 2 GENOVA
(traversa via Bobbio - Scuola Da Passano
Zona Staglieno)

CIRCOLO GUIDO CALOGERO E ALDO CAPITINI

Cultura politica e Diritti dei Cittadini

Vico Sant’Antonio 5/3a

16126 GENOVA

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tel. 0108312946/cell.3391904417

con la collaborazione di

CIRCOLO LA RIFORMA – Milano
LABOURATORIO PIEMONTE – Torino
CIRCOLO CARLO ROSSELLI - Milano
CLUB PORTO FRANCO – Milano
AREA PROGRESSISTA – Torino
ASSOCIAZIONE SANDRO PERTINI – Torino
ASSOCIAZIONE FRIDA MALAN – Torino
UNIONE CIVICA RIFORMATORI – Vercelli-Biella
LABOUR RICCARDO LOMBARDI – Alessandria
NUOVA SOCIETÀ – Milano
ASSOCIAZIONE POLITICA – Torino
IDEA SOCIALISTA - Verbania

 


PROGRAMMA
NEL SOLCO DEL RIFORMISMO SOCIALISTA,
QUALE MODELLO DI ECONOMIA PER IL TERZO MILLENNIO ?

Presiede e introduce LUIGI FASCE Circolo Guido Calogero – Aldo Capitini – Genova
Relazioni
ore 9,00 ALFONSO GIANNI – già sottosegretario Sviluppo economico
ore 9,30 GIORGIO GIORGETTI -Docente Facoltà di Economia - Università di Genova
ore 10,00 FRANCESCO VELO Docente Economia Università di Pavia
ore 10,30 LUIGI FASCE – presidente Circolo Guido Calogero – Aldo Capitini
ore 11,00 interventi preordinati
Sintesi relazioni e interventi preordinati
ore 12,00 FRANCESCO SOMAINI – presidente Circolo Rosselli Milano
ore 12,30 dibattito tra i partecipanti

 

Luigi Fasce – presidente circolo Guido Calogero – Aldo Capitini
Introduzione al seminario
Inviata ai componenti del gruppo per opportuna riflessione preparatoria il 29 aprile 2009

Carissime compagne e cari compagni,
sono almeno 10 anni che mi dedico ad approfondire la questione identitaria del socialismo italiano e europeo. Il filo rosso che ho seguito, non poteva essere diversamente, è stato quello della socialdemocrazia e del conseguente metodo, quello del riformismo socialista. Senza tenere ben stretto questo bandolo, la matassa dell'essere o non essere socialista, non si sbroglia.
Sappiamo oramai con relativa certezza del definitivo fallimento del modello di economia comunista, imploso nel 1989 prima in URSS e programmaticamente suicidato in Cina a partire dagli anni 80.
Siamo relativamente certi del fallimento del modello economico neoliberista, - non del libero mercato - sancito dal recentissimo crac finanziario-economico nella fine del 2008. Dopo questi eventi epocali di cui tutti siamo testimoni siamo altresì spasmodicamente alla ricerca – fermo restando il libero mercato - di un nuovo modello di economia.
Dunque è finita definitivamente l'epoca del totalitarismo della pianificazione economica statalista: tutto il potere politico-economico allo stato – e non solo quello dell’economia avendo soppresso ogni possibile forma di proprietà privata.
Per contro, dunque, potremmo essere all’inizio della fine del totalitarismo politico economico, ma anche di quello della gestione del pubblico consenso fin qui egemonizzato dalle élites oligarchiche capitalistiche internazionali (leggi multinazionali o Corporations, come piace di più dire a Ruffolo). Dunque, crisi strutturale, dell’ideologia neoliberista per cui, si è teorizzato astrattamente niente stato in economia, in pratica sostanziale connubio di potere economico e di potere politico (tradizionalmente di destra-conservatrice ma anche concretizzato negli ultimi 30 anni da parte della sinistra-progressista).
Finito il comunismo e dunque dell’economia pianificata dallo stato centralizzato così come iniziata la decadenza il potere plutocratico di una ristretta cerchia di super ricchi tanto nella componente degli amministratori delegati (preoccupati di aumentarsi da se stessi stipendi iperbolici e di acquisire premi elevatissimi sugli utili azionari e buone uscite faraoniche anche in caso di fallimento della azienda anche se da loro stessi determinato) tanto nella componente del capitalismo finanziario “liquido” che si sposta con sola logica speculativa, tanto che si tratti titoli azionari rappresentativi di solide e prosperose imprese, tanto che si tratti di titoli “spazzatura”, dunque senza alcuna logica strategica di economia reale.
Stando così le cose si dovrebbe forse ripartire da zero ?
Non abbiamo proprio nulla da recuperare nel solco del riformismo socialista ?
E’ notizia odierna a proposito di Chrysel che si prospetta una nuova società con il 55% del capitale azionario ai lavoratori (United Autoworker) 35% Fiat, 10% Tesoro USA.
Non è abbastanza illuminante del percorso che come socialisti ci dobbiamo proporre velocemente di fare ?
Intanto un primo necessario chiarimento. Stiamo usando il concetto di riformismo socialista e non di altre tipologie del riformismo. In questi ultimi venti anni sul concetto di riformismo abbiamo assistito a una babelica sarabanda: tutto e il contrario di tutto è stato definito riformismo. Tanto che Paolo Sylos Labini e Alessandro Roncaglia hanno sentito l'esigenza di fornirci una sommaria antologia sull'argomento. Bastava andarselo a leggere questo prezioso libricino e tra di noi qualche disturbo della comunicazione si sarebbe evitato. I Fassino, ma anche i D’Alema discettavano genericamente di riformismo su “Italiani europei” rivista bimestrale del riformismo italiano 1/2002. Ma mentre Fassino nel suo articolo dal generico titolo “Una sinistra più grande per il cambiamento” elencava un lungo elenco di riformismi (propri e impropri), come se tutti i tipi di riformismo per lui fossero sullo stesso piano, invece D’Alema più puntigliosamente si pose l’amletica domanda “Torna l’interrogativo di fondo, e cioè di quale riformismo c’è bisogno.” Senza però sfiorargli il dubbio che tra i due tradizionali riformismi, quello liberale e quello socialista la scelta in campo economico non può essere altrimenti che quella del riformismo socialista ovvero socialdemocratico. E non tanto per la nostra ragion d’essere, ma perché è sul fronte del riformismo socialista che si gioca la sfida tra un nuovo modello di economia e quello capitalista attualmente fattosi estremo, devastante, turbocapitalismo.
La risposta la proveremo a dare in questo seminario, che già dal titolo circoscrive opportunamente il campo della nostra riflessione.
Tuttavia dobbiamo avere ben chiaro che una volta avessimo finalmente tratteggiato il nuovo modello di economia e posto in programma le azioni riformiste per traguardarlo, partiamo da una realtà socio-economica fortemente deteriorata e da una base legislativa europea fortemente avversa. Qui in Italia si continua sulla linea delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni di beni e di servizi di pubblica utilità sancite perentoriamente dalla Legge 6 agosto 2008, n. 133 Art. 23-bis.Servizi pubblici locali di rilevanza economica. E l’attuale governo nazionale di centrodestra ma anche i governi locali di centrosinistra non accennano a recedere da questo trend liberista. La bocciatura della direttiva Bolkestein e il Manifesto Eurosocialista di Madrid del dicembre 2008 sono i primi chiari segnali di inversione di rotta da parte del PSE.

 

Relazione di Alfonso Gianni

Il mio tema concerne la crisi economica e le prospettive che si aprono per la sinistra a livello mondiale. Naturalmente mi limiterò a porgere alcuni argomenti per il dibattito che su questi argomenti è apertissimo.

Siamo di fronte ad una occasione straordinaria: la crisi.

Una crisi, come diceva Gramsci, può essere definita come quella situazione nella quale il vecchio muore ma il nuovo non è ancora nato. E’ dunque un’occasione per fare emergere idee e pensieri forti, che però non ci vengono dal passato (o quantomeno non solo) e quindi vanno ricostruiti. Tutti noi partiamo dal nostro bagaglio ideologico e politico, ma non possiamo fermarci a questo. Dobbiamo fare dei passi decisi in avanti, in modo molto determinato, perché siamo di fronte a cambiamenti radicali nel funzionamento della società e dell’economia a livello mondiale, che non possono essere affrontati con parametri novecenteschi.

Cosa rappresenta e da cosa è determinata l’attuale grande crisi economico-finanziaria? Molti hanno insistito sul carattere squisitamente finanziario della crisi. Io cercherò invece di dimostrare che il carattere finanziario della crisi c’è, è assolutamente rilevante, ha amplificato e generalizzato enormemente le dimensioni della crisi stessa, vista la profondità del processo di finanziarizzazione in atto nell’economia mondiale in particolare a partire dagli anni Novanta, ma non è il suo aspetto più rilevante né la sua causa prima. Sostengo invece che siamo di fronte a un fenomeno che ha cause più profonde: è la crisi del modello di sviluppo che ha dominato il mondo nell’ultimo quarto di secolo, è la crisi delle dottrine neoliberiste. Secondo me la crisi parte  dal livello dell’economia reale, si amplifica grazie ai processi finanziari (che dunque solo apparentemente sono la causa della crisi), ritorna poi con conseguenze ancora più gravi sull’economia reale.

Questa convinzione è supportata da una semplice analisi di come concretamente la crisi si è manifestata e si è sviluppata a partire dal suo epicentro, gli Stati Uniti d’America. I mutui subprime sono il modo con cui si è potuto vendere agli americani cose che, per mancanza di reddito spendibile, essi non erano in grado di acquistare. Si è forzata la loro capacità d’acquisto tramite una enorme dilatazione del credito alle famiglie e alle persone. Queste persone bisognose di accendere dei mutui per entrare in possesso di una casa - ma anche per acquistare un’automobile, o per mantenere il figlio all’Università, o per pagarsi un intervento chirurgico essendo privi di tutela sanitaria pubblica - appartenevano a categorie economicamente deboli e molto diffuse nella società americana. Si tratta di lavoratori, che negli Usa, così come in Europa, hanno visto i loro salari restare al palo o addirittura retrocedere in termini di potere d’acquisto reale negli ultimi decenni. Si tratta di lavoratori precari, che hanno un salario ancora più basso e soprattutto discontinuo, esposti continuamente al rischio di insolvenza nei confronti dei debiti contratti. Si tratta di lavoratori immigrati, assolutamente indispensabili al funzionamento di una economia e di una società evoluta come quella americana, così come lo sono in Europa, che non hanno capitale né reddito, ma hanno spesso una famiglia numerosa e la necessità impellente di trovare un’abitazione. Si tratta di cittadini americani che non hanno mai conosciuto un welfare state come quello che avevamo in Europa e che, ad esempio in campo sanitario, devono provvedere privatamente o tramite le aziende nelle quali lavorano, finchè lavorano. Tutte queste condizioni erano state magistralmente descritte  da una sociologa americana, che aveva voluto sperimentare su stessa la vita di una lavoratrice di questo tipo, Barbara Ehrenreich, il cui libro è stato tradotto qualche anno fa con il significativo titolo “Una paga da fame. Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo” (Feltrinelli, 2004).

Naturalmente gli istituti di credito che concedevano i mutui o i prestiti a persone che avevano scarse capacità di farvi fronte, si erano premuniti contro i rischi dell’insolvenza. Da lì nascono titoli finanziari derivati che hanno poi finito per invadere il mercato internazionale. Secondo la Sec americana, ma la valutazione della Bri di Basilea è ancora più severa, il valore nozionale dei titoli over the counter (otc) supera di ben 12 volte il Pil annuo su scala mondiale. In sostanza tutti siamo seduti sopra un’enorme bolla finanziaria che è appunto pronta a scoppiare da un momento all’altro. Circa 700.000 miliardi di dollari in titoli derivati contro circa 60.000 miliardi che è la stima corrente del Pil mondiale. La ricchezza nominale è di molto, di troppo superiore alla ricchezza reale effettivamente prodotta. Questa è una situazione che è venuta a crearsi in tempi relativamente recenti. Il primo titolo derivato compare in America soltanto nel 1987 e quindi questi titoli hanno avuto una diffusione rapidissima lungo gli anni Novanta. E’ esattamente il mercato che oggi Obama vuole sgonfiare e regolamentare con i recenti provvedimenti, la cui efficacia è però messa in dubbio da diversi osservatori ed esperti.

In sostanza sostengo che la attuale crisi è una sorta di pettine al quale giungono una serie di nodi. Questi ultimi sono precisamente la crisi del modello di sviluppo economico e produttivo; la crisi dei meccanismi della sua finanziarizzazione; una spaventosa crisi ecologica; una crisi istituzionale che colpisce il funzionamento di tutti gli organismi di governance dell’economia mondiale. Conseguentemente, per uscire da questa crisi, bisognerebbe avere la forza, almeno dal punto di vista delle idee, di agire contemporaneamente su tutti  questi versanti in cui la crisi si articola. Per questa ragione passerò ora brevemente in rassegna questi diversi aspetti della crisi.

Sul tema del modello di sviluppo economico e produttivo la vecchia domanda marxiana sul cosa e sul per chi produrre torna di grande attualità.

Direi proprio che la grande questione che tutta l’umanità ha di fronte non riguarda tanto il come ma il cosa produrre.

Si tratta cioè di passare da un modello di sviluppo che trova il suo volano nel consumo per bisogni individuali, come gli elettrodomestici o l’automobili, a un qualcosa di molto diverso. Infatti proprio l’attuale crisi mette in luce vincoli economici, sociali e ambientali che mettono direttamente in discussione il vecchio modello di sviluppo. Se, ad esempio, pensassimo di fare crescere il livello di vita dell’intera popolazione cinese, non solo quella delle coste, ma quella molto più numerosa dell’interno, attraverso gli stessi meccanismi e modalità con cui si è sviluppato il mondo occidentale, saremmo dei pazzi. In Italia abbiamo oggi 32/33 milioni di veicoli circolanti (se non ricordo male le cifre) su una popolazione complessiva di 60 milioni. Se applicassimo le stesse proporzioni alla Cina dovremmo prevedere di raggiungere almeno 700 milioni di veicoli, una cifra che da sola supera l’attuale circolante su scala mondiale. Le emissioni di Co2 a questo punto distruggerebbero il pianeta. Se poi la stessa modalità di sviluppo si ripetesse in India la situazione sarebbe ancora più grave. Nello stesso tempo non possiamo certo dire a cinesi e indiani, dato e non concesso che ci stiano a sentire: voi andate a piedi e noi continuiamo a viaggiare in automobile! Per forza di cose bisogna ideare un nuovo modello di sviluppo che tragga la sua forza da altri volani, da altri consumi. La chiave di volta di un modello alternativo può essere la produzione di cose che siano fruibili collettivamente, che rispondano alla soddisfazione di bisogni maturi e che abbiano il più ridotto impatto ambientale.

E’ chiaro che non si può collettivizzare l’intero consumo, né ridurre a zero l’impronta ecologica dell’uomo sul pianeta, né produrre solo per consumi immateriali e sofisticati. Ma certo ci si può muovere lungo un simile cammino. E’ lo stesso sviluppo delle forze produttive e l’evoluzione dei bisogni e dei gusti delle persone che spingono in questa direzione, che però è inibita dai rapporti di produzione e dagli interessi dominanti.

La svolta ecologica dell’economia è dunque la via d’uscita dalla crisi dell’attuale modello produttivo. La Green Economy di cui parla Obama può andare  in questo senso, anche se le intenzioni dei suoi proponenti non sono certo quelle di superare, ma di salvare il capitalismo. La svolta ecologica non può però essere limitata, questo è il punto, ai paesi a capitalismo maturo, ma deve essere praticata da subito proprio nei paesi emergenti o privi di sviluppo, che soffrono di più dei disastri ambientali (si pensi all’Africa), che non dobbiamo e non possiamo sottoporre agli stessi percorsi sviluppistici che hanno caratterizzato la crescita economica dell’Occidente.

Se guardiamo ai dati recentemente forniti dall’Oil sappiamo che circa un miliardo e 400 milioni di persone vivono con meno di due dollari al giorno. In sostanza soffrono la fame. Quando si parla di green economy bisogna porsi il problema di risolvere la fame nel mondo, non semplicemente di acquietare le ansie ambientaliste della popolazione di New York o di Milano. La svolta ecologica che vogliamo deve quindi servire a ridurre, e possibilmente a cancellare, le grandi disuguaglianze di vita nella popolazione mondiale. Recentemente ho letto che una società americana ha regalato a un paese africano alcune miglia di chilometri di tubature per l’irrigazione. So bene che non è una scelta umanitaria, ma è lungimirante dal punto di vista economico, perché solo migliorando la produttività e la accoglienza di quel territorio si possono poi impiantare attività redditizie. Se lo comprende una singola impresa, dovrebbero capirlo più in fretta gli organi internazionali preposti allo sviluppo mondiale, tema su cui poi tornerò.

La crisi ecologica mondiale può anche essere spiegata come una sfasatura tra il ritmo troppo veloce con il quale si consumano le  risorse naturali e quello troppo lento con il quale si investe per produrre nuove tecnologie che funzionino da salvaguardia dell’ambiente e che permettano di rendere generale l’utilizzo di energie da fonti rinnovabili. La soluzione può quindi essere di rallentare con molta determinazione nel primo caso e accelerare ancora più vistosamente nel secondo. Facciamo un esempio. Si dice che il petrolio è in via di esaurimento. Non so se è proprio così, ma quello che è certo è che cercarlo diventa assai più arduo e più costoso. Siamo quindi certamente entrati nell’epoca della transizione dal petrolio  ad altre fonti energetiche. Queste non possono a mio avviso basarsi sul nucleare per diverse ragioni, fra cui il fatto che la sicurezza intrinseca delle tecnologie nucleari è molto di là a venire, se mai si raggiungerà, e soprattutto non è mai stato risolto il problema della messa a dimora e in condizione di non nuocere delle scorie. Vi sono anche ragioni di carattere economico che sconsigliano di adottare la via nucleare per i paesi che a tutt’oggi non l’hanno percorsa o l’hanno abbandonata come nel caso italiano.

Bisogna quindi puntare sulle fonti di energia rinnovabile, in particolare il fotovoltaico e l’eolico; utilizzando al meglio il gas, diversificando le fonti di approvvigionamento per evitare di dovere dipendere da un fornitore solo; progredendo nel frattempo, nella sperimentazione e nel perfezionamento delle  tecnologie che permettono di catturare la Co2 emessa dalla bruciatura del carbone. Tutto questo è possibile? Lo sviluppo delle tecnologie in questi campi ci dice di sì. Siamo già alla terza generazione del solare, con nuove tecniche e nuovi materiali che permettono di rendere più efficiente e sempre meno costosa la produzione di energia elettrica per questa via. L’altro giorno a Lecce è stato presentato, nel corso del festival delle energie rinnovabile, un prototipo di automobile che va interamente a energia solare e dunque può teoricamente non fermarsi mai, se non per un guasto meccanico. E gli esempi potrebbero continuare.

Ma la tecnologia da sola non basta. Ci vogliono una politica culturale e un forte impulso alla ricerca scientifica, ci vuole una politica industriale per sostituire realmente le fonti non rinnovabili con quelle rinnovabili per la produzione dell’energia. Sarebbe un balzo in avanti storico per l’umanità intera. Per creare queste condizioni bisogna pensare ad un nuovo tipo di intervento pubblico nell’economia, ad una pianificazione economica, o come preferisco dire, ad una programmazione democratica. Sono d’accordo con le considerazioni che da anni porta avanti su questa tema Giorgio Ruffolo.

Possiamo prendere favorevolmente atto che anche Anthony Giddens, il teorico della cosiddetta terza via, dopo anni che ci ha spiegato i vantaggi della liberalizzazione totale è tornato a parlare in una recente intervista, sotto i colpi dell’incedere della crisi, della necessità di reintrodurre la pianificazione in campo economico.

Possiamo ormai dire che il problema che distingue la destra dalla sinistra non è se fare l’intervento pubblico ma sul come farlo. Anzi da un certo punto di vista la destra in Europa si è dimostrata molto disinvolta nell’utilizzare lo Stato per un intervento diretto nell’economia, basta pensare alla Francia di Sarkozy. Un intervento pubblico a sostegno delle banche si è reso necessario, ma non è certo sufficiente e può essere persino iniquo socialmente  se si limita a togliere la finanza dalle conseguenze dei suoi disastri. La logica della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite è ancora largamente quella che prevale nelle attuali forme di intervento pubblico. Lo stesso sostegno alla industria automobilistica è indispensabile, ma non può avvenire senza mettere in discussione l’organizzazione generale e le conseguenti scelte in tema di mobilità delle persone e delle cose.

Il grande problema è orientare l’intervento pubblico verso settori innovativi, a redditività differita, che quindi sono scartati dal capitale privato, e che garantiscono l’avvio di una processo di trasformazione strutturale dell’economia, dei consumi e quindi della società. Questa scelta richiede appunto una programmazione di medio-lungo periodo, che deve essere democratica, nel senso che non può essere autoritativamente decisa dall’alto, ma richiede una continua interlocuzione con i soggetti sociali, con i portatori di bisogni e di innovazione.

E qui arriviamo ad un punto cruciale del nostro discorso: la questione del lavoro. Dal 1980 in poi, cioè da quando le teorie neoliberiste hanno preso piede, vi è stata una contrazione generale del valore reale dei salari. Questo è avvenuto in tutto il mondo capitalista, sia quando c’erano governi di destra che governi di centro-sinistra, seppure non nella stessa misura. In Italia la riduzione del valore reale dei salari è stata anche una conseguenza dell’abolizione della scala mobile, ma soprattutto della moderazione nelle rivendicazioni salariali da parte sindacale e dell’avvio delle politiche concertative. Accanto alla diminuzione del valore reale delle retribuzioni (che il grande studioso Angus Maddison documenta con molta puntualità nei suoi studi storici sul capitalismo) si è verificata una precarizzazione crescente nei rapporti di lavoro fino ad arrivare al punto che nei flussi delle assunzioni quelle a tempo determinato ormai superano quelle a tempo indeterminato.

Il problema che ora bisogna porsi è invertire queste tendenze. Bisogna retribuire meglio il lavoro e stabilizzarlo il più possibile, altrimenti è impossibile avere un lavoro di qualità e senza questo è impensabile avviare una svolta nel modello di sviluppo. La controprova la abbiamo se guardiamo all’atteggiamento che già ora le imprese hanno nei confronti dei lavoratori delle categorie più elevate, dove viene cercata e promossa la fidelizzazione del rapporto di lavoro.

La questione della retribuzione del lavoro dipendente si pone a livello europeo, non solo nazionale. Una soluzione può essere trovata in un modello tripartito: un salario minimo orario intercategoriale, garantito anche per legge, al di sotto del quale nessuno può scendere; un salario che deriva dal contratto nazionale di lavoro per grandi categorie; un salario che è il frutto di una contrattazione articolata sul territorio o nell’azienda e che tiene quindi conto dello sviluppo della produttività. Un buon salario dovrebbe essere il risultato della composizione di questi tre aspetti. Vi sono già partiti e sindacati che a livello europeo si muovono in questa prospettiva. Si pensi ad esempio alla nuova piattaforma che la Spd ha assunto in Germania per cercare di riconquistare terreno nei confronti dell’elettorato operaio. In generale bisogna porsi il problema della convergenza dei livelli retributivi su scala europea, anche se con la necessaria gradualità.

Naturalmente, quando si parla di valorizzare il lavoro, è decisivo il terreno della formazione e quindi la qualità del sistema scolastico nel suo complesso. Non ho qui lo spazio, né questo è il tema, per sviluppare appieno questo aspetto della questione, ma bisogna mettere in conto che l’attuale crisi che in particolare colpisce l’assetto economico e produttivo del nostro paese, deriva anche da un pessimo uso delle intelligenze potenziali che ci sono. La questione della fuga ai “cervelli” all’estero né è solo la manifestazione più eclatante.

Veniamo ora agli aspetti più specifici di una nuova politica monetaria. Credo che bisogna togliere dal cassetto il sogno che fu di John Maynard Keynes, quello della definizione di una moneta mondiale. Era questa la proposta che il grande economista inglese portò alla storica conferenza di Bretton Woods nel 1944. Purtroppo quella proposta non passò, perché prevalse la proposta americana di vincolare il dollaro all’oro, che fece di fatto della divisa monetaria americana la principale moneta di scambio fino ai giorni nostri, anche dopo la dichiarazione di non convertibilità del dollaro in oro avvenuta nell’agosto del 1971.

Credo che di fronte ai guasti provocati dal sistema dei cambi fluttuanti, dal susseguirsi di crisi finanziarie e soprattutto per uscire dall’attuale crisi, la più grave di tutte, bisogna trovare un nuovo accordo sulle monete a livello mondiale. Ci vorrebbe una nuova Bretton Woods, sotto l’egida dell’Onu, capace di definire un percorso per giungere ad una unica moneta  di scambio internazionale. Questo tema è del resto ormai all’ordine del giorno, almeno nel dibattito politico economico, dal momento che è stato sollevato da Cina e Russia. Naturalmente una conferenza economica mondiale di quella portata potrebbe assumere tutta una serie di iniziative, come ad esempio la cassazione dei paradisi fiscali, l’adozione di una tassazione sui movimenti puramente speculativi di capitale (sul modello della Tobin Tax) che potrebbe alimentare un fondo per prevenire i disastri ambientali e combattere la fame e la povertà nel mondo. Tutti argomenti di cui già si discute ma che non trovano un ambito veramente autorevole nel quale potere essere decisi.

Veniamo quindi, quasi consequenzialmente, al tema della crisi delle istituzioni mondiali. Sulla base dell’esperienza di questi anni mi sembra evidente che vanno superati e aboliti i vari G8, G14,G20 e G2 (cioè Usa e Cina) in quanto luoghi privi di effettiva rappresentatività. Si deve invece puntare al G192, cioè all’Onu, l’unica organizzazione internazionale dotata di un’autorevolezza che le deriva dalle stesse drammatiche circostanze che hanno determinato la sua nascita, che si fonda sul rifiuto della guerra come metodo di risoluzione delle controversie internazionali. Questa scelta richiede, per essere credibile ed efficace, una profonda riforma della stessa Onu, in particolare del suo Consiglio di sicurezza. Non ha più senso che ne facciano parte solo le nazioni vincitrici di un conflitto mondiale combattuto più di 60 anni fa. Il principio della rotazione dei vari paesi in quell’organismo  potrebbe essere sperimentato con successo.

Altri organismi che derivano dalla stessa Bretton Woods del 1944 vanno aboliti, altri vanno cambiati nelle loro stesse finalità. Tra i primi comprendo il Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, che da quando è stata fondata colleziona insuccessi su insuccessi. Le funzioni di governo del commercio mondiale possono benissimo essere riportate all’interno dell’Onu. Tra i secondi comprendo il Fondo monetario internazionale e la stessa Banca mondiale. La loro missione va radicalmente mutata. Non devono imporre le ricette economiche dei paesi più forti (come ha denunciato il premio Nobel Joseph Stiglitz), ma invece diventare gli strumenti di un nuovo New e Green deal mondiale. Il peso dei singoli paesi in questi organismi non può derivare solo dalla quantità della loro contribuzione, ma deve essere contemperato con un criterio demografico, in modo di aumentare il potere decisionale dei paesi poveri e delle loro popolazioni.

Come ben potete vedere i punti che ho delineato corrispondono a un programma di riforme, per quanto molto “strutturali”, non certo a un percorso rivoluzionario. Penso valga la pena riflettere su questa questione. Sono infatti convinto che quando si afferma che bisogna superare le categorie novecentesche, come io stesso ho detto spesso in questa relazione, la prima a dovere cadere è la dicotomia tra riforme e rivoluzione. Questa contrapposizione oggi non ha più molto senso, così come non ce l’ha quella tra comunisti e socialisti la cui discriminante storicamente si basava sull’essere i primi per il metodo rivoluzionario e i secondi per quello riformista. Non voglio fare il revisionista, non voglio rivedere la storia passata. Nel novecento tale divisione era pienamente giustificata (poi si può discutere tra di noi dove stesse la migliore ragione). Ora non più. Qualunque ipotesi oggi di cambiamento della società, almeno se ci riferiamo alle società più mature, deve escludere il ricorso a un processo rivoluzionario violento, non solo per il carattere distruttivo dei mezzi di offesa oggi a disposizione, ma anche per gli esiti che le passate rivoluzioni hanno dato quando esse si sono limitate a un rovesciamento di potere. Allo stesso tempo sempre la storia ci aiuta a vedere che le semplici riforme non riescono a intaccare i poteri e i rapporti di fondo nella società.

C’è bisogno di una nuova sintesi, quindi, e questa la possiamo trovare nel concetto di trasformazione. Abbiamo bisogno di concepire, poi, la trasformazione su scala globale, ma su questo tornerò tra poco. Trasformazione vuole dire congiungere radicalità - nel significato etimologico del termine, che non significa estremismo ma andare alla radice dei problemi – con un indispensabile gradualismo nella determinazione degli obiettivi. Una politica di trasformazione per convincere deve dimostrarsi efficace. Per esserlo deve potere ottenere delle conquiste strada facendo, deve costruire i gradini di una ipotetica scala tendenzialmente infinita, dal momento che anche qualora le contraddizioni di classe venissero meno se ne manifesterebbero altre seppure di tipo diverso, come ci ricordava Marx.

La storia ci ha ampiamente insegnato che non è possibile costruire il socialismo in un solo paese, per riprendere la terminologia di un dibattito antico. Ma dobbiamo anche riconoscere che è altrettanto impossibile fare vincere una prospettiva riformista forte in un solo paese. Certo sono possibili movimenti, scioperi, esperienze e conquiste significative. Ma se parliamo di trasformazione avvenuta di una società, non vedo proprio come la si possa ottenere in un solo paese. Un progetto di trasformazione, una politica di trasformazione, deve avere da subito una dimensione e un respiro internazionali.

Noi che siamo in Europa dobbiamo in primo luogo pensare almeno in termini europei. L’iniziativa politica di Sinistra e Libertà va pensata e praticata in questa ottica, anche scontando una presenza in più gruppi parlamentari europei (ma questo problema è di molto ridimensionato dal non raggiungimento del quorum), anche perché non è detto che la geografia interna al parlamento europeo sia immutabile.

Voglio avviarmi alla conclusione di questa relazione ricordando una figura di studioso e di teorico  scomparsa l’altro ieri: Giovanni Arrighi. Come dice il nome era un italiano, ma la sua fortuna di ricercatore l’ha trovata all’estero, prima in Africa, poi negli Usa, al Fernand Braudel Center e alla John Hopkins University. Arrighi ha scritto moltissimo. La sua ultima fatica è recente. E’ stata tradotta da Feltrinelli con il titolo “Adam Smith a Pechino”. Mi pare l’opera che meglio esprime una comprensione sui grandi cambiamenti in atto nella geopolitica mondiale. La tesi fondamentale di Arrighi è che è in atto una nuova fase di transizione egemonica mondiale nel sistema capitalista: il baricentro si sposta dagli Usa alla Cina. Di transizioni egemoniche nella lunghissima storia del capitalismo ne abbiamo avute molte, lungo diversi secoli: lo scettro del potere economico e politico è passato dalle repubbliche marinare italiane e da Firenze ai Paesi Bassi (Amsterdam in particolare); poi da lì all’Inghilterra; infine da Londra a New York.

Ora penso che il secolo americano sia alla fine; il potere del dollaro è messo seriamente in discussione, come abbiamo già visto; il prestigio economico, culturale e politico degli Usa non è certo pari a quello che è stato lungo la seconda metà del novecento. C’è un unico punto, ma non secondario, sul quale gli Usa mantengono una supremazia assoluta: il terreno militare. Questa è una diversità non da poco che distingue l’attuale transizione egemonica mondiale dalle precedenti. Quando l’Inghilterra cede lo scettro all’America il suo prestigio militare aveva già segnato il passo. Oggi l’eventuale passaggio tra Ovest e Est, tra Usa e Cina avverrebbe in una condizione di supremazia militare schiacciante degli Usa.

Per questa ragione la pace nel mondo è costantemente in pericolo. Il novecento ci abituato a vedere che la follia è molto diffusa tra i governanti nel mondo. Quando Primo Levi chiude la sua splendida trilogia sui campi di sterminio, ci dice che in sostanza solo una cosa aveva voluto dirci: poiché tutto quello che ci ha descritto è accaduto può accadere di nuovo. E’ un monito potente su cui vale la pena di riflettere.  Il grande tema che abbiamo di fronte è quindi come fare maturare un cambiamento epocale su scala mondiale in condizioni di pace. Lo stesso superamento del sistema capitalistico non può avvenire mettendo a rischio la sopravvivenza fisica dell’umanità, non può avvenire con la guerra. Per questo abbiamo bisogno di congiungere i temi della pace, della ecologia, della trasformazione in un’unica forza, quella del socialismo del XXI secolo. Quanto sta succedendo nell’intero continente americano è di buon auspicio. Mi riferisco ai grandi cambiamenti che sono avvenuti nell’America Latina, un tempo terra delle dittature fasciste più feroci, ma anche a quello rappresentato dalla elezione di Obama negli States che già di per sé dimostra uno spostamento nelle coscienze del popolo e dell’elettorato americano. L’Europa non è più il centro progressista del mondo, e non è affatto detto che questo sia di per sé un male (se guardiamo le cose con lo sguardo da cittadini del mondo) a condizione che non rimanga tale troppo a lungo. E questo dipende da noi.

 

 

 

La Crisi: anche occasione per costruire il percorso riformistico di un nuovo modello di sviluppo che superi il “liberismo senza regole”

Giorgio Giorgetti
Ordinario di Organizzazione aziendale presso la Facoltà di Economia dell’ Università di Genova

1. In sintesi

Finalmente sembra che non ci siano più dubbi: dall’autunno dello ’07 (a questo Giugno ’09) siamo in una crisi economica, prima finanziaria ed ora anche reale, che sembra voler battere tutti i record. Sia per le cifre coinvolte dai vari “default”, sia per i tantissimi miliardi di $ od Euro del necessario intervento pubblico (richiesto con enfasi dagli stessi operatori), sia per i milioni di posti di lavoro che sono messi in discussione.

I due temi più dibattuti sono:

• chi ha le responsabilità maggiori;
• come se ne può uscire.

Cercheremo di proporre alcune riflessioni su entrambi gli aspetti.

In questo primo punto proponiamo in rapida sintesi la sostanza delle riflessioni stesse. Per sviluppare poi tre approfondimenti:

• una veloce carrellata storica (’29, ’09) essenziale per fissare i termini fondamentali dei problemi (punto 2.);
• l’indicazione dei capisaldi della cosiddetta “economia mista” che la “teoria dominante” che ha originato la crisi ha fatto diventare una sorta di “peccati mortali” compiuti da teorici fuori moda (useremo il termine “parolacce” per indicare evocativamente tali capisaldi) (punto 3.);
• il riferimento a qualche ipotesi utile di individuazione della strada da percorrere per riavviare lo sviluppo in una logica di tipo riformista (punto 4.).

La complessità ed estrema difficoltà del tema ci costringerà infine a proporre in un ultimo punto poche ed estremamente problematiche “non conclusioni” (punto 5.) .

Sul primo tema (le responsabilità): non solo gli operatori, i politici, gli economisti consulenti ma anche i teorici (la Teoria Economica) hanno qualche responsabilità per La Crisi. Ovviamente non tutti i teorici: si tratta dei sostenitori del “liberismo senza regole” (un qualcosa che i veri liberisti considererebbero un ossimoro, una contraddizione in termini!). Quello della cosiddetta “scuola di Chicago” e del suo “guru” Milton Friedman, gran consigliere del Presidente Reagan. Il Mercato che si auto-regola, e pertanto la necessità di togliere le regole che disturbano il manovratore (la mano invisibile del Mercato!) inizia con Ford presidente alla metà degli anni ’70. Anni durante i quali è iniziato a cambiare il mondo.

Un mondo che dalla metà degli anni ’30 era caratterizzato sia negli USA che in Italia dalla cosiddetta “Economia Mista” di stampo keynesiano (J.M.Keynes, agli antipodi di Friedman) nella quale pubblico e privato collaboravano, i mercati erano regolati, la finanza ed in particolare le banche erano iper-regolate. Poi Nixon nel ’71 denuncia gli accordi di Bretton Woods (’44, regime di cambi fissi con il dollaro ad un cambio fisso e garantito, se si aveva l’oro, di 36 $ all’oncia ed il $ moneta mondiale di riferimento).

Ed il sistema monetario a cambi fissi diventa a cambi variabili. Con i cambi variabili la moneta diventa una merce come le altre e le varie monete iniziano a fluttuare (qualche volta sono addirittura “volatili” come spesso succede per i titoli in Borsa) e ad essere speculate e le materie prime anche: in particolare il petrolio con le crisi energetiche del ’73 e del ’79.

Ed il mondo cambia, con la pesante crisi USA degli anni ’80 ma anche con le nuove parole d’ordine che porteranno al boom economico USA per tutto il decennio dei ‘90 fino all’autunno ’07 (malgrado l’ 11 Settembre ’01, lo scandalo Enron, etc.): de-regulation, globalizzazione, finanziarizzazione.

Il mondo cambia e cambia il rapporto finanza attività reali: si inverte, è la finanza che domina sempre di più l’economia reale. Prima con il boom poi con la bolla che scoppia. E la logica dell’Economia Mista salta, per poi riapparire con la vecchia logica dei profitti che vanno ai privati e le perdite al pubblico. Ed oggi tornano di moda concetti che erano diventati “parolacce” durante gli anni d’oro del liberismo senza regole : pubblico, regolazione, programmazione (addirittura nazionalizzazione! Negli USA, figuriamoci!).

Ma la Teoria cosa c’entra? Solo perché a Keynes si è sostituito Friedman ed alcuni suoi allievi premi Nobel? C’è di più. Un di più che si ricollega molto strettamente al secondo punto (come si può uscire dalla crisi). C’è il problema che La Teoria che i Nobel americani (e gli italiani che lo vorrebbero, il premio N.) propugnano, pretende di essere “La Legge dell’Economia Razionale”. In sostanza: non una teoria (cioè delle ipotesi che possono essere smentite, “falsificate”) ma una descrizione dell’unico ed ottimo e vero modo di fare.

Per usare termini difficili: non delle ipotesi ma degli assiomi, cioè delle “verità”. E quali verità? Che gli operatori dei vari mercati sono razionali, che la mano invisibile auto-regola i mercati, che i mercati sono organizzazioni “naturali” ed efficienti, che l’irrazionalità od il panico od il cosiddetto “effetto gregge” (tutti a ritirare i risparmi od a vendere in Borsa per pura paura) non esistono. Mica male come supporto, ancoraggio, “legge naturale” da rispettare se no il modo crolla, non più sorretto da qualcosa che è più vicino alla legge della gravità che ad una opinione discutibile (come le ipotesi).

Peccato! Peccato veramente che questi assiomi-ipotesi siano stati più volte “falsificati” dalla Storia: nel ‘700 dallo scandalo della Compagnia del Mississipi; nel ’29 dai giorni neri della Borsa; nello ’01 dal crollo della New Economy, almeno per la sua parte drogata; nello ’07 dall’inizio della crisi in atto che, checchè se ne dica, rischia di costare 1 milione di posti di lavoro e 5 punti di PIL solo in Italia nell’anno in corso.

Il fatto è che una qualsiasi teoria può essere utile per interpretare la realtà, o magari per orientarla se i teorici hanno “peso politico”. Ma quando smette di considerarsi “una teoria” per voler diventare “La Teoria-Verità” allora sono dolori. E l’economia-mondo è piena di dolori in questo momento.

Anche le imprese sono al centro della crisi e pertanto sono addolorate. Anche quelle grandi per le quali molti teorici di impresa sostengono da tempo che le imprese sono delle “reti di contratti” dove IL contratto più importante è quello che lega i managers con gli azionisti (max del valore delle azioni e dell’utile) e tutti gli altri contratti devono essere subordinati. Facendo così da sponda essenziale ai teorici dell’economia razionale.

Dimenticando però che esiste almeno un’altra teoria dell’impresa che la interpreta come una organizzazione estremamente complessa che deve riuscire a dar conto a quanti nell’impresa hanno delle poste in gioco (una parolona, però di moda: gli stakeholders).

Una complessità con enormi responsabilità sociali che se da un lato non può dimenticare il profitto, l’efficienza, la produttività dall’altro lato non può arrivare ad illudersi di essere “l’operatore razionale dell’economia razionale” solo perché punta alla massimizzazione del profitto di breve, fa un sacco di soldi con la finanza, concepisce l’innovazione come distruzione di altro od altri mentre Schumpeter parlava di “distruzione creatrice”.

Forse è sufficiente per sostenere che anche i teorici hanno un po’ tanta responsabilità nei confronti della crisi in atto, sino al punto che dovrebbero rimettersi a fare il loro mestiere - cioè a rimettersi in gioco, a confrontare le loro ipotesi, a criticarsi l’uno con l’altro - senza farci così correre il rischio che un futuro consigliere di un futuro principe gli proponga le sue ipotesi come LA Verità.

2. Qualche necessario ed utile riferimento storico

Ovviamente si deve partire dal ’29, anno durante il quale una serie di “giorni neri” senza precedenti delle quotazioni borsistiche negli USA hanno determinato:

• lo scoppio della bolla speculativa;
• una crisi di carattere finanziario senza precedenti che è diventata velocemente crisi dell’economia reale anche essa senza precedenti;
• il propagarsi dagli USA sia della crisi finanziaria che di quella reale, che si sono trasferite abbastanza velocemente in giro per il mondo ed in particolare in Europa.

2.1. Come è ben noto nel nostro paese gli anni ’30 sono iniziati con forti ripercussioni della crisi, il che ha comportato come reazione un forte intervento pubblico. In particolare:

• IRI (che nasce nel ‘33, ma si rafforza nel ‘36), rileva una gran parte delle grandi imprese in crisi delle imprese e delle banche. Un IRI che si presenta da subito come un grande gruppo polisettoriale con due “anime”: industrie e banche (sia economia reale che finanziaria). IRI che nasce come reazione alla crisi del ‘29, e non tanto come espressione della particolare situazione politica italiana (fascismo, interventista in economia);
• legge bancaria (1936), che conferma ed enfatizza (rispetto alla prima legge bancaria del ’29) la necessaria coerenza tra credito a breve ed a lungo, (quindi diverse tipologie di banche specializzate; a lungo: prestiti a imprese per investimenti , gli istituti di Credito Speciale; a breve: depositi in c/c ( banche di Credito Ordinario) e sostanzialmente impedisce alle Banche di Credito Ordinario di avere partecipazioni significative nelle imprese;
• nel dopoguerra l’IRI non viene smantellato ma si consolida e nascono altre forti realtà pubbliche: anni ‘50-‘60: ENI, EFIM ( le “partecipazioni statali”, un caso studiato in tutto il mondo di intervento diretto dello Stato nell’economia con strumenti di diritto privato). La reazione alla crisi del ’29 con il “salvataggio” delle grandi banche e della grande industria si trasforma in sostanza (malgrado la forte scelta “liberista” dell’immediato dopoguerra) in un sistema di Economia Mista caratterizzato da un ruolo importante dell’imprenditorialità privata ma con un ruolo decisivo dell’intervento pubblico sia indiretto (regolazione dei mercati) che diretto (partecipazioni statali).

2.2. E’ stato comunque innanzitutto negli USA che la forte reazione della mano pubblica si sostanzia: in una legge bancaria che “taglia” il rapporto simbiotico tra banche ed industrie (’33, Glass Steagal Act); in un intervento pubblico diretto (New Deal) che non ha precedenti; nell’avvio di una logica di Economia Mista nella quale lo Stato Federale ha un ruolo determinante di impulso per l’economia.

Lo “Stato Regolatore” dell’economia e della società (Welfare State che viene formalizzato da Beveridge in GB alla fine della guerra) si consolida nella seconda metà degli anni ’40 con gli accordi di Bretton Woods (’44) tentativo riuscito di stabilizzazione economica monetaria ($ come moneta di scambio fondamentale; tasso convertibilità del dollaro in oro garantito fisso a 36 dollari all’oncia; pertanto cambi stabili e fissi); con la nascita di una serie di organismi internazionali anche in campo economico (Gatt, Ocse, Fmi etc.); con gli interventi per la ricostruzione di intere economie distrutte dalla guerra (Piano Marshall, ma non solo).

Gli accordi di BW e gli altri interventi accennati hanno consentito che l’economia mista generasse uno dei periodi più rilevanti di sviluppo fino alla metà degli anni ’70. D’altro canto le modifiche strutturali degli anni ’30, malgrado il commercio internazionale si sviluppasse in una logica di tipo liberista, non sono state significativamente intaccate proprio sino alla fine degli anni ’70.

2.3. Il boom economico italiano (’58-’63) e quello giapponese sono figli anche della moneta stabile e dell’egemonia del $, come il diffondersi tutto sommato regolato di alcuni sintomi di instabilità (Italia crisi del ’63 e ’69). Sono gli anni ’70 che iniziano ad invertire la tendenza e ad innovare le “regole del gioco” che avevano consentito lo sviluppo sino a quel momento. Nel 1971 il Presidente Nixon denuncia gli accordi di BW sul “cambio fisso” (NB: Vietnam ha drenato risorse e USA non riusciva più a garantire la convertibilità &-oro). Nel ’73 e nel ’79 si registrano due grosse crisi energetiche (e di tutte le materia prime significative) che contribuiscono a modificare i rapporti economici e politici tra i paesi. Tutti gli anni ’70 vedono il propagarsi di fenomeni di riorganizzazione-ristrutturazione-crisi in campo economico e l’affermarsi delle logiche di un regime di cambi variabili con l’inflazione che in molti paesi (ad es. in Italia) raggiunge le due cifre. Nel ’75 il Presidente Ford dà il via, supportato dalle teorie di Milton Friedman e della Scuola di Chicago, alla “filosofia” della “deregulation” che si avviava a diventare una sorta di punto di riferimento irrinunciabile delle nuove strade della “economia razionale” dominata dalla “legge” del Mercato che si AutoRegola.

2.4. Gli anni ’80 (che in Italia si aprono con la “marcia dei 40.000 della Fiat) sono ancora più contradditori: da un lato sono anni di crisi economica (e di paura dell’emergere del Giappone e delle “tigri asiatiche”) negli USA; dall’altro lato vedono il progressivo emergere delle condizioni dello sviluppo successivo (de-regulation negli USA, controllo dell’inflazione in Italia, avvio del processo di globalizzazione e di quello di finanziarizzazione).

Negli anni ’90 infatti l’economia USA segna un record di crescita dopo l’altro, mentre in Italia “si stringe la cinghia” per poter aderire all’Euro (famosa la “manovra finanziaria” Amato di 90.000 miliardi di lire nel ’92) e si iniziano a modificare le regole con un intenso processo di ri-regulation trainato dalle direttive comunitarie. Sono questi gli anni (in USA, GB, in giro per i mercati finanziari di tutto il mondo) in cui la Finanza diventa il mercato più dinamico; il sistema finanziario sembra surclassare l’economia reale; lo sviluppo viene finanziato prevalentemente da debiti. Ed il dio-Mercato domina l’economia e la società. Anche la normativa bancaria si adegua: nel ’94 in Italia una nuova legge bancaria cancella i tanti “steccati” della legge del ’36 e battezza la “Banca Universale” che diventa anche formalmente impresa; gli USA aspettano invece il ’99 per dichiarare anche formalmente decaduto lo GlassSteagalAct e per azzerare praticamente i controlli sullla gran parte delle attività finanziarie.

2.5. In sintesi ancora più “brutale”.

• anni ‘30/’70: l’economia mista e la regolazione dei mercati consentono la reazione alla più grave crisi economico-sociale mai registratasi nel sistema capitalistico, la ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, lo sviluppo. In Italia, negli USA, nel mondo;
• anni ‘70: un decennio di crisi-ristrutturazione che ha iniziato a cambiare le “regole del gioco” (Nixon ’71, prima crisi energetica ’73, Ford ’75, seconda crisi energetica ’79)
• anni ‘80: le nuove “parole d’ordine” si impongono negli USA malgrado la crisi e la superano (de-regulation, globalizzazione, finanziarizzazione)
• anni ‘90: boom USA, ri-regulation Italia

2.6. Ed il Terzo Millennio inizia senza aver dovuto affrontare il “dramma informatico” che aveva preoccupato tutti in giro per il mondo. Ma qualcosa di peggio aspettava gli Huppy di Wall Street : prima lo scandalo della Enron (derivati su base energetica), poi l’11 Settembre ‘01, poi l’illusione di un triennio di boom (’03-’06). Fino all’autunno dello ’07 però poco si parlava di egemonia drogata della finanza, di derivati senza logica, di “roulette” come metafora del gioco della finanza, di titoli tossici, etc.

2.7. Ed arriva l’autunno dello ’07 : con un gioco di scatole cinesi iniziano i default e le richieste di migliaia di milioni di $ di intervento pubblico per tentare di porre rimedio ad una crisi finanziaria che diventa poi reale e che oggi inizia a sembrare ancora più grave di quella del ’29. In sostanza sembra che sia saltato il meccanismo del capitalismo senza regole ed il problema di fondo sembra essere quello di riavviare, dopo “aver messo una pezza” alla crisi che è diventata velocemente una crisi di fiducia e si è trasferita all’economia reale, un processo di ri-regulation su scala internazionale. Di rimettere cioè in pista le logiche strutturali dell’economia mista?

3. La teoria-verità del “liberismo senza regole” ha fatto diventare“parolacce” i concetti cardine dell’Economia Mista

Le nuove parole d’ordine che dalla metà degli anni ’80 hanno sbaragliato il campo (de-regulation, privatizzazione, globalizzazione, finanziarizzazione, etc.) non si sono limitate “a vincere” ma si sono arrogate il ruolo di “Verità, legge naturale, one best way”. Il che ha implicato non solo e non tanto la marginalizzazione dei principali cardini dell’economia mista ma la loro sostanziale “messa al bando”.

Sino al punto che per tutti gli anni ’90 e sino all’inizio della crisi in corso chi si spingeva a riproporre tali cardini (regolazione dei mercati, intervento pubblico diretto, programmazione, etc.) come elementi essenziali di uno sviluppo economico equilibrato era considerato “out” nel mondo accademico, in quello politico, sul versante del dibattito pubblico sui temi dello sviluppo.

Ci permettiamo pertanto di definire “parolacce”, nel senso che così il “mainstream” del pensiero economico considerava:

• l’intervento pubblico nell’economia, ove il pubblico a fronte di tale intervento si permettesse di imporre una logica di finalizzazione (programmazione?);
• la regolazione dei mercati, specie con obiettivi di vincolo-controllo di comportamenti considerati non-etici (non era un certo A.Smith che considerava la passion e la simpathy come aspetti essenziali di equilibrio di mercati guidati dal self interest ?);
• la programmazione, come strumento di finalizzazione-orientamento verso obiettivi di interesse di tutti e/o di riequilibrio socio-economico-territoriale;
• il welfare state, come aspetto essenziale di equilibrio sociale e pertanto di condizione per lo sviluppo economico;
• la nazionalizzazione di settori strategici (ad es. Italia: 1902 ferrovie, 1912 assicurazioni, 1962 energia elettrica).

Non è certamente un caso che le “parolacce” sopra riportate vadano considerate i cardini co-essenziali della logiche dell’economia mista, quel tipo di modello economico che il “liberismo senza regole” doveva necessariamente scardinare per avere “le mani libere” nel tempo della “globalizzazione finanziaria” e del “denaro impazzito”(S. Strange, in un contributo della fine degli anni ’80!).

Vi sono poi alcuni altri concetti che il mainstream ha spesso utilizzato, utilizza, ma in modo equivoco e spesso del tutto strumentale :

• etica: di che tipo? nell’interesse di chi? rispetto a quali parametri di riferimento?
• trasparenza: di cosa? con quale “fattore di rifrazione”? con quali strumenti di comunicazione e controllo?
• Livelli (del rischio, dei tassi, della volatilità): rispetto a quali standard? a fronte di quale interesse da garantire? con quale dinamica?

Come si vede non si tratta solo di evocare le “parole” (etica, trasparenza, livelli) ma di precisarne i contenuti effettivi. Come succede, ad esempio, con un concetto di moda in questi tempi di tentativi di uscire dalla crisi: exit strategy. Cosa significa? Ritornare ai tempi pre-crisi come se stessimo vivendo una sorta di “parentesi” (come il fascismo nella storia italiana, secondo la visione attribuita a B. Croce) oppure cogliere l’occasione della crisi per rimettere in discussione il modello socio-economico che ci ha portato alla crisi? Od altro?(esiste sempre una terza via!).

Da ultimo, ma di primaria ed essenziale importanza, vi è poi il Mercato (mai citato come “forma di mercato” per non correre il rischio che qualche studente del primo anno di economia inizi a recitare: mercato oligopolista, monopolista, monopsonista, etc. In sostanza diverse forme possibili e nessun “dio-mercato”). Una “legge naturale” più stringente della gravitazione universale od una “costruzione sociale”? Un interrogativo assolutamente “out”, ovviamente, nel periodo del fulgore del “liberismo senza regole”.

4. Qualche idea per affrontare la crisi

Partiamo da un dato essenziale: il mercato finanziario (specie nelle sue attività di scambio della moneta-merce e delle tante attività speculative ad esse collegate, non ultimi i famigerati “titoli tossici”, le mille forme di derivati, gli hedge funds ) è progressivamente diventato, dall’inizio degli anni ’90, il mercato più ampio e dinamico.

Sino al punto che il Sistema Finanziario da strumento della cosiddetta Economia Reale è divenuto il suo vero “padrone”, lo “Sviluppo” si è sempre più basato sull’indebitamento (la Cina produce e gli USA consumano!), i rischi finanziari sono diventati “un bene” oggetto di compravendita. Con il risultato che la Finanza, tipico gioco a somma zero sempre più vicino alle logiche dei Casinò, è sembrato che fosse in grado di creare ricchezza.

Al riguardo vale l’avvertimento di Stiglitz: “le banche (e le altre imprese finanziarie) non hanno né gestito né previsto i rischi. Li hanno creati e commercializzati”. E le tendenze in atto non sembrano tener conto di tale avvertimento; gli Stati infatti invece di estirpare le cause che hanno generato i rischi li stanno trasferendo dal settore privato a quello pubblico.

Se il dato di riferimento sopra descritto viene considerato una corretta interpretazione della realtà, ci sembra che le proposte recentemente avanzate da Loretta Napoleoni (La Morsa, Chiarelettere, ’09) siano sostanzialmente condivisibili. In particolare nei sette punti che sintetizziamo:

• almeno tre “follie” sinora accettate come “principi economici” (oltre a tutto coerenti con la “Teoria-Verità” di cui si diceva al primo punto!) vanno assolutamente rimessi in discussione: banche e società di assicurazione che si comportano come se fossero degli hedge funds, i consumi finanziati prevalentemente dai debiti, la commercializzazione dei rischi;
• salvo casi eccezionali immettere denaro fresco nelle banche in crisi ha ben poco senso: non è stata certo l’attività bancaria “normale” che ha prima portato al boom e poi allo scoppio della bolla, ma la partecipazione delle banche al Casinò Finanziario;
• i derivati non sono finanza sono roulette: vanno aboliti!
• gli Stati devono proteggere i cittadini, non le istituzioni che li hanno derubati!
• il settore bancario e finanziario non va “salvato”, va ri-regolato e ri-finalizzato!
• la via d’uscita (la cosiddetta exit strategy) non può che essere diversa dalle politiche sinora seguite!
• sembra essenziale per affrontare veramente i problemi della crisi ed in particolare quelli di una efficace exit strategy “uno Stato forte che sappia prendere dal liberismo, dal marxismo, dal capitalismo keynesiano strumenti ed idee per uscire dal pantano”

La prospettiva sopra indicata si può anche non condividere, nondimeno ci sembra che un qualsiasi percorso di uscita dalla crisi debba almeno:

• considerare la mano pubblica non più un problema bensì una risorsa strategica;
• intendere la crisi come occasione per ri-costruire un sistema di regole che orientino le dinamiche economiche e controllino efficacemente i comportamenti degli operatori;
• considerare il “sociale” come uno dei punti chiave dello sviluppo;
• sostituire lo slogan – Stato + Mercato con quello altrettanto discutibile ma ben più concreto + Stato (regolatore) + Mercato (regolato);
• affrontare una realtà sociale ed economica comunque sempre più globalizzata con punti fermi di maggiore solidarietà nazionale ed internazionale.

5. Qualche avvertenza a mò di non-conclusione

Innanzitutto occorre riflettere su alcune implicazioni di una exit strategy che non si riproponga una sorta di “ritorno” a prima della crisi-parentesi ma assuma traguardi di un sano riformismo che riesca a ricreare le condizioni essenziali di un’economia mista equilibrata. In particolare :

• i traguardi di crescita reale nel medio periodo che si potranno concretamente assumere dovranno essere decisamente meno ambiziosi di quelli che hanno caratterizzato gli anni ’90;
• la priorità della finanza dovrà essere decisamente rimessa in discussione a favore dell’economia reale;
• le “sfide reali” che si dovranno necessariamente affrontare saranno di estremo rilievo: occupazione, solidarietà sociale, energia-ambiente, clima, squilibri demografici e territoriali, etc.

In secondo luogo, per rimanere alla logica delle “parole”, sarà essenziale e non certo facile non assumere come “parolacce” alcuni concetti che rimangono riferimenti chiave anche in una prospettiva di ritorno ad un più equilibrato rapporto pubblico-privato. Non sono, non sono mai state, non dovranno essere considerate “parolacce”:
- flessibilità,
- concorrenza,
- competitività,
- imprenditorialità,
- efficienza.

In terzo luogo occorrerà fare una particolare attenzione a non farsi troppo condizionare da alcune “paure” che troppo spesso ci condizionano:

• la paura di essere presi per ottimisti, che rischia di prendere chi teme di passare per un ottimista senza troppo contenuto come l’attuale Pres. del Consiglio. “In questo momento siamo affetti da un grave attacco di pessimismo economico, non facciamoci troppo condizionare ed operiamo per invertire le tendenze” (Keynes, 1930);
• la paura di denunciare troppo crudamente la responsabilità delle imprese finanziarie, come va facendo da qualche tempo il Ministro dell’economia. “La caratteristica del capitalismo moderno è data dal processo di concentrazione … Il capitale reale diventa però capitale finanziario che rappresenta una forma astratta ‘che deforma le prospettive di sviluppo’”(Hilferding, 1909);
• la paura di dare o non dare troppa importanza all’economia:
“Guardiamoci dal sopravalutare l’importanza del problema economico, o di sacrificare alle sue attuali necessità altre questioni di maggiore e più duratura importanza. L’economia dovrebbe essere un problema da specialisti, come la cura dei denti (importante ma non da sopravvivenza). Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente che porta una competenza specifica ma circoscritta, come i dentisti, sarebbe meraviglioso!” (Keynes, 1930).

Il che ci consente di finire, senza concludere:
• “tutti sappiamo che gli economisti esistono per far fare bella figura a chi fa le previsioni del tempo” (Murdock, Sky).
• “Macroeconomista: un esperto che verrà a sapere domani perché ciò che ha previsto ieri non si è verificato oggi” (Anonimo, barzelletta).

Giorgio Giorgetti

Francesco Velo

Ciò che si prospetta, all’inizio del nuovo secolo, è un dibattito in divenire sulle forme con cui i sistemi economici e sociali potranno evolversi ed integrarsi, condividendo non solo valori e regole, ma anche una prospettiva comune.
E’ opinione ampiamente diffusa che questo trend non potrà che rafforzarsi: i problemi più gravi hanno dimensione mondiale e la soluzione a problematiche di così ampia dimensione non potrà che essere ricercata attraverso forme di cooperazione, concertazione ed unione.
L’analisi, contenuta in questo scritto, parte dal presupposto che l’applicazione di un approccio sussidiario ai problemi potrà guidare la transizione verso un nuovo ordine nazionale ed internazionale, aiutando il formarsi delle istituzioni di cui abbiamo oggi bisogno per orientare questo processo in modo virtuoso.

Istituzioni e strategia.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un fenomeno a cui, per semplicità, possiamo riferirci con il termine globalizzazione. In realtà non si trattava di una sola tendenza, un fenomeno unitario, ma di uno sviluppo determinato da più forze che agivano, ed agiscono, congiuntamente ed anche in antitesi fra loro. Il risultato di queste forze è complesso, e di difficile interpretazione.
Da un lato, si è cercato di darne spiegazione usando paradigmi teorici non più adeguati a cogliere la portata dei fenomeni in corso. Si è continuato ad usare l’espressione mercato ed internazionalizzazione, senza accorgersi che lo spazio competitivo stava progressivamente perdendo le caratteristiche di mercato, così come i flussi che una volta giustamente avremmo definito come “movimenti di merci, servizi e capitali da e verso l’estero” sfuggivano sempre più al controllo, ed alla comprensione, delle istituzioni come delle imprese. A livello macroeconomico, ciò ha comportato il progressivo indebolimento della capacità delle istituzioni nazionali ed internazionali di definire e far rispettare regole, monitorare comportamenti, agire tramite leve e meccanismi correttivi. A livello microeconomico, ciò ha portato a comportamenti sempre più instabili e speculativi da parte delle imprese, segnando non solo un maggiore orientamento al breve termine, ma anche un progressivo distacco da una visione strategica in materia di investimenti, soprattutto in conoscenza e ricerca. Come ricaduta, è diminuita la capacità di ricreare un circolo virtuoso fra organizzazioni, individui e società civile: un legame che, per svilupparsi, necessita di un orientamento al lungo periodo.
A livello nazionale e sovranazionale, è stata trascurata l’importanza di rafforzare (anche radicalmente) la componente istituzionale della strategia economica, quella che dovrebbe legare i sistemi economici e demografici alle imprese, pubbliche o private che siano, ed alla tutela del capitale umano di una nazione.
In questo quadro si comprendono le ragioni di fondo della limitata capacità di gestire l’economia, tanto più un momenti di crisi. Appare del tutto comprensibile la frustrazione di fronte al fatto che, nonostante ciò che già è stato fatto, nonostante interventi sempre più massicci nell’economia reale la crisi si stia oggi propagando, dai settori privati a quelli pubblici delle nostre economie. Ciò è dovuto al fatto che ancora è mancato un intervento risolutivo. Occorre che vengano definite regole e modalità con cui organizzare ed attuare tale intervento: il mondo è cambiato, ed occorre una nuova strategia. C’è una contraddizione che va risolta.

Stato e mercato, non in antitesi fra loro, possono trovare una nuova declinazione. Ciò implica un intervento strutturale per riallocare poteri e competenze. La situazione straordinaria che stiamo vivendo lo impone, ma lo impone ancor di più la possibilità che da questa transizione possa nascere un nuovo ordine economico e sociale mondiale.

All’interno di questo quadro, il problema da affrontare appare dunque quantomeno duplice. Da un lato emerge con urgenza la necessità di riorganizzare le istituzioni che potranno orientare il processo. Contestualmente, occorre avviare una riflessione sui contenuti politici, economici e sociali che potranno essere sostenuti, definendo una strategia di lungo periodo.
Nel frattempo, mentre si attende che un nuovo ordine economico e politico veda la luce, ogni intervento nell’economia, basato su schemi di riferimento anacronistici, non potrà che peggiorare il deficit delle finanze nazionali, con il rischio che tali interventi provochino ulteriori distorsioni nella concorrenza e nei mercati. A tal proposito un dubbio, sollevato sempre più frequentemente, riguarda l’effettiva capacità delle autorità nazionali di discernere fra interventi a sostegno di settori virtuosi, strutturalmente sani ma temporaneamente in difficoltà, ed interventi a favore di segmenti ormai maturi, destinati ad un declino irreversibile. Il rischio di agire in prospettiva antistorica, in assenza di una strategia, è concreto.
Ideali e strumenti
L’idea di un’unione di intenti fra popoli ha radici lontane. Una visione cosmopolitica del governo mondiale è rintracciabile già negli scritti di Kant, nella sua teoria della storia universale. Nelle sue parole la convinzione di come una costituzione civile, costretta all’interno di confini nazionali, appaia non in grado di risolvere questioni che riguardano l’umanità: un’associazione in grado di porre rimedio a tali dilemmi può nascere solo a livello internazionale.
L’Europa di oggi nasce su questo principio, e lo integra con la convinzione che il sostegno alle comunità e la tutela delle risorse locali possa arricchire, nella diversità, il suo patrimonio. L’Europa ha fatto della sussidiarietà non solo il proprio principio costituzionale fondamentale, ma uno dei valori sui quali istruire la propria azione di governo.
Da ciò, possiamo trarre alcune indicazioni sulle scelte che potranno essere intraprese: occorre in primo luogo individuare ed agire sulle leve che più agevolmente consentiranno di favorire la transizione verso un nuovo ordine, più stabile e democratico.
Per questo, prima di tutto, occorre fare chiarezza su alcuni punti. La crescita (o ripresa) economica non è un ideale a cui informare azioni e condotta. Essa è uno strumento, che può e deve essere posta al servizio di un ideale.
Ciò che è accaduto negli ultimi anni evidenzia quanto sia difficile che un mercato globale non governato (non liberale) possa autonomamente orientare l’azione individuale o collettiva. In un mercato liberale, punto sul quale si trova un’importante convergenza con il pensiero socialista, tale fine è determinato per il mezzo dell’espressione democratica della volontà dei cittadini e della politica.
Scriveva Einaudi nel 1945 che è vano pensare che la libera iniziativa degli imprenditori possa manifestarsi e crescere senza danno altrui in assenza di una crescita di pari intensità dell’attività pubblica, tesa a porre le condizioni oggettive ed i limiti necessari all’attività privata. Ciò vuol dire, ed è questo il punto su cui riportare ancora oggi la discussione, interrogarsi su quali limiti e regole porre sia al mercato sia all’azione dello Stato, e su come mantenere viva e rafforzare l’iniziativa individuale, nella convinzione che debba essere preservata la possibilità di tutti, in base al merito, di potersi migliorare.
E’ per questo che una declinazione moderna ed attuale dei concetti di Stato e mercato deve comprendere, per il primo, il giusto interrogativo su come articolare fra i nuovi livelli di governo le competenze e l’intervento pubblici. Vuol dire riconoscere l’esistenza sussidiaria di più livelli statuali, ed informare la discussione sulla valorizzazione delle potenzialità e possibilità di intervento, a ciascun livello. Definendo azioni comuni, delegandole ad autorità sovranazionali, e coordinando l’iniziativa a livello locale soprattutto nelle aggregazioni, regionali, che appaiono in prospettiva come gli elementi costitutivi della nuova Europa.
Se a livello regionale occorre riformulare e potenziare gli strumenti di concertazione sociale, a livello sovranazionale l’avvio di un percorso riformista appare quanto mai urgente. A fronte delle grandi crisi che avevano colpito nel secolo scorso l’economia mondiale, solo alcuni interventi si erano rivelati efficaci: erano quelli che promuovevano l’intervento statale o federale laddove l’iniziativa privata non era in grado di agire autonomamente. Non tutti i settori erano naturalmente eligibili: occorreva identificare le priorità strategiche, ed avviare i progetti in grado di ricostituire le maglie profonde dei sistemi economici in crisi.
Per l’Europa, oggi, tali ambiti strategici sono rappresentati in primo luogo dai settori dell’ambiente, dell’energia e dell’alta tecnologia, nelle sue componenti industriali e di servizio. E’ in questi settori che prioritariamente potranno essere concentrati investimenti e risorse, proprio in virtù della loro capacità di agire da volano per lo sviluppo generalizzato del sistema economico europeo. In tali ambiti, progetti stanno oggi già vedendo la luce e possono essere rafforzati.
I progetti di rilancio economico ed investimento richiedono di affrontare subito la questione del loro finanziamento. La crisi fiscale in corso sta obbligando le nazioni europee ad affrontare simultaneamente la necessità di finanziare nuova spesa, e di dover far fronte ad un crollo delle risorse provenienti dalla fiscalità. Una soluzione, non praticabile, è l’emissione da parte dei singoli paesi di debito pubblico. Tale alternativa porterebbe indietro il sistema. Le leve sulle quali agire sono altre. Per prima cosa, come già avvenne negli anni ’30 negli Stati Uniti, è necessario ricongiungere istituzionalmente la raccolta delle risorse e le decisioni in merito alla loro destinazione. Per gli Stati Uniti ciò aveva implicato la riforma del Federal Income Tax; per l’Europa, oggi, ciò si traduce nell’opportunità di potenziare il bilancio dell’Unione. Come secondo punto, è necessario indirizzare le risorse degli investitori istituzionali verso progetti infrastrutturali di lungo termine, sottraendoli dalle logiche di breve termine che governano i portafogli finanziari. Terzo punto, essenziale, è il lancio di una politica di incentivi agli investimenti privati. Non è questa la sede per affrontare a fondo il problema, ma è chiaro che l’interesse per un ritorno ad un orientamento al lungo periodo nelle scelte strategiche è condiviso dalla società civile organizzata, dalle istituzioni pubbliche e private, dai territori, dalle imprese e dagli individui. In questo ultimo punto si ricongiunge la necessità, che è oggi priorità non solo economica ma sociale, di tutelare il lavoro. Tutela del lavoro, del sistema delle imprese, del funzionamento e della trasparenza dei mercati sono aspetti, in questo quadro, di un unico problema, e come tali vanno considerati. Essi costituiscono un unico fronte: un sistema di equazioni la cui soluzione non può essere determinata che simultaneamente.

Relazione
Luigi Fasce

“Noi, nella nostra debolezza,
in questa minoranza che siamo
non possiamo vincere,
perché è il potere che vince sempre.
Noi possiamo al massimo convincere.
Nel momento in cui convinciamo, vinciamo,
cioè determiniamo una situazione di trasformazione
difficile da recuperare.”
(Franco Basaglia)

Convincere?, certamente,
però è necessario, prima,
essere fermamente convinti
dell’utilità politico-sociale
dell’oggetto del convincimento
e poi, diffusamente convincere.
(Luigi Fasce)

Premessa
Per prima la precisazione indispensabile per non avere malintesi in merito, per me
il riformismo socialista resta quello della sua definizione originaria: via non rivoluzionaria e comunista ma, appunto “riformista” verso la modifica del capitalismo in senso socialista.
Per quanto riguarda il sistema valoriale che sottende il socialismo valgono pur sempre libertà, uguaglianza e fraternità. A cui si possono aggiungere, visti i tempi, laicità e ecologia. La laicità per ribadirlo alla chiesa cattolica e a tutti gli atei devoti odierni, e difesa dell’Ecologia quale necessaria integrazione alla Giustizia Sociale.
Per quanto riguarda l’amletico dubbio se l“esiste ancora la destra e la sinistra”, mi sembra il dubbio di chi a sinistra ha perso stella polare, bussola e sestante.
Che dire poi ultimamente degli sforzi per tentare di sostituire le tradizionali coppie guida di “uguaglianza e libertà” con quelle più “moderne” di “Decisione/responsabilità”, “esclusione/inclusione”, “logica dello sviluppo/cultura”. Possibili utili integrazioni ma all’interno dei due cardini portanti di libertà-uguaglianza.
Poi, con tutto il rispetto per Ruffolo che vuole “sostituire l’ideale della crescita (ndr del sistema capitalistico) con quello, più realistico di ”equilibrio”, correlazione”, “trascendenza”, mi sembra indicazione di ben poca utilità per il Lavoro ai fini di poterla spuntare sul Capitale.
Lo stesso dicasi per gli otto obiettivi interdipendenti indicati qui sotto da Latouche della a-crescita (ex decrescita prima “felice” poi “serena”) , che traduco in “crescita ponderata” con lo slogan “consumare meno, consumare meglio”:
1) rivalutazione;
2) riconcettualizzazione;
3) ristrutturare;
4) ridistribuire;
5) rilocalizzare,
6) ridurre;
7) riutilizzare;
8) riciclare.

Anche l’apprezzabile approdo alla “Politica della non-violenza” degli ex compagni rivoluzionari, ma come si potrà mai riuscire “pacificamente” ovvero gradualisticamente, a ridurre alla ragione il Capitale ? a riformare il modello economico capitalistico ?
Eravamo già andati avanti fino agli anni 70 su questo obiettivo, ora invece siamo regrediti al tempo della prima rivoluzione industriale e forse peggio per l’indistinguibilità dell’antagonista, “il Capitale”, fattosi “Macchia Nera”.
Perché attualmente come dice Harvey, la cupola elitaria della classe degli straricchi a livello mondiale ha strettamente in mano le leve del potere degli Stati ma anche delle istituzioni internazionali nate dalla Bretton Woods (Banca Mondiale Fondo Internazionale e WTO), istituzioni nate come regolatrici del mercato mondiale e che invece si sono trasformate i “cani feroci del liberismo”, mentre l’ILO è stato costretto al sonno profondo.
Sono dunque fiero sostenitore dell'economia mista di cui al Manifesto Liberalsocialista di Guido Calogero e Aldo Capitini (1941), di cui al Manifesto Socialdemocratico di Bad Godesberg (1959) e soprattutto di quanto prescrive la nostra Carta Costituzionale.
Per cui, aziende, beni e servizi pubblici sono beni della comunità che hanno finalità sociali ed ecologiche e dunque senza finalità lucrative così come invece finalità lucrative possono avere le imprese private agenti sul libero mercato, sebbene che tali attività non possano essere in contrasto con dignità umana e società.
Sono i criteri della gestione di aziende, beni e servizi pubblici che devono prevedere managerialità, capacità organizzative, qualità e efficienza-efficacia e magari essere anche migliori di quelli della gestione dei privati. La scuola di alta burocrazia francese lo testimonia.
Occorre dunque contrastare in radice la vulgata neoliberista, fattosi pensiero unico nell’ultimo ventennio, per l'unico modello economico sarebbe soltanto quello del mercato privato, senza regole statali e, soprattutto senza la presenza diretta dello Stato in qualsivoglia ambito di interesse pubblico strategico, tanto industriale (energia, siderurgia, cantieristica, ecc.) tanto dei pubblici servizi (comunicazione, trasporti, autostrade, welfare municipale, ecc.).
Tra il modello economico-sociale e modello comunista (fatalmente anche sociale e politico) che prevede “tutto allo stato in nome del popolo” e il modello economico liberista (fatalmente anche sociale e politico) “tutto al privato in ossequio all’individuo”, riprendere la via socialdemocratica, occorre riproporre con ferma determinazione il modello di economia mista che in Europa è stata realizzata felicemente fino agli anni ottanta. Dobbiamo mantenere e consolidare il nostro welfare universale statale (Scuola e Sanità pubblica). Dobbiamo restituire agli Enti Locali il governo del welfare municipale e di tutti i beni e servizi di pubblica utilità. Modello europeo che Rifkin ritiene essere sogno da esportare nel resto del mondo, anche negli USA considerato che l’antico sogno americano del tempo del Far West nell’ultimo ventennio si è oramai trasformato in incubo.
Come è mai stato possibile arrivare alla quasi totale egemonia nel mondo del liberismo ce lo spiega Harvey.
“È possibile quindi interpretare la neoliberalizzazione come un progetto utopico finalizzato a una riorganizzazione del capitalismo internazionale, oppure come un progetto politico per ristabilire le condizioni necessarie all'accumulazione di capitale e ripristinare il potere delle élite economiche.”(D. Harvey)

La restaurazione del potere di classe: percentuale del reddito nazionale percepita dallo 0,1 per cento più ricco della popolazione dei Stati Uniti, Regno Unito e Francia dal 1913 al 1998.

Fonte: Task Force on Inequality and American Democracy, American Democracy in an Age of Rising Inequality.

Il crollo della ricchezza negli anni settanta: percentuale della ricchezza nazionale detenuta dall'1 per cento più ricco della popolazione USA dal 1922 al 1998.
Fonte: Duménil e Lévy, Crise et sortie de la crise.

L'attacco al lavoro: salari reali e produttività negli Stati Uniti dal 1960 al 2000.
Fonte Pollin, Contours of Descent.
David Harvey, “Breve storia del neoliberalismo: Neoliberalism”, Il Saggiatore, Milano 2007.

Grafici inequivocabili che fotografano la nostra sconfitta dopo gli ultimi 20 anni di politiche neoliberiste che hanno dilagato nel mondo, Europa ma anche in Italia in totale dispregio della nostra Carta Costituzionale
- tanto in senso generale di cui al comma due (redatto da Lelio Basso) dell’

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.>
- tanto più specificatamente all’
Art. 41.

Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.>
L'ultimo comma dell’art.41 che è stato totalmente ignorato.
E' infatti accaduto che anche la sinistra cosiddetta riformista si sia lasciata soggiogare dal pensiero unico neoliberista che ha preteso di privatizzare tutto il possibile e liberalizzare anche il non liberalizzabile, quali i beni e i servizi a monopolio naturale. Ad amici degli amici sono stati così assegnati in permanenza monopoli naturali che non possono avere per loro natura alcuna dinamica concorrenziale.
Il suggello del programma liberista in Italia, complice anche l’Unione Europea, è stata la
Legge 6 agosto 2008, n. 133
“Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria"
e specificatamente Art. 23-bis.
“Servizi pubblici locali di rilevanza economica.”E in corso d’opera (leggi Compagnia delle Opere) la predazione del nostro welfare universale: scuola pubblica e sanità, mentre per quanto riguarda il comparto assistenziale è già quasi tutto in mano al “privato” cattolico.

Dunque percorso lungo e tutto in salita che ci prenderà almeno qualche legislatura perché si possa fare il recupero del modello di economia mista, modello di grande equilibrio tra pubblico e privato che dal dopoguerra fino agli anni 90 ha garantito il benessere alla stragrande maggioranza dei cittadini europei.
Ma a condizione che il PSE, meglio sarebbe il Partito Socialista Transnazionale, con collante ideologico laico liberalsocialista ecologista, si faccia interprete e promotore del necessario nuovo modello economico.
Su queste basi, un fortissimo ruolo propositivo dovrà avere l’Internazionale socialista sullo scenario ONU nella individuazione di regole da porre obbligatoriamente ai mercati finanziari, ma anche da porre, altrettanto obbligatoriamente, vincoli lavorativi, sociali e ecologici alle corporation multinazionali.

Le responsabilità dei socialisti in Europa e in Italia
In quanto liberalsocialista non posso che essere soddisfatto per la lunga stagione del riformismo per i diritti civili e i diritti sociali, che abbiamo realizzato qui in Italia negli ultimi 40 anni, soprattutto negli anni 60 per la riforma della scuola media unificata (diritto sociale); propugnatori di laicità dello Stato, di riformismo liberale per tutela di diritti civili e allargamento della sfera di vecchie e nuove libertà individuali: legge sul divorzio legge sui consultori familiari e legge sull’aborto, legge 180 chiusura dei manicomi e apertura capillare di servizi di salute mentale sul territorio (“l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha giudicato questa legge la migliore formulata in Occidente” Galimberti), infine la legge 833/78 welfare universale che ha concretizzato il diritto sociale alla salute (art. 32 Costituzione), nei fatti il secondo migliore servizio sanitario nel mondo dopo la Francia.
Per quanto riguarda più specificatamente del riformismo socialista: sono memore e fiero dello sviluppo delle partecipazioni statali in settori strategici dell’economia, e gestione pubblica di rilevanti istituti bancari di interesse nazionale, in ambito economico: nazionalizzazione energia elettrica, legge 300 statuto dei lavoratori … poi, di riformismo socialista, più nulla.
Dopo gli anni 90 si è chiusa la fase anche del riformismo liberale (abbiamo avuto assai di recente anzi un forte arretramento per quanto riguarda la legge 40 sulla fecondazione assistita e insuccesso del relativo Referendum) e si è avviata la fase del controriformismo liberista: svendita di pezzi ottimi di imprese Iri, liberalizzazioni di monopoli naturali come Ferrovie e Autostrade pagate con denaro pubblico ottenuto dalle tasse degli italiani, e poi, liberalizzazione, parola magica per assegnare ai privati il monopolio dell’insieme del welfare municipale consegnato alla mano pubblica da parte dei liberali fin dai primi del novecento e gestito dai Comuni direttamente o indirettamente. In poche parole dagli anni ottanta, e il processo è tutt’ora in atto, si è avviata la campagna controriformista liberista per liquidare il riformismo socialista.
E si sono cominciati a sentire da parte di qualche socialista di spicco alcuni segnali d’allarme.
“Io stesso, insieme a Enzo Bettiza, nel 1979, ho pubblicato un libro dal titolo Lib-Lab (Liberal-Laburist, secondo la formula inglese) …. . Ma un conto è essere liberali, un conto è essere liberisti. Un conto è accettare il mercato, immaginando tuttavia che la politica debba temperare gli eccessi quando
Altra cosa è capovolgerne il significato, quasi che riformismo significhi superare o modificare lo Stato sociale (conquistato con decenni di lotte) in senso capitalista.” (Ugo Intini 2000)
Tamburano a un nostro convegno di alcuni anni orsono qui a Genova ebbe a dire “Il riformismo o è socialista o non è”, dalla lettura dell’antologia sul riformismo di Paolo Sylos Labini e Alessandro Roncaglia abbiamo potuto distinguere che i riformismi di sinistra sono almeno due: riformismo liberale e riformismo socialista. Quello di destra si dovrebbe definire controriformismo liberale quando sul fronte dei diritti civili approva leggi che restringono invece di dilatare le libertà individuali e controriformismo neoliberista quando in campo economico approva leggi che restringono diritti del lavoro e diritti sociali. Variando non di molto la frase di Tamburano si può meglio dire che oramai, dopo la fine dei regimi comunisti “Il socialismo è riformismo socialista o non è.”
Senza socialismo ovvero riformismo socialista non ha più senso neanche la sua forma organizzativa, il Partito. Purtroppo in Europa negli ulti 30 anni siamo arrivati al punto di non avere neanche più la missione del riformismo socialista, la scelta progressiva fatta agli albori del ‘900 di Ernest Bernstein rispetto a quella rivoluzionaria leninista. Fortunatamente come vuole la ruota della storia, il riformismo socialista può finalmente timidamente ripartire con il Manifesto EuroSocialista di Madrid dello scorso 1 2 dicembre 2008.
Questo convegno vuole essere un utile contributo per il progressivo, ma radicale programma del riformismo socialista applicato al campo economico.
Sul fronte del welfare universale che come socialisti abbiamo realizzato adeguatamente in Italia: scuola statale e sanità pubblica, dobbiamo prima, resistere agli subdoli attacchi della chiesa cattolica e poi proporre politiche di fortissimo consolidamento e sviluppo.
Sul fronte del riformismo socialista in campo economico dobbiamo invece colmare vuoti, ripristinare presidi in passato lasciati sguarniti e adeguare l’azione riformista socialista in ambiti prima impensabili fuori dal solco della nostra tradizione, vedi la questione ecologica e demografica.

Riformismo socialista e nuovo modello economico
Per entrare maggiormente nel vivo e cercare di dare risposte come ci viene richiesto dal titolo del convegno avvio il discorso con le parole di Massimo L.
“ Il socialismo moderno è sorto per rispondere a tre esigenze:
1.lottare contro le forme di società che privano gran parte degli individui dei beni materiali e spirituali per sviluppare in modi "umani" la propria personalità;
2.organizzare e mobilitare gli strati sociali privati in parte o in tutto di questi beni;
3.dare alla società indirizzi di governo per pervenire a una distribuzione delle risorse che impedisca a una parte di costruire il proprio benessere sul malessere altrui.
Storicamente questi obiettivi sono stati interpretati e applicati nel Novecento in due maniere diverse:
1. l’una radicale intesa ad agire mediante la rivoluzione, la dittatura e l’abolizione della proprietà privata;
2.l’altra con le riforme, la democrazia, il ricorso al potere pubblico per regolare il mercato, impedire un uso predatorio delle risorse prodotte a favore degli strati privilegiati, varare istituzioni in grado di proteggere i più deboli e di promuoverne il miglioramento non contingente delle loro condizioni.
I critici del socialismo anche democratici fanno carico a questo di aver perseguito forme accentuate di statalismo economico con il potenziamento del "sistema misto".
Sennonché questo tipo di statalismo - è il caso di ricordare - è stato il prodotto di una tendenza che ha largamente dominato il secolo, tanto da essere stato fatto proprio anche da governi liberaldemocratici e fascisti.
I governi socialdemocratici e laburisti ne hanno rappresentato una variante orientata a scopi umanistici e sociali.
La via comunista è andata incontro ad un fallimento;
quella socialdemocratica ha ottenuto grandi risultati, l'opinione pubblica chiede "una sterzata a sinistra". Sennonché non la vuole posta sotto il segno del socialismo. Osservando la debolezza dei partiti socialisti e dei sindacati ritiene che i soggetti atti a farsene carico possano essere piuttosto i movimenti di base, le associazioni, le organizzazioni non governative ovvero "la società civile" (e a opporre al ruolo dei partiti socialisti quello della società civile sono anche Lloyd e Giddens).Qui sorge la questione di fondo. E' possibile attuare una sterzata a sinistra senza farlo dalle sedi del potere politico, senza disporre delle leve del governo? Chi può mai accedere al potere e al governo se non i partiti? E quale il contenuto di quella sterzata se non la ripresa e il rilancio degli obiettivi propri dei partiti socialisti democratici: fare leva sugli interessi colpiti, offrire loro un referente politico organizzato, affidare al potere pubblico il compito di regolare con obiettivi sociali il mercato (anche con le liberalizzazioni quando queste valgono a colpire rendite di posizione), avendo come stella polare una più giusta distribuzione delle risorse così da conseguire importanti valori e un ordine civile più umano? (Salvatori - Ecco perché il socialismo non può morire - 5 settembre 2006)

E ancora, eravano nel 2004, “La mia persuasione è che un soggetto che voglia incorporare troppo componenti tenderà, in termini di cultura politica, a trovare accordi fondati a livello astratto sulla genericità e a livello concreto sul comun denominatore stabilito e persino imposto dalle componenti più moderate. E, infatti, fino a che si tratta di stabilire un accordo basato genericamente sul riformismo e sulla democrazia non nascono problemi; quando invece si entra nel merito del tipo di riformismo e di democrazia, delle scelte politiche da compiersi allora emergono i nodi.”(Salvatori – Ma io non voglio morire centrista)

Il titolo del convegno non lascia dubbi di quale riformismo trattasi, e di quale nodo si voglia qui sgrovigliare ma anche, se nodo gordiano, eventualmente tagliare. Impegno ambizioso ma necessario senza il quale restiamo senza l’anima stessa del socialismo liberaldemocratico. Perché il riformismo socialista non ha altro alveo che quello liberaldemocratico e la sua missione non altrimenti quella di riformare il capitalismo.

Titolo dunque che prevede metodo e oggetto della ricerca come segue:
a) riformismo socialista, metodo specifico della nostra tradizione, necessario per incidere gradualmente sui processi economici e sociali;
b) economia capitalista, l’oggetto di analisi critica a cui si riconducono tutti gli altri analoghi concetti come mercatismo o turbocapitalismo, sviluppo… economico, crescita … economica, produzione … economica, economia di … mercato; termini tutti quanti figli dell’ideologia neoliberista, “pensiero unico” di questi ultimi venti anni, che pare ora, se non ancora definitivamente morta, finalmente in agonia. In estrema sintesi trattasi pur sempre di capitalismo l’oggetto di analisi critica da cui è partito Marx, in contrapposizione del quale ha fatto sorgere dal filone del materialismo storico l’ideologia socialista, la lotta di classe e l’organizzazione di partito.
Invece noi liberalsocialisti abbiamo rintracciato le radici del socialismo nel pensiero liberale. Ma l’oggetto del conflitto resta identico, capitale contro lavoro.
E’ nel questo solco della tradizione socialista che dobbiamo assolutamente riuscire a trovare la chiave socialista per rispondere utilmente alla crisi economico-finanziaria attuale e se il nostro sforzo si rivelerà efficace, saremo riusciti finalmente, dopo lunga eclissi quasi trentennale, a far risorgere dal riformismo socialista il modello di economia del terzo millennio.
A questo proposito ci viene ancora in aiuto Salvadori (da “Ma io non voglio morire centrista”) di cui riporto testualmente quanto segue.
«Premesso che la morte del comunismo, il quale aveva perduto ogni rapporto con il cammino per il miglioramento possibile della condizione umana contribuendo immensamente al trionfo del capitalismo, è da considerarsi come presupposto necessario del rilancio del socialismo, ecco quali costituiscono a mio avviso i tratti essenziali di una politica socialista:
1. l’assunzione della nuova questione sociale, come problema che tocca in maniera centrale l’insieme dei rapporti umani;
2. l’opposizione di principio all’idea – che costituisce l’anima del capitalismo attuale – secondo cui la distribuzione dei beni prodotti non può che avvenire in base ai meccanismi del mercato, governato da rapporti di forza alla cui piramide stanno oligarchie nazionali e internazionali, che spontaneamente tendono all’irresponsabilità sociale e politica;
3. la valorizzazione come criterio guida primario del fatto che chiunque non disponga delle risorse naturali e materiali – che soltanto consentono di diventare un soggetto in grado di leggere l’alfabeto del mondo in cui vive e di svilupparsi al livello che consente di non restare o di precipitare nella marginalità sociale – è ridotto a non persona;
4. la lotta per la ripresa nei paesi avanzati dei diritti sociali e per la loro diffusione nei paesi arretrati, dove lo sfruttamento indiscriminato costituisce sia un fattore di abbrutimento umano sia la causa di facili profitti, motivo di concorrenza sleale e di caduta dell’occupazione per i lavoratori dei paesi avanzati;
5. il rilancio internazionale delle politiche del welfare (che si potranno riformare quanto si vuole, ma che richiedono pur sempre uno spostamento adeguato di risorse dai ceti alti a quelli bassi);
6. il primato delle politiche sociali e del ruolo dei governi democratici sui meccanismi del mercato,in opposizione alla pretesa che i governi debbano essere al servizio del mercato e del mondo degli affari;
7. il recupero di un impulso etico che si ponga in totale contrasto con il dilagante spirito predatorio degli strati ricchi che, mediante la corruzione e l’uso spregiudicato del potere finanziario, non esitano a esercitare una permanente violenza sociale, diretta a garantire loro livelli di reddito abnormi e tale da mettere in luce l’esistenza di una vera e propria patologia morale.»

Ultima seguente rilevante considerazione di Salvatori, quella che ci costringe ancora adesso a questo lavoro di nicchia cultural politico, se teniamo conto che sono riflessioni fatte nel 2004 al tempo … lontano lontano dell’Ulivo.

«La via da seguire è quella che porta insieme e alla ripresa della funzione autonoma della sinistra e alla costruzione delle indispensabili alleanze ai fini della sconfitta del centro-destra …
E’ la via che dovrebbe indurre i Ds, per i quali il consenso sembra crescere nel paese, a mantenere saldo il collegamento con la socialdemocrazia internazionale, a contribuire alla ripresa culturale e ideale di questa, a porsi come perno della ricomposizione della sinistra italiana nelle sue varie componenti (e infatti solo se i Ds resteranno fermi nel loro ancoraggio alla sinistra i neocomunisti potranno essere indotti ad un dialogo critico, che potrebbe portarli in una prospettiva non lontana a una ricomposizione su basi socialiste).»

Sappiamo chiaramente ora che le scelte di Veltroni sono invece andate nella direzione opposta e sappiamo anche altrettanto chiaramente bene i suoi esiti nefasti per la Sinistra e soprattutto per il Paese Italia. Sappiamo anche che Franceschini persevera sulla stessa linea.
Quello che scrive Salvatori sembra un manifesto sintetico solo da attuare, sebbene con qualche aggiunta, ed in particolare sui diritti di quarta generazione, quelli dell’ecologia. Tra i punti, tutti condivisibili, ce n’è uno, il punto 2, indicato come “l’anima del capitalismo” che intendo affrontare qui andando oltre, come dice Salvatori, “l’opposizione di principio”, ma con una concreta proposta di riformismo socialista, in fortunosa coincidenza dell’attuale fallimento del modello economico-finanziario neoliberista.
«Adesso i neoliberisti hardcore pregano, questuano e supplicano per ottenere la grazia di quegli interventi dello Stato e di quelle sovvenzioni multimiliardarie con il denaro dei contribuenti che, fino a quando i profitti abbondavano, erano condannati come opera del diavolo (…) Non i lavoratori, non i socialdemocratici o i comunisti, non i poveri e i beneficiari dell’assistenza sociale, ma i boss delle banche e i top-manager dell’economia mondiale chiedono che lo Stato intervenga per salvare l’economia da se stessa.» (U. Beck, I convertiti allo Stato interventista, “La Repubblica”, 29 marzo 2008 Riportato da Pellizzetti – La quarta via).
Per non ritrovarsi dopo gli stessi capitalisti sul groppone dei lavoratori occorre incidere a fondo.
In analogia con i trapianti d’organo, si tratta di “operazione di prelievo” dell’anima capitalista dell’impresa e di porre al suo posto l’anima socialista, con complessa ma risolutiva “operazione di trapianto”.
Programma di riformismo socialista certamente impegnativo e da attuare gradualmente, le imprese sono tante e svariate, grandi, medie, piccole, piccolissime e per ognuna di esse ci vuole il giusto “trapianto”.
Per riuscire in questo intento come socialisti dobbiamo recuperare le migliori esperienze sorte nel solco del socialismo, quale principalmente il cooperativismo, ma anche acquisire altri modelli che diversi autori internazionali, vado ora per titoli, successivamente a questo convegno da sviluppare: “economia senza capitale” (Onken), “associazionismo terzo settore”, “economia associativa” (Archibugi), e dunque costruire un'economia democratica, sociale, ecologica e solidale.
Ho citato solo questi esempi dai filoni antichi a quelli moderni e proiettati nel futuro in special modo nel Sud America, utili per il nostro l’approfondimento, ben sapendo, che in questo campo, come dice Ruffolo, esiste una smisurata gamma.
E nonostante l’indicazioni di questi utili esempi, ci resta pur sempre ancora da prospettare la nostra ipotesi. Ipotesi che non può prescindere dalla questione centrale che ci interessa come socialisti, quella del conflitto di potere tra capitale e lavoro. Senza avere sciolto questo nodo originario,
- pur importandoci assai (secondo nodo mai sciolto almeno in Italia) della partecipazione dei lavoratori alla cogestione (Mitbestimmung) dell’azienda, la nostra Costituzione, mai applicata, recita all’ Art. 46
;
- pur importarci moltissimo (terzo nodo da sciogliere) come lavoratori e cittadini del mondo che l’economia capitalista da dissipatrice di risorse naturali, inquinante l’ambiente quasi al punto di non ritorno, si converta in “Economia verde” (la tutela ecologica è stata sancita dal Manifesto Eurosocialista di Madrid del dicembre 2008),
- tuttavia, senza riformismo socialista, il modello di economia, quello attuale, resterà immutato nel tempo: egemonia incontrastata del capitale mondializzato sull’asservito mercato del lavoro globalizzato.
Ricordiamolo, è il Lavoro il capitale vivo, umano, la reale fonte di ogni tipo di produzione lavorativa, non il capitale morto, il denaro.
A questo riguardo: “Sarebbe allora il tempo, come ho già sostenuto, di rovesciare la centralità del problema economico spostandola dal capitale al lavoro e finalmente scoprire che la vera ricchezza delle nazioni non è fissata dal denaro e dagli interessi di mercato, prodotti con le più spericolate operazioni che lanell´ampio senso di attività umana, di capacità dell´uomo di apprendere e applicare le sue conoscenze ai procedimenti di produzione e di consumo.” (Guido Rossi da La Repubblica del 29 maggio 2009 dal titolo Lo spirito ambiguo della ricchezza.) Riprenderò in seguito al punto 5 una fondamentale “ricetta” di Guido Rossi per imbrigliare l’imbizzarrimento del turbocapitalismo globalizzato.
vengono messi in pericolo valori umani e sociali. Un conto è vedere nel mercato un bene assoluto e totalizzante, cui la politica deve sempre inchinarsi. Una cosa è perseguire il riformismo nella sua impostazione originaria e corretta come una via non rivoluzionaria e comunista ma, appunto “riformista” verso la modifica del capitalismo in senso socialista. Salvatori, a mio avviso alquanto significative per la messa a punto di un progetto socialista per un partito di ispirazione socialista di cui qui vogliamo indicare contorni, contenuti e percorsi. fantasia degli operatori inventa, ma è fondata soprattutto sul lavoro, inteso questo

Così, fermo restando, così come stanno le cose, l’attuale egemonia assoluta del capitale resterà immutabile nel tempo, considerando la pressione che proviene dalle masse dei diseredati del terzo e quarto mondo, dove la crescita demografica sembra inarrestabile nonostante calamità naturali, carestie, malattie, genocidi, guerre.
“L’Onu avverte: in mezzo secolo (dal 2000 al 2050) la popolazione mondiale crescerà del 50%.
Da 6.115.367 del 2000 a 9.149.984 nel 2050 con incremento del 49,6%
• Russia 116 milioni con decremento -20,8%
• Giappone 102 milioni con decremento di -19,8%
• Germania 70.500.000 con un decremento di – 14,1%
• Italia 57 milioni con decremento - 0,09%
• Cina un miliardo e 417 milioni con un incremento di +11,9%
• Francia 67 milioni con un incremento di +14,4%
• Spagna 51 milioni con incremento +17,3%
• Regno Unito 72 milioni con incremento di +22,9%
• Brasile 219 milioni con incremento di +25,5%
• Sudafrica 59 milioni con incremento +26,6%
• Messico 129 milioni con incremento di +29,6%
• Argentina 51 milioni con incremento di +37,9%
• Stati Uniti 404 milioni con incremento di +40,3%
• Indonesia 288 milioni con incremento di +40,4%
• Canada 45 milioni con incremento +44,7%
• Iran 97 milioni con incremento di +45,0%
• Turchia 97 milioni con incremento +46,5%
• Marocco 43 milioni con incremento +47,7%
• Australia 29 milioni con incremento di 49,8%
• India 1 miliardo e 600 milioni con un incremento di 54,8%
• Bangladesh 222 milioni con incremento di +58,1%
• Egitto 130 milioni con incremento di +84,6%
• Pakistan 335 milioni con incremento +126,3%
• Nigeria 289 milioni con incremento di 131,6%
• Etiopia 174 milioni con incremento di +165,3%
• Congo 148 milioni con incremento di +190,2%
• Tanzania109 milioni con incremento di +220,7%
(fonte Cecilia Scaldaferri Il Venerdì di Repubblica del 3 aprile 2009)
Sempre Scaldaferri,
sviluppo, i quali passeranno dai 5,6 miliardi odierni a 7,9 miliardi.
Il contributo maggiore verrà da 9 Stati in particolare, che da soli saranno responsabili della metà dell’incremento demografico fra il 2010 e il 2050: Stati Uniti, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Tanzania, Bangladesh, Cina e India, che supererà l’attuale capolista cinese con 200 milioni di persone.
In occidente, invece, si avrà uno scarso incremento (dagli 1,23 miliardi correnti a 1,28), dovuto soprattutto ai flussi migratori, senza i quali i Paesi industrializzati scenderebbero a 1,15 miliardi di persone. Secondo le previsioni del Fondo Onu per la Popolazione (Unfpa) ogni anno 2,4 milioni di individui, provenienti in maggioranza da Messico, Cina, India, Filippine e Pakistan, si dirigeranno verso Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Italia e, in seconda battuta, Germania, Australia e Francia. Lo scenario, però è legato al previsto calo della fertilità nei Paesi in via di sviluppo: se così non fosse, avvertono gli esperti, nel 2050 ci troveremo a fare i conti non con nove ma con undici miliardi di individui.>
Trovo sconcertante dopo avere visionato questi dati che sia solo Giovanni Sartori a vaticinare, come moderna Cassandra, che la madre di tutte le disgrazie umane, ecologiche e sociali presenti e future è la dilagante crescita della popolazione mondiale.
Gli attuali quasi 7 miliardi di essere umani che sono disseminati su tutto il nostro globo terracqueo hanno concentrazioni talmente alte in alcuni territori fortemente depressi che è pressoché impossibile arginare la pressione che queste fameliche masse sottoproletarie che stanno già riversandosi nel mondo occidentale. Mentre anche quelle che restano sui propri territori sono forze lavoro sfruttate, ancor di più di quanto non lo fossero gli schiavi d’America, dalle multinazionali, né occidentali né orientali bensì extra territoriali.
Sono esterrefatto che tutti gli autori, massimamente economisti, che come ricercatore bricoleur ho consultato in questi ultimi 10 anni, ma anche recentissimamente dopo il crollo di Wall Street (sono passati solo 6 mesi circa), nelle loro analisi dopo crisi a nessuno è venuto in mente di inserire nello scenario dell’economia mondiale anche la variabile crescita demografica mondiale. E’ mai pensabile considerare l’economia variabile indipendente dal resto del mondo ecologico, persone viventi con cultura, costumi, religioni, animali, natura (clima, vegetazione, risorse minerarie, scorie, rifiuti). Né Harvey che in quanto a dati e tabelle comparativi non scherza in denunce del neoliberismo, né i nostrani come Ruffolo, Loretta Napoleoni, Guido Rossi, il qui presente Gianni, nessuno cita, mentre fa analisi e propone soluzioni, l’impennata demografica destinata a salire vertiginosamente mentre siamo già ora alla crisi economica mondiale.
In verità ho recentemente rintracciato Amartya Sen, Autore di fama internazionale (premio Nobel nel 1998), a mia conoscenza l’unico tra gli economisti di grande internazionale che non ignora la questione demografica. Anzi, per Sen, “non è un problema di nutrire 6 oppure 9 miliardi di persone.” (Intervistata a Sen di Grégoire Laurence Caramel La Stampa mercoledì 10 giugno 2009) Sfamare 9 miliardi di persone, ma con quale governo mondiale ciò potrà essere reso possibile? Come se i 9 miliardi di persone poi si accontentassero solo di una ciotola di riso … a quando la macchina ? Sen pare non sapere che la spirale del bisogno di beni cresce, non so dire se in maniera esponenziale, ma cresce e la produzione di questi beni inquina, distrugge gli alberi del nostro finito pianeta.
Dobbiamo forse aspettare che il calo demografico avvenga per estinzione causa deforestazione planetaria come è avvenuto, in scala minima, per gli abitanti dell’isola di Pasqua ?
Speriamo che anche sul problema demografico mondiale – solo Sartori insiste a dire che è la questione demografica la madre di tutti i restanti problemi – qualche importante personaggio di levatura mondiale si metta finalmente a fare un imponente lavoro di divulgazione-sensibilizzazione analogamente a quanto ha fatto Al Gore per porre all’attenzione del mondo il molto probabile rischio, in tempi relativamente brevi, di catastrofe ambientale.
Non Gorbaciov, che ha già enormemente dato per la democrazia in Russia, e per la pace mondiale riducendo di molto l’angosciante rischio per l’umanità di una guerra totale mediante l’uso dell’armamentario atomico disseminato sopra e sotto l’intero globo terraqueo. Pare che anche Obama adesso convenga sulla necessità di riavviare la descalation atomica bloccata dallo stolto guerrafondaio, il piccolo Bush.
Un nuovo modello di economia globalizzato urge avviare programmi per la decrescita della popolazione mondiale in special modo nelle zone estremamente sovrapopolate, estremamente povere, malate e analfabete.
Se la politica non vuole parlare apertamente di programmi per la diminuzione demografica di queste particolari zone del mondo, ebbene, informazione giornalistica odierna messa in grande rilevo tanto da “Il Corriere” tanto da “La Repubblica”, la “mano invisibile del mercato” è già nell’immediato alacremente al lavoro per sfoltire la popolazione mondiale.
"L'aumento dei malnutriti è un problema globale" - nota la Fao. Tutte le regioni del mondo infatti sono state colpite dall'aumento dell'insicurezza alimentare, compresi i Paesi sviluppati dove la denutrizione riguarda 15 milioni di persone, per un aumento del 15,4% sul 2008. La Fao si sofferma nel dettaglio sulle aree maggiormente colpite: L'Asia e il Pacifico, la regione più popolosa del mondo, ospita il numero maggiore di persone denutrite (642 milioni), per un aumento del 10,5% sul 2008. L'Africa Subsahariana ha la maggior percentuale di denutrizione in relazione alla sua popolazione (265 milioni, il 32% sull'intera popolazione e con una crescita dell'11,85 sul 2008). Il maggior aumento percentuale del numero di persone denutrite nei Paesi in via di sviluppo si è verificato nella zona del medio Oriente e del Nord Africa (42 milioni, +13,5%). L'America latina e i Caraibi, l'unica regione che negli ultimi anni aveva mostrato segni di miglioramento, hanno anch'essi visto un netto aumento della denutrizione (53 milioni, +12,8%). La maggioranza dei poveri e degli affamati nel mondo è costituita dai piccoli contadini dei paesi in via di sviluppo. Ciò nonostante, essi hanno il potenziale non solo per garantirsi la propria sussistenza ma anche per accrescere la sicurezza alimentare e stimolare una più vasta crescita economica. Per rendere effettivo questo potenziale e ridurre il numero di persone vittime della fame nel mondo, i governi, assistiti dalla comunità internazionale, devono proteggere gli investimenti di base nel settore agricolo, in modo da garantire ai piccoli contadini l'accesso non solo a sementi e fertilizzanti, ma anche a tecnologie più adatte, infrastrutture, schemi di finanza rurale e mercati" - ha affermato Kanayo F. Nwanze, Presidente del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD).
I poveri che vivono nelle città si troveranno ad affrontare i problemi maggiori legati alla recessione globale, in quanto la riduzione della domanda di esportazioni e degli investimenti diretti esteri si ripercuoterà presumibilmente in maniera più pesante sui lavori urbani. Ma anche le aree rurali non verranno risparmiate.
Milioni di persone emigrate nelle città si vedranno costrette a tornare nelle campagne, con conseguenti pressioni sulle condizioni dei poveri residenti in tali aree"
Non occorrono dunque tempi lunghi per aspettare che qualcuno cinicamente si incarichi di diradare drasticamente la popolazione mondiale tanto con l’uso cruento delle bombe atomiche (piano pensato già da Kissinger negli anni 70), tanto con la maniera più subdola dell’arma batteriologica.

Urge davvero mettere mano a un programma mondiale dell’ONU che in contemporanea preveda:
- una crescita economica ponderata e selettiva;
- passare alle fonti energetiche pulite e rinnovabili;
- graduale decremento demografico;
- l’arresto dello sfruttamento disumano;
- bloccare l’asfissia atmosferica;
- al disarmo controllato-bilanciato degli armamenti nucleari
- ad attuare la decontaminazione nucleare.

A noi socialisti risorgenti del terzo millennio compete il compito di contribuire sollecitamente a risolvere tutti quanti questi epocali problemi inimmaginabili al tempo del sorgente moderno socialismo del 900.


Ordunque, nel solco del riformismo socialista 7 idee forza da realizzare, la prima propedeutica alle altre che inficia alla radice il cardine portante del pensiero liberista, poi la seconda e la terza, due nodi antichi lasciati insoluti e infine le tre successive post-moderne di nuovissimo conio a guidarci per il nuovo modello di economia per il terzo millennio:

1) l’assunto liberista della competitività (egoismo individuale) - quale motore del mercato si è dimostrato falso, mentre invece l’assunto basilare socialista, quello della cooperazione (basata si è dimostrato valido;
2) proporre immediatamente l’attuazione della cogestione (Mitbestimmung) delle grandi fabbriche e di rimettere in agenda (prima dell’opposizione nel Paese poi in Parlamento e infine al Governo i processi di democrazia industriale di cui all’art. 46 della carta costituzionale;
3) riproporre il progetto socialdemocratico per cui gradualmente il lavoro si impadronisce del capitale;
4) Modello economico integrato territoriale
5) Democrazia di comunità: integrazione di democrazia rappresentativa con Partecipazione democratica dei cittadini
6) Governo mondiale di finanza e economia
7) Programma mondiale di denuclearizzazione

1) Mercato: competitività contro cooperazione
Per un minimale sviluppo del discorso a suffragare la tesi del primo punto ricorro alle mie residue conoscenze di psicologo.
La psicologia politica, come del resto la psicologia in generale, è stata pressoché ignorata dalla sinistra. Salvo essere utilizzata da “guru” della pubblicità a cui si è fatto ricorso malamente nel corso di questi ultimi 20 anni anche per le campagne elettorali. Proprio nel periodo in cui si è affermata la supremazia del leader di partito rispetto all’ideologia del partito. Proprio nel periodo del massimo ostracismo all’ideologia e il massimo di osanna al leader del partito a-ideologico. Si potrebbe riderne se non fosse vero. Questo uso contrabbandato della psicologia politica è stato disastroso per la sinistra.
Ma la peggiore critica che si può fare alla sinistra è quella di avere ignorato la psicologia politica a proposito della teoria dei bisogni. Il turbocapitalismo della destra neoconservatrice ha la sua vorace convenienza a incentivare il consumo purchessia, ad attizzare i bisogni relativi come li chiamava Keynes o bisogni competitivi, termine che piace di più a Ruffolo, ovvero beni da rincorrere perennemente mai soddisfacibili. Tentatore di parte la pubblicità televisiva, questa si che ha saccheggiato la psicologia per fini quasi sempre ingannevoli, comunque diseducativi, a volte perfino corruttivi.
Nessun governo di sinistra e neppure nessuna associazione per la tutela del consumatore si è mai preoccupata di fare campagne di serio contrasto alla pubblicità che alimenta diffusamente controproducenti bisogni competitivi, effimeri o superflui.
Ma anche volendo predisporre efficaci campagne di contrasto al consumo infinito di inutili “bisogni competitivi” (ma anche di quelli fisiologici come sono le patatine condite con particolari sostanze – appetizer . che creano dipendenza), per poter orientare e difendere il cittadino-consumatore occorre conoscere l’intera gamma dei bisogni umani. A questo serve la piramide dei bisogni concepita nel 1954 da Maslow. Tra il 1943 e il 1954 lo psicologo statunitense Abraham Maslow concepì il concetto di "Hierarchy of Needs" (gerarchia dei bisogni o necessità) e la divulgò nel libro Motivation and Personality del 1954.
Questa scala di bisogni è suddivisa in cinque differenti livelli, dai più elementari (necessari alla sopravvivenza dell'individuo) ai più complessi (di carattere sociale). L'individuo si realizza passando per i vari stadi, i quali devono essere soddisfatti in modo progressivo. Questa scala è internazionalmente conosciuta come "La piramide di Maslow". I livelli di bisogno concepiti sono:
• Bisogni fisiologici (fame, sete, ecc.)
• Bisogni di salvezza, sicurezza e protezione
• Bisogni di appartenenza (affetto, identificazione)
• Bisogni di stima, di prestigio, di successo
• Bisogni di realizzazione di sé (realizzando la propria identità e le proprie aspettative e occupando una posizione soddisfacente nel gruppo sociale).
Oggi, perché no, in epoca post new age, al vertice della piramide, si potrebbe collocare anche il “bisogno” spirituale” da non confondersi con conformismo religioso o peggio ancora con l’ateismo devoto.
E pur tuttavia, riguardando indietro il periodo tra l’anno 1943 e il 1954, sono stati tempi duri per la psicologia, avversata da comunismo e da cattolicesimo. Per il comunismo: psicologia serva del capitalismo. Per il cattolicesimo: potenziale concorrenza nell’ambito spirituale che sconfina come noto nella psiche. In greco non a caso anima corrisponde a psiche.
Mentre da tempo il capitalismo USA se ne è avvalso in tutti i campi ma in special modo in quello dell’impresa.
E in effetti, volendo considerare Taylor psicologo del lavoro, il capitalismo USA se ne è servito assai efficacemente tanto quando ha addestrato nel giro di pochissimo tempo un imponente esercito per affrontare la seconda guerra mondiale, tanto quando ha creato, emblema di una epoca, la fabbrica fordista.
La psicologia è stata dunque pressoché ignorata, anzi avversata dalla sinistra.
Eppure la psicologia del lavoro poteva essere proficuamente messa al servizio del lavoro, come gli sparuti psicologi dell’ENPI hanno dimostrato qui in Italia tra gli anni sessanta e gli anni ottanta fino all’istituzione del SSN.

Due rimandi dunque che possono essere anche considerati come semplice appendice a questo discorso. Centrale invece al nostro discorso il terzo esempio tratto recentemente da ricerche in ambito organizzativo e di psicologia aziendale secondo cui si è arrivati alla conclusione generale che

Si è verificato infatti che contribuire, concorrere, cooperare, dare un contributo in un’attività collettiva.>Dando ragione a Dewey quando affermava che il progresso di una società, non dovrebbe misurarsi sulla base dell’incremento del prodotto lordo, come vuole ad esempio l’economia politica, ma in termini di organizzazione sociale. I tre punti cardine del pensiero di Dewey sono

E a sigillo di quanto sopra vedasi (R.Sennett, L’uomo artigiano)
Parrebbe dunque inficiato il principio di competitività che ha ispirato e imposto, assieme al mistificante “diritto del consumatore”, la legislazione mondiale e, purtroppo, anche quella europea e italiana. Falso dunque il detto che la concorrenza è l’anima del mercato.
Su queste basi siamo ora in grado di proporre in campo economico di passare dalla filosofia della competizione liberista alla filosofia della cooperazione socialista. Segnalo che Alfred Adler, l’autore che ha individuato i sentimenti di superiorità e di inferiorità, dello stile di vita individuale, il padre dell’équipe medico-psicopedagogica, facente parte con S. Freud del primo gruppo psicoanalitico viennese, era socialista e già parlava ai primi del ‘900 di conflitto nell’uomo tra il sentimento sociale e predominio personale.

Poi molto tempo dopo, negli anni 70 siamo giunti alla rivoluzione culturale psicoanalitica, quando ancora gli AA si occupavano non solo dell’ “individuo”, ma anche della Società.

Una citazione di un solo Autore per tutti: Erich Fromm con “Avere o Essere ?”, “Fuga dalla Libertà” e “Psicoanalisi della società contemporanea”. Messaggi profetici di novella Cassandra del tutto impotenti - per quello che è sopraggiunto, paradossalmente, nel periodo successivo: l’egemonia dell’Avere e del fondamentalismo religioso.
Fonti psicoanalitiche rinsecchite anch’esse dal neoliberismo in combinata perversa teocon di questo ultimo trentennio regressivo e oscurantista e pur tuttavia ancora preziose e  utili adesso, volendo,  per tornare a cercare di capire l’Uomo e la Società.

Tempo al tempo, mettiamola in positivo, come dice la psicoanalisi: regredire per progredire. Ora indubbiamente siamo in fase regressiva, sta a noi preparare la fase progressiva.
Per la parte psicologica mi pare che questi accenni siano più che sufficienti per ripensarci sopra, rimando invece assolutamente all’approfondimento della piramide dei bisogni perché sarà molto utile quando dovremo parlare di decrescita – o come dico io “crescita ponderata” per cui vale lo slogan “consumare meno, consumare meglio” - perché la decrescita sia effettivamente felice, e quando dovremo parlare di “green economy”. Questioni assolutamente interconnesse al nuovo modello di economia che dobbiamo far sorgere nel prossimo futuro nel solco del vecchio e nuovo riformismo socialista.

2)Democrazia industriale
Passiamo ora alla seconda questione, quella della democrazia industriale quella della cogestione che è stata attuata dalla socialdemocrazia tedesca e che in Italia è rimasta lettera morta in questi 60 anni nonostante l’articolo 46 della nostra Carta costituzionale la preveda espressamente. Non è servito in passato granché l’esempio di Germania e di Svezia. Negli anni 60-80 i nostri sindacati sempre cinghia di trasmissione di qualche forza politica, hanno ritenuto più conveniente la contrapposizione frontale. Poi c’era sempre lo Stato a mediare. Forse che possiamo ritenerci campioni di “responsabilità individuale e collettiva” ? La cogestione di una impresa presuppone giusto questa virtù. D’altronde sappiamo bene che non è mai stata fatta nessuna legge regolativa di cui al comma due dell’art. Art. 39.“Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.” Eppure, malgrado il grave ritardo dobbiamo riprendere il discorso, forti delle confortanti considerazioni di “Paolo Sylos Labini: la cogestione e la riforma del capitalismo”, che riporto testualmente per l’estrema significatività delle argomentazioni.
Dopo nove anni di crescita, sia pure a velocità non uniforme, l’economia americana – la locomotiva dell’economia mondiale – è entrata in una fase di recessione. Nove anni sono molti; la grande depressione, che iniziò nel 1929, fu preceduta da una crescita durata pure a lungo anche se non così a lungo – sette anni.
Ogni fase espansiva dell’economia è trascinata da industrie che s’innovano e che ottengono extra-profitti determinando una spirale positiva negli investimenti e nei consumi aggregati – negli anni venti troviamo imprese di pubblica utilità, a cominciare da quelle dell’elettricità, e l’automobile; oggi troviamo le nuove tecnologie spinte dall’informatica. Ogni volta, anche durante le espansioni di più breve durata, si innesca una speculazione di borsa, che ad un certo punto, come si suol dire, va oltre il segno. Questa volta negli Stati Uniti gli eccessi speculativi sono stati accompagnati, e poi aggravati negli effetti negativi, da imbrogli colossali e da falsi in bilancio compiuti dai manager di grandi imprese, che spesso hanno avuto complici grandi società di certificazione; l’intento era di occultare le perdite, sperando per il meglio; ma il meglio poi non è venuto. Quando le perdite sono emerse ci sono stati massicci licenziamenti e, quel che è peggio, è risultato che i principali manager, sapendo prima degli altri che la nave stava per affondare, si sono salvati in tempo, attribuendosi assai cospicuo prebende. Hanno gravemente sofferto e tuttora soffrono i risparmiatori piccoli e medi – alcuni anche assai facoltosi – e i dipendenti licenziati. Tutto ciò negli Stati Uniti ha suscitato indignazione, spesso genuina, a volte ipocrita; tutto ciò ci deve indurre a riconsiderare le vie per riformare il capitalismo industriale. La rapacità e l’avidità dei grandi manager del nostro tempo rendono inadeguate le più spietate descrizioni che Karl Marx faceva dei capitalisti del suo tempo. Non solo la vita economica, ma l’intera vita sociale risulta inquinata.
E’ chiaro che le progettate riforme delle società per azioni e di quelle di certificazione e degli organi di controllo non bastano. Occorre tornare a riflettere sulla cogestione, ricordandoci che si configura in varie forme e che per una sua attuazione che entri in profondità e raggiunta l’estensione socialmente significativa occorrono tempi lunghi, poiché la gradualità è indispensabile.
Può la cogestione ridurre drasticamente gli abusi dei grandi manager ?
Si, per motivi evidenti: la cogestione evita il diaframma fra lavoratori e consiglio di amministrazione – i lavoratori stessi contribuiscono ad amministrare l’impresa e in tal modo gli abusi diventano ardui. In tutto ciò i meccanismi di mercato restano intatti.
La cogestione crea le premesse per stabilizzare ad alto livello l’occupazione – spingendo la quota dei disoccupati a livello di attrito – per Meade, come per Weitzmann, un economista americano che più di recente ha elaborato proposte di partecipazione, in via complementare occorrono misure per stabilizzare anche il reddito dei lavoratori.
Dunque, tra gli effetti positivi della cogestione, due hanno particolare rilievo: la drastica riduzione degli abusi dei manager e la riduzione al minimo delle fluttuazioni dell’occupazione dipendente. Con la cogestione diviene necessaria una riforma generale del mercato del lavoro, a cominciare dalle regole sui licenziamenti, come mette in evidenza, in una nota breve e acuta apparsa nel numero di giugno 2002 della rivista Aprile, Pier luigi Sorti. L’autore richiama l’articolo 46 della nostra Costituzione, che riguarda il principio della cogestione, e ricorda che oramai non è lontana l’approvazione di una legislazione che stabilisce l’applicabilità a tutta l’Unione europea di tale principio. Aggiunge poi: “La non subalternità del lavoro rispetto al capitale è un principio che ha trovato cittadinanza piena nella tradizione liberale, in quella sociale cattolica (almeno dalla “Centesimus annus” in poi) e nella sinistra, che lo ha sempre considerato il paradigma della sua analisi economica e sociale”.
La cogestione riguarda le imprese relativamente grandi, organizzate come società per azioni. Forme particolari di cogestione sono concepibili per le imprese medie, che spesso sono le più dinamiche. Per le imprese piccole e molto piccole, che in Italia prevalgono, la cogestione, per così dire, è nelle cose: in un’impresa formata da dieci persone tutti i lavoratori partecipano in qualche modo a tutte le decisioni. In tali imprese lo stesso concetto di “lotta di classe” sembra difficile da utilizzare; anzi, usarlo può apparire perfino ridicolo. Per la piccole imprese si tratterà d’introdurre norme capaci di rendere più certi i rapporti. In queste imprese diviene essenziale il sostegno fornito da distretti bene attrezzati,in primo luogo per la ricerca applicata e poi per semplificare al massimo gli adempimenti amministrativi e fiscali delle imprese – occorre creare in ogni distretto uno sportello “attivo”, che si assuma tutte le incombenze burocratiche, in modo da lasciare ogni impresa alle prese col solo “mercato”, ossia coi concorrenti e coi consumatori. Se le grandi società per azioni hanno certi vantaggi sotto l’aspetto organizzativo e sotto l’aspetto della ricerca e delle innovazioni tecnologiche, le imprese medie e piccole, nelle quali la personalità dell’imprenditore conta, spesso rappresentano il capitalismo dal volto umano; le grandi imprese possono rientrare in questa categoria attraverso la cogestione.
La ricerca applicata deve assumere un ruolo di rilievo in tutte le imprese – quella di base e quella libera spettano all’università e ad enti pubblici. La ricerca può contribuire in modo decisivo a porre fine al problema dell’alienazione che, in configurazioni diverse, ha accompagnato tutta l’evoluzione del capitalismo, caratterizzato, come finora è stato, dalla contrapposizione fra lavoro di direzione e gestione da un lato e lavoro esecutivo dall’altro. La via maestra per superare tale contrapposizione sta nella cogestione e in uno spazio crescente lasciato alla ricerca applicata, per promuovere nei modi più diversi la partecipazione dei lavoratori alle decisioni riguardanti l’introduzione di nuove tecnologie, stimolando l’”apprendimento attraverso il fare” (learning by doing) e organizzando seminari periodici aperti a tutti i lavoratori. Percorrere questa via significa, fra l’altro moltiplicare progressivamente le mansioni gratificanti e quindi non alienanti.
L’alienazione, messa già in evidenza critica da Smith ben prima di Marx, ha finora contrassegnato il capitalismo. Lo ribadisce negli anni ’50 anche Erich Fromm in ”Psicoanalisi della società contemporanea”. In prospettiva, la fine dell’alienazione può significare la fine del capitalismo così come lo abbiamo finora conosciuto.>(Nota di Paolo Sylos Labini apparsa su l’Unità del 25 luglio 2002.)
Come si può constatare questa mia relazione è composta finora da una serie di significative scopiazzature di articoli e libri apparsi in questi ultimi anni e però mi chiedo cosa diavolo leggevano i nostri cari leader della sinistra, moderati socialisti ed ex comunisti. Non potevano copiare anche loro ?

3) il lavoro si compra l’anima del capitalismo.
Dobbiamo ritornare a pensare a forme imprenditoriali in cui il lavoro si appropri del capitale. Non espropriazione violenta ma pur sempre di espropriazione del capitale da parte del lavoro e a maggior ragione oggi al tempo del “capitale finanziario dissolvente”. Inutile oramai cercare il padrone delle ferriere in carne ed ossa. In pratica il padrone lo è diventato l’ambiguo gestore dell’azienda, l’amministratore delegato. A che serve conoscere l’azionista di riferimento, le azioni vanno su e giù indipendentemente che ci sia utile o perdita di utile aziendale (la cedola azionaria si stacca solo una volta l’anno) che dia o no dividendo. Il grosso dei guadagni o delle perdite è mera speculazione borsistica. Ovvero l’equivalente del gioco d’azzardo che si fa al Casinò, tanto di Stato tanto di bisca illegale clandestina. Ma diversamente del gioco al Casinò questo gioco d’azzardo borsistico non è avulso da effetti anche disastrosi per l’impresa economica reale. Lo abbiamo visto recentemente.
Occorre dunque da parte dei lavoratori (operai, colletti bianchi, quadri, dirigenti) mettere le mani sul capitale.
Basta con tutto il potere al capitale e nessun potere al lavoro come è avvenuto in questi ultimi venti anni nel modo intero.
Proprio mentre mi accingevo a scrivere questa proposta di cui sono convinto da tempo suffragandola di esperienze del passato non troppo recente, è apparsa la notizia, io l’ho letta su “La Stampa”, dell’accordo Chrysler. Che dopo i vari tira e molla che prevede in definitiva (dopo che Obama ha risanato con soldi pubblici (provenienti da debito estero e tasse ai cittadini USA) i conti della vecchia gestione l’attuale assetto societario sarebbe “Al Sindacato dei lavoratori titolare del Fondo Pensioni (UAW – United Autoworker) il 55%” del pacchetto azionario, il 20% (con possibilità di arrivare gradualmente al 35%) alla FIAT e restante al Tesoro USA Governo di Ottawa.
Potremmo dire dal nostro angolo visuale socialista e senza alcuna ironia: di bene in meglio ! Prima in Germania ci si accontentava della Cogestione dei lavoratori socialdemocratica, ma restava “padrone” pur sempre il capitalista privato (sappiamo di che tipo di padrone nell’era del capitalismo finanziario), ora negli USA (paladini del neoliberalismo) il pacchetto azionario maggioritario è mano ai lavoratori, risultato: mezzi di produzione in mano ai lavoratori e loro presenza nel consiglio di amministrazione. Che sia Marchionne Amministrazione delegato a fronte di un 20% di capitale è irrilevante, essendo scelta di “eccellenza manageriale”.
La proprietà è passata dal capitalismo finanziario diffuso al capitalismo concentrato nelle mani dei lavoratori. Il tutto garantito dallo Stato. Solo che si tratta dello Stato USA quello che fino al passato recente del piccolo Bush era campione di neoliberismo spinto.
La notizia del primo accordo è passata quasi sotto silenzio pur con qualche eccezione come Radio 24. Anche Lucia Annunziata nella sua trasmissione di domenica 3 maggio 2009 ha sollevato la questione – ospiti a “In mezzora” (RAI 3 ore quattordici e trenta) Vendola e Ferrero – e Ferrero come era logico – o comunismo o morte - si e dichiarato fermo oppositore, mentre Vendola ha glissato spostando la questione sui possibili pericoli di chiusura degli stabilimenti di Arese. Mi pare che entrambe le risposte non abbiamo soddisfatto Lucia Annunziata.
Poi, ho cercato di monitorare i possibili commenti di opinionisti specializzati su giornali e TV, più niente che io abbia rilevato.
Poco importa che i detrattori di questo evento citino che poi in seguito la Fiat arriverà al 55% del capitale azionario. Si può immaginare che con il 40% del capitale azionario in mano ai rappresentanti dei lavoratori la Fiat potrà delocalizzare gli stabilimenti Chrysler in terra americana a suo piacimento ?
Chissà se Ferrero ora ha qualche cosa da obiettare visto che negli USA siamo arrivati ai mezzi di produzione – questione centrale del marxismo – di proprietà del lavoratori. Negli USA – è tutto dire – nel giro di poco tempo siamo passati dal modello economico ancarcocapitalistico al modello socialdemocratico preconizzato in Svezia negli anni ’70.
Ed è su queste basi che si deve ritornare a fare riformismo socialista in economia. Il lavoro si deve comprare il capitale. Proprio quello che si stava per fare, come accennavo sopra, in Svezia, poi abortito non senza colpe interne alla socialdemocrazia svedese ma soprattutto per colpa delle forze soverchianti esterne dei poteri plutocratici mondiali in allora facenti capo a Washington.
Ben lo sappiamo oramai, il piano Rehn Meidner degli anni 70 che aveva questo preciso obiettivo non ha mai visto la luce. Stroncato sul nascere. Anche la classe alta capitalista svedese ha dato libero sfogo ai suoi “istinti animali” quando si è trattato della difesa della propria esistenza.
A fronte di questa “paranoica” interpretazione delle cause di quanto è in effetti successivamente avvenuto, Harvey ci ha offerto le precedenti “radiografie” che suffragano l’ipotesi del famigerato disegno delle élite plutocratiche mondiali.

Proprio nel periodo in cui … “In Svezia, per esempio, quello che divenne noto come prometteva letteralmente di rilevare gradualmente le quote di proprietà delle imprese e di trasformare il paese in una democrazia di lavoratori-azionisti. Ma al di là di questo, stava diventando palpabile la minaccia economica alla posizione delle classi dominanti. In quasi tutti i paesi una delle condizioni previste dall’assetto del dopoguerra era che si ponessero dei freni al potere economico delle classi più alte e si concedesse alla forza lavoro una fetta assai maggiore della torta economica. Negli Stati Uniti, per esempio, la percentuale del reddito nazionale percepita dall’1 per cento che si trovava in testa alla scala delle entrate precipitò dal 16 per cento dell’anteguerra all’8 per cento scarso della fine della Seconda guerra mondiale, e si assestò più o meno su quel livello per quasi trent’anni. Finché la crescita era forte, questa limitazione sembrava accettabile. Ricevere una percentuale fissa di una quantità complessiva crescente è una cosa, ma quando negli anni settanta la crescita si interruppe, i tassi di crescita reali divennero negativi e dividendi e profitti divennero generalmente irrisori, allora le classi alte si sentirono ovunque minacciate. Negli Stati Uniti la ricchezza (distinta dal reddito) controllata dall’1 per cento più facoltoso della popolazione rea rimasta relativamente stabile per tutto il XX secolo, ma negli anni settanta subì una caduta precipitoso mentre il valore dei patrimoni (azioni, proprietà, risparmi) crollava. Le classi più alte dovevano muoversi con decisione, se volevano evitare di essere annientate politicamente ed economicamente”
Il discorso continua con l’esempio del colpo di stato in Cile di per fare comprendere bene il significato di quel “muoversi con decisione”.
Bisogna pur ammettere, seppure con grande costernazione, che la cupola mondiale plutocratica neoliberista-teocon con epicentro USA è riuscita bene nel suo intento. Con il Washington consensus (1) è riuscita nell’arco di circa un trentennio a imporre il suo pensiero egemone sull’intero pianeta.
Questo ed altro dice in maniera disarmante David Harvey. Ed è comprensibile che la cupola plutocratica, classe egemone dei super ricchi mondiale sia riuscita a imporre il neoliberismo negli USA è facile da capire, il cui “sogno americano” – sottofondo culturale di rapacità legittimata dalla religione evangelica radicato fin dal tempo dei pionieri inglesi che con carabina e Bibbia, pronti a conquistare territori massacrando tutti i pellerossa che si trovavano sul loro cammino. Né più né meno peraltro di quanto abbiano fatto gli spagnoli nel Sud America per il predominio territoriale ed economico mediante sterminio di massa.
Abbiamo dovuto aspettare molto per qualche denuncia riparatoria con film come “Piccolo uomo”, “Balla con i lupi” e per quanto riguarda l’America del Sud con il film “Mission”.
Con costernazione occorre anche ricordare che il PSE in questo ultimo ventennio si è guardato bene dal contrastare il rinascente neoliberismo che sebbene non poteva essere più cinico e crudele di quello ottocentesco si è pur tuttavia esteso come peste economica in ogni angolo del mondo.
Azzardo, forse insicurezza dovuta a poca o nulla convinzione della validità dell’ideologia socialdemocratica ? E ciononostante, invece di dichiarare l’avvenuta morte della socialdemocrazia si è astutamente pensato da parte della nostra massima dirigenza di convertirsi al liberismo mediante percorsi camuffati da terze vie e così facendo spartirsi le spoglie dell’economia di stato e di tutto quanto attiene beni pubblici, welfare statale e municipale.
Perché questo si è realizzato in questi ultimi anni.
Ben poco scandalo ha fatto Gerhard_Schröder diventato dirigente maximo della società (Ngep) del gruppo statale russo Gazprom — con stipendio massimo, privatizzata subito dopo il crollo del sistema dell’URSS e poi, a ben ripensarci, ricondotta nell’alveo della mano pubblica.
La stessa critica vale per l’Internazionale Socialista, che a proposito della nazionalizzazione-cogestione dei lavoratori della Chrysler non mi risulta abbia espresso alcun apprezzamento.
Occorre un piano strategico socialista europeo che gradualmente faccia passare di mano le azioni del capitale di una impresa polverizzato nelle borse mondiali ai lavoratori di questa impresa. Si bloccherebbero così due fondamentali effetti nefasti per i lavoratori: il rischio di delocalizzazione e quello della speculazione borsistica. A coloro che sono scettici sulla capacità dei lavoratori di gestire una azienda c’è solo da dire che mentre il manager prima non rispondeva più al capitalista in carne ed ossa - che non c’era più - e faceva politiche di corto respiro badando solo al suo utile (stipendio e buona uscita anche in caso di fallimento magari programmato da se stesso) con un padrone concretamente radicato nell’azienda il detto manager non potrà esimersi di fare l’interesse complessivo dell’azienda stessa, pena licenziamento senza faraonica buona uscita.
Dopo di questo che ritengo il colpo letale sferrato all’anima nera del capitalismo si può pensare in economia anche a una gamma di altre possibili opzioni.
Opzioni che cercherò di indicare ma soltanto all’interno un quadro legislativo statuale di riferimento che preveda come da carta costituzionale un modello di economia mista - la più verde che si può: con l’uso di energie rinnovabili per quanto più è possibile, con riciclo a rifiuti zero. Legislazione che stabilisca quanto ha da essere programmato e gestito dalla mano pubblica, tanto a livello nazionale e sovranazione (sto pensando tanto per cominciare alla U.E.) tanto a livello locale e quanto, liberamente, dal “privato”.
Area di libero mercato privato che noi liberalsocialisti ci proponiamo di incrementare con la creazione di soggetti imprenditoriali con determinate caratteristiche, ovvero, che possibilmente sia dei lavoratori, che comunque l’impresa sia cogestita, e ripeto, con finalità sociali e uso privilegiato delle energie rinnovabili.
C’è dunque da riprendere tutte le possibili forme societarie, cooperativistiche e associazionistiche che meglio si attagliano alle medio-piccole imprese e a quelle micro imprese anche individuali che riteniamo oggi estremamente preziose per fare fitta rete sul territorio e che devono operare in filiera corta.
Dobbiamo come socialisti propugnare forme societarie che consentano realmente ai lavoratori di essere padroni della loro azienda. Non come ora che le cooperative sono in mano a una cupola che le gestisce in maniera padronale.
Poi infine, risolto il feroce conflitto secolare tra capitale e lavoro sarà bene cominciare a pensare che la FIAT cominci a produrre più pale eoliche, mini pannelli solari per case, casette, fattorie e per camping (le tende nello sterminato deserto dei Tartari della Mongolia ne sono già fornite e alcuni monasteri del Buthan pure).

GLOCALE
I corni estremi della globalizzazione e del localismo non possono che essere interconnessi e dunque occorre che siano anche sistemi coerentemente virtuosi

4) Modello economico integrato territoriale
Concertazione tra enti, istituzioni locali e aziende private per l’attivazione di laboratori territoriali;
in generale per puntare sulla produzione a filiera corta badando a privilegiare la produzione di beni materiali e immateriali utili: se non decrescita almeno che sia crescita ponderata il cui slogan potrebbe essere “consumare meno ma consumare meglio”;più specificamente, per quanto riguarda la questione energia, occorre prevedere preliminarmente piani di risparmio e puntare sulle rinnovabili eolico/solare situabili diffusamente in diverse aree geografiche puntare all’indipendenza energetica del singolo cittadino/nucleo familiare.
Si tratta in definitiva di adottare il criterio liberalsocialista che privilegia la rete territoriale rispetto alla forte concentrazione industriale, come può esserlo una centrale nucleare che necessita di grandi investimenti finanziari in mano alle attuali, incontrollabili, ristrette oligarchie capitalistiche sovranazionali.
Eppur tuttavia, presupposto necessario perché il progetto territoriale produca i suoi effetti positivi, come dice Pellizzetti, occorre una profonda riorganizzazione della Pubblica Amministrazione a tutti i livelli.
Uno specifico “punto di rete” territoriale da evidenziare, quella delle Fondazioni Bancarie che il loro statuto speciale le configura come “personalità giuridiche senza finalità di lucro” che come ci ricorda bene Zagrebelsky
“… la Corte costituzionale che ne ha precisato il «posto istituzionale» che compete loro, ascrivendole alla sfera delle «libertà sociali» Esse - è stato detto - appartengono a una dimensione della vita collettiva che non si lascia ridurre alla «grande dicotomia» di cui parlava Norberto Bobbio, tra il pubblico, come gestione autoritativa di interessi collettivi, e il privato, come libero perseguimento di fini d´interesse individuale. In breve, si tratta (a) di soggetti giuridici privati, (b) espressione di auto-organizzazione sociale, (c) dotati di un proprio patrimonio, gestito in modo non speculativo, (d) operanti per la cura d´interessi non politici ma, ugualmente, generali o collettivi, delle comunità di riferimento, al di fuori di qualsiasi intento o scopo di lucro. Né stato né mercato, ma socialità.”
e dunque coerentemente dovrebbero non solo fare parte del laboratorio progettuale territoriale, ma soprattutto finanziare prevalentemente imprese senza fini di lucro con finalità sociale e sviluppo e salvaguardia dell’abbiente già radicati e da radicare sul territorio.
Dopo che la realtà ha sbugiardato il dogma liberista delle doti autoregolatrici del mercato ora sarebbe anche il caso di ricredersi sul fatto che privato è bello (organizzato, efficiente-efficace) mentre il pubblico è brutto (disorganizzato inefficace-inefficace). Siamo arrivati al peggio qui in Italia da quando stati accolti come geniali i criteri di “efficacità” propri del modello sanitario (privato) USA. Fortunatamente la Galbanelli a Report ha cominciato a denunciare questa perversione disumana e anche antieconomica. Eppure bastava andare qui vicino a Nizza per verificare l’ottimale organizzazione ospedaliera e non solo ospedaliera della Pubblica amministrazione francese.
A proposito di PA anche in questo caso si è introdotto il modello “competitivo” per cui tutti contro tutti e dunque clima avvelenato per tutti invece di puntare sul lavoro (si diceva una tempo) d’équipe con buona soddisfazione per tutti, fermo restando che poi uno diventava senza troppi rancori capo équipe. Ma in Italia è così copiano le ricette sbagliate da paesi sbagliati come gli USA.

5) Democrazia di comunità: integrazione di democrazia rappresentativa con democrazia partecipativa
Sembrano maturi i tempi sull’onda delle acuite sensibilità dei cittadini alle sorti delle loro comunità tanto in senso culturale e sociale tanto in senso ecologico.
La democrazia rappresentativa che fino ad ora è stata il fulcro della vita civica e politica ora si è rivelata “cupola elitaria”, con l’asservimento della dirigenza delle pubbliche amministrazione, dedita a intrecci tra politica e affari che hanno più poco da condividere con il “bene comune” e le politiche di pubblica utilità.
Occorre dunque immettere fortissime iniezioni di “partecipazione democratica” alla vita delle civiche amministrazioni territoriali.
Finora si è trattato più di annunci nei programmi elettorali, come è avvenuto qui a Genova. Al più qualche esperienza fatta, per di più “orchestrata” da assessori per raggiungere l’obiettivo di assegnare in maniera indolore a questa o quella impresa edilizia l’appalto per la costruzione, magari su suolo pubblico, e per l’assegnazione della nuova struttura – canone stracciato - in uso per magari 99 anni.
Come socialisti dobbiamo promuovere in tutte le realtà territoriali la partecipazione dei cittadini. Passare dai programmi elettorali a modalità concrete di partecipazione utilizzando esperti di psicologia delle organizzazioni per creare e sperimentare modelli efficaci.
Dobbiamo contribuire a fare traghettare le Pubbliche Amministrazioni dalla cultura meramente giuridica che privilegia le procedure formali alla cultura della “comunicazione” che privilegia le procedure operative.

6) Governo mondiale
La necessità di regolamentazione mondiale del mercato è diventata oramai urgente. Eppure ben pochi gli AA – economisti e politologi che ho avuto occasione di leggere, dopo tante critiche, anche feroci al liberismo, si sono lanciati a fare proposte precise su questo punto archimedico, poche le eccezioni, tra le quali quella del qui presente Alfonso Gianni, peraltro già esplicitate in  “Goodbye Liberismo”.

Al riguardo, come premessa, sentiamo prima Guido Rossi.
Il quale sosteneva che «una federazione di Stati, avendo solo di mira la rimozione della guerra, è l´unico stato giuridico che sia compatibile con la loro libertà».
Non è dunque il diritto cosmopolitico che può soggiacere alla forza del denaro, che invece comprime la libertà. Solo nell´Utopia di Tommaso il Moro e attraverso Per la pace perpetua di Kant si può dunque realizzare il sogno di una vera ricchezza. Ed è proprio una grande crisi come quella che attraversiamo, con forti tinte escatologiche, che può unire i popoli della terra in un disegno utopistico.
Eppure il disegno può diventare meno utopistico se gli Stati riusciranno a creare un consenso generale intorno a principi (global legal standards) che obbediscano alle linee che ho appena tracciato, nella dimensione di un nuovo "contratto sociale".>

Anche Attali dice la sua a proposito dell’esigenza assoluta di regolamentare, il “mercato” a livello mondiale
In una recente intervista a Euronews Attali dice

accadrà tra la riunione del G20 di Londra e quella del G20 a New York, in
ottobre. Se non accadrà nulla, e questo possiamo temerlo, allora sarà stata
una commedia. Se, al contrario, in questo periodo si metteranno in atto
tutte le indicazioni emerse a Londra – regolamentazione del sistema
bancario, introduzione di meccanismi di controllo – sarà come avviare una regolamentazione a livello mondiale, che è estremamente necessaria.>

Mentre dopo tante fortissime critiche all’attuale mercato senza regole Loretta Napoleoni presenta una unica proposta, non ripianare i bilanci alle banche.
Invece a livello mondo le proposte più precise sono venute da Gianni. Certamente senza contrappesi robusti da parte di UE, Cina, India, Brasile,
gli USA metteranno in atto fortissime resistenza alle nuove regole da fare rispettate tassativamente da tutte le corporation multinazionali.
Il punto debole degli USA attualmente, come dice Gianni, sebbene restino loro quelli con la “pistola” in mano, ma rispetto ai tempi del 1944 ora sono loro il Paese più indebitato al mondo e per di più nei confronti della Cina.
Dunque fare funzionare di nuovo in maniera virtuosa Manca Mondiale, FMI, WTO e mettere in piena attività l’ILO.
Regolamentazione dei mercati finanziari e imposizione di inviolabili vincoli lavorativi, sociali ed ecologici alle corporation multinazionali e a tutte le imprese in generale.
Attuazione della Tobin Tax.
Ma anche e soprattutto per le aree depresse e sovrapopolate:
a) regolamentazione dei flussi migratori;
b) attivazione di centri con progetti per la produzione e consumo locale di beni primari;
c) creazione di scuole di alfabetizzazione, di educazione sanitaria e sessuale volta al contenimento demografico;

E l’ultimo punto non certamente il minore per importanza ai fini della sopravvivenza della specie umana

7) Programma mondiale di denuclearizzazione.
Per quanto riguarda gli armamenti nucleari pur avendo tutte le informazioni al riguardo su numerosità e diffusione delle bombe atomiche disseminate sull’intero globo terracqueo eppur tuttavia non siamo riusciti come socialisti ancora a spiaccicare parole di contrasto. Ancora una volta dobbiamo ringraziare la sensibilità sull’argomento di Obama. Ma non possiamo sempre come socialisti europei aspettare che qualcuno ci tolga le castagne dal fuoco. Anche perché se per dannata sorte ritorna il piccolo Bush al governo degli USA o un suo analogo esponente del potere capitalistico USA-mondiale, siamo alla tela di Penelope.
Occorre dotarci di una posizione strategica continuativa nel tempo e per questo che dopo l’Europa denuclearizzata – ricordate le città denuclearizzate degli anni 70 – Genova è una di queste, e tutto ciò sembra lontano lontano nel tempo. Purtroppo il Manifesto Eurosocialista non dice una parola sugli  armamenti nucleari e la necessità di un drastico ridimensionamento. Anche sulla questione delle centrali nucleari lascia pilatescamente a ogni Paese la scelta.

Commento finale
Tutto quanto sopra pur arrivasse a essere manifesto condiviso per il socialismo europeo e internazionale sarà niente altro che parole scritte sulla sabbia se non prendiamo coscienza di una solo questione, quella della
COSTRUZIONE DEL CONSENSO
Erich Fromm insegna. Si badi bene, la costruzione del consenso può basarsi su qualsivoglia astruso mito al di fuori della realtà, basta che sia sostenuto dall’imponente uso mediatico. Un solo esempio, nel senso comune, ovvero nell’immaginario collettivo dell’americano medio, è oramai acquisito che gli angeli esistano veramente. Questo fenomeno di rilevanza sociale è stato reso possibile da una enorme campagna induttiva condotta da una lunga variegata serie di film e fixion e serie televisive su cui nessuno ha mai criticamente riflettuto.
E’ il principio della pubblicità … poco o nulla importa se esiste il Mulino Bianco … è l’immagine serena e bucolica che viene associato mentalmente al prodotto, riesce a farlo diventare “nettare degli dei”, invece che mero soddisfacimento di un bisogno primario come può fare una volgarissima micca di pane.
Nessuno mi toglie dalla testa che anche Obama abbia avuto il suo programma di suggestione televisiva: ricordo alcuni anni orsono una serie televisiva in cui c’era: presidente USA nero (l buono), fratello del presidente nero (un po’ buono un po’ cattivo) e la moglie del presidente … proprio una politicante iena. Intanto i telespettatori USA e paesi occidentali si sono in questo modo assuefatti all’idea di un presidente nero. Mica male eh ?
Lo stesso vale anche per l’ideologia-progetto politico di un partito. Se si riesce a farlo entrare nell’immaginario collettivo, almeno nella maggioranza dei cittadini votanti è fatta. Però bisogna essere attrezzati. Attrezziamoci !

Bibliografia
1) Alfred Adler. Prassi e Teoria della Psicologia Individuale. Astrolabio Roma 1967
2) AA Vari. La politica della non-violenza Per una nuova identità della sinistra alternativa – Liberazione Ed. M.R.C . Roma 2004
3.Bernocchi Piero. In movimento. Massari Editore Bolsena (VT) 2008
4. Harvey David. Breve storia del neoliberismo. Il Saggiatore. Milano 2007
5. Frateschi Carlo Filippo - Salvini Giovanni. Sistemi economici comparati. Cedam Padova 1994.

6. Fromm Erich. Psicoanalisi della società contemporanea – Edizioni di Comunità Milano 1970

7. Fromm Erich. Fuga dalla libertà. Edizioni di Comunità Milano 1975
8. Galimberti Umberto. Non uccidiamo le Idee. Io Donna 30 maggio 2009
9. Gianni Alfonso, Goodbye liberismo. Ponte alle grazie - Adriano Salani Editore Milano 2009
10. Intini Ugo. La privatizzazione della politica – Nuova Editrice MondOperario 2000
11. Lautouche Serge. Breve trattato sulla decrescita serena. Bollati Boringhieri. Torino 2008
12. Napoleoni Loretta. La morsa. Chiare lettere. Milano 2009
13.Panzarani Roberto. Oltre la crisi – Innovazione e business collaboration nell’era della globalizzazione. Psicologia contemporanea n.213/2009 Giunti
14. Pellizzetti Pierfranco. Italia disorganizzata. Ed. Dedalo. Bari 2006
15. Pelizzetti Pierfranco. La quarta via. Ed. Dedalo. Bari 2008
16. Rossi Guido. Lo spirito ambiguo della ricchezza. La repubblica
29 maggio 2009
17.Rifkin Jeremy. Il sogno europeo. Oscar Mondatori. Milano 2005
18.Ruffolo Giorgio, Il capitalismo ha i secoli contati. Einaudi. Milano 2008
19.Salvatori L. Massimo. Ma io non voglio morire centrista. Riv.Gli argomenti umani – n.2/2004 Il Ponte
20. Sica Luciana. Perché è finita una rivoluzione culturale. La Repubblica 30/5/2009
21. Sylos Labini Paolo – Roncaglia Alessandro. Per la ripresa del riformismo.
L’Unità Nuova Iniziativa editoriale – Milano 2002

22. Urbinati Nadia, Canto-Sperber Monique. Liberal-socialisti – Il futuro di una tradizione. I libri di Reset – Marsilio Venezia 2004
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Qualche osservazione conclusiva – di Francesco Somaini

 

Questo seminario si colloca nel solco di almeno altri 3 precedenti incontri del Gruppo di Volpedo: quello di Galliate dello scorso ottobre (Il Socialismo al tempo della globalizzazione), quello appunto di Volpedo dello scorso novembre (Progettare il futuro con un cuore antico. L’analisi della crisi economica. Le idee socialiste per farvi fronte).e quello di Scarmagno/Ivrea dello scorso aprile (Essere Socialisti al tempo della crisi) .

E’ un percorso di analisi e di riflessione politica che mi è sembrato nel complesso assai utile, e che oggi mi pare ci abbia infine condotto a mettere a fuoco alcuni elementi centrali.

 

Il primo nodo che è emerso in modo direi piuttosto chiaro è quello del nesso profondo che occorre individuare tra il trionfo dell’ideologia neoliberista, compiutosi  tra la fine degli anni Settanta ed i primi anni Ottanta, e l’inversione del processo che nei decenni precedenti (in buona misura per effetto delle politiche di Welfare, messe in campo in primo luogo dalle socialdemocrazie europee) aveva visto le maggiori democrazie d’Occidente ridurre significativamente la diseguaglianza economica e sociale all’interno delle rispettive società.

Con l’avvento del neo-liberismo, e con il trionfo dell’idea che non debba esservi alcun tipo di controllo “politico” (e dunque “democratico”) sull’economia e sul mercato, i risultati di quella stagione sono stati in una certa misura disattesi, e la diseguaglianza è tornata ad accentuarsi in modo impressionante.

Le numerose tabelle illustrate nel suo intervento da Fasce sono da questo punto di vista particolarmente eloquenti ed impressionanti.

 

Di fatto nel dopoguerra, ci si era posti il problema di ridurre le distanze tra i più ricchi e i più poveri, con precise politiche di tipo redistributivo. Si volevano cioè parificare le condizioni, o quanto meno avvicinare le opportunità, tra le classi più agiate e quelle meno abbienti. E si pensava che il governo politico dell’economia – nelle forme dell’Economia Mista - potesse favorire queste dinamiche.

Con la svolta neo-liberista e neo-mercatista, con l’affermarsi dell’idea di un “liberismo senza regole” si è andati esattamente nella direzione opposta, come ben ha mostrato la relazione di Giorgio Giorgetti.

L’aspetto per certi versi più curioso di tutta questa vicenda si è avuto sul piano più propriamente ideologico. L’ideologia neo-liberista e neo-mercatista infatti è riuscita ad affermare in modo talmente pervasivo la propria egemonia, che a partire da un certo momento (situabile forse verso la fine degli anni Ottanta ed i primi anni Novanta) essa è parsa in grado di influenzare anche coloro che avrebbero dovuto in qualche modo contrastarla. E’ in questo senso che si può davvero parlare – per riprendere il titolo di un libro recente di Giuseppe Berta – di una vera e propria “eclissi della Socialdemocrazia”: molti partiti di Sinistra, anche di solida tradizione socialdemocratica e laburista (come la SPD tedesca o come il Labour Party inglese) hanno infatti pensato di poter riconoscere nel mercatismo un sistema di valori in cui riconoscersi (apportandovi tutt’al più solo qualche minore correttivo). Si è ritenuto in altre parole che il mercato lasciato a se stesso potesse dischiudere delle opportunità di miglioramento delle condizioni generali della società; e così ci si è sentiti ripetere di continuo, in questi anni, che le tradizionali politiche socialdemocratiche non avevano più alcun senso, che la stessa socialdemocrazia era da considerarsi un relitto da buttare, e che occorreva tutt’al più attestarsi su delle ipotetiche “terze vie”, che poi finivano di fatto per coincidere con l’assunzione di un approccio liberale e liberista (forse appena un po’ temperato da una qualche maggiore propensione compassionevole o dall’aspirazione a rendere un po’ meno traumatici i processi di modernizzazione della società).

I fatti, oggi, dopo la grave crisi finanziaria che ha sconvolto i mercati e che ha colpito duramente anche l’economia reale, sembrerebbero però aver sufficientemente dimostrato che non solo il neo-liberismo ha evidentemente accresciuto le diseguaglianze (secondo quella che peraltro era sin dal principio una sua autentica vocazione, da taluni anche onestamente e limpidamente esplicitata), ma che sopratutto le cosiddette terze vie non sono in realtà state in grado di produrre risultati di particolare rilievo.

Il che ci porta a concludere che oggi non ci troviamo soltanto di fronte alla crisi del neo-liberismo, e del turbocapitalismo, ma anche, e per certi versi ancora di più, alla crisi di quella sorta di neo-liberismo temperato, che si è appunto incarnato nelle politiche del New Labour di Blair e della Neue Mitte di Schroeder, o che in Italia, è stato il solo principale collante dell’ipotesi del PD.

 

Il punto su cui mi pare ci si possa attestare è dunque relativamente chiaro: occorre oggi prendere atto di questo fallimento, e abbandonare le ipotesi da terza via (che ormai anche il suo principale Antony Giddens, sembra di fatto aver accantonato) per rilanciare e riprendere fino in fondo un’autentica e nuova stagione di politiche autenticamente redistributive, il che, in buona sostanza, significa ripartire, sia pure aggiornandola, dalla tradizionale agenda socialdemocratica (anche per quanto riguarda obiettivi in parte dimenticati, e invece da rilanciare, come ad esempio quello della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese). Sono interessanti, da questo punto di vista, le suggestioni di Luigi Fasce, dove propone di andare perfino al di là della stessa ipotesi della cogestione, immaginando vere e proprie forme di controllo dei processi decisionali (e dei consigli di amministrazione) da parte dei lavoratori. Al capitalismo spietato (e nel contempo miope) di managers spregiudicati (e strapagati), è forse giunto il momento di contrapporre modelli diversi, in cui il lavoro prenda in un certo senso il posto del capitale.

In ogni caso la giornata di oggi mi pare ci abbia certamente permesso di fare una certa chiarezza.

Il secondo tema che mi pare importante è che questo auspicabile ritorno a delle politiche socialdemocratiche non può peraltro avvenire sulla base del semplice richiamo alle esperienze del passato. Quelle esperienze vanno cioè interpretate e rivissute in termini nuovi, aprendole anche ad elementi, ad apporti e ad istanze che in precedenza erano state piuttosto trascurate.

La prima istanza è quella dell’ecologismo.

Lo ha detto molto bene Alfonso Gianni. Oggi abbiamo più chiaro che esistono vincoli ambientali di cui non è più possibile non tener conto. E dunque c’è la necessità di pensare con urgenza a nuovi modelli di sviluppo, ad una svolta ecologica dell’economia. Si tratta certamente di sottrarre larga parte della popolazione del pianeta dall’indigenza e di combattere la diseguaglianza, ma nel contempo ci si deve anche porre il problema di salvaguardare il pianeta dal rischio di un collasso ambientale. Il compito di questa svolta non può che incombere su una Sinistra che torni a riprendere l’iniziativa e che torni a porsi il problema del governo dei grandi processi economici mondiali.

La globalizzazione del resto, ha portato in pochi anni benessere e possibilità di crescita a molte aree del pianeta che sembravano destinate fino a ieri ad una lunga stagione di sottosviluppo. Sono cambiamenti di portata epocale (e anche positivi se pensiamo al miglioramento delle condizioni di vita di milioni di esseri umani nel mondo). Ma sono anche cambiamenti che pongono evidentemente immediati problemi, a cominciare appunto da quelli ambientali. Appare difficile, infatti, immaginare di poter estendere indiscriminatamente (e senza urgenti correttivi) stili di vita e modelli di consumo non più sostenibili sul piano ecologico.

Si tratta allora di affrontare, rivedendo e rendendo compatibili i nuovi modelli di sviluppo. Ma questo peraltro significa necessariamente anche porsi nella prospettiva di un possibile governo politico dell’intero pianeta.

Questo approccio, che potremmo definire mondialista, o se vogliamo universalista, deve necessariamente diventare esso pure un’istanza forte di un nuovo e vigoroso Socialismo democratico.

Problemi globali richiedono infatti la capacità di predisporre risposte globali. Anche l’intervento di Francesco Velo ha sottolineato con forza questo aspetto, così come quello della necessità di attenersi a forti principi di sussidiarità.

E poiché l’Europa può indiscutibilmente fare molto nel favorire in modo pacifico questi processi, è del tutto evidente che è compito precipuo del Socialismo europeo farsi portatore di tale missione.

Trovo importante da questo punto di vista che l’appello di Volpedo, dello scorso novembre abbia auspicato la creazione di un vero Partito del Socialismo Europeo. E’ stata un’intuizione felice, che nasceva dalla chiara consapevolezza della necessità di immaginare un Socialismo capace di guardare ben al di là degli spazi angusti costituiti dai singoli confini nazionali. Quello di un rinnovato e forte europeismo quale premessa di un nuovo mondialismo universalista deve infatti diventare il tratto connotativo del nuovo Socialismo democratico, il quale, in questo senso, deve dunque saper ritrovare tutta la forza ed il vigore della propria antica vocazione internazionalista.

Terza istanza deve essere poi quella di una più sincera e più piena apertura democratica.

Se un rimprovero può infatti essere mosso alle vecchie politiche socialdemocratiche è stato forse quello di essere viziate da un certo qual dirigismo verticistico (e a tratti burocraticista). Il XX secolo, del resto, è stato sì l’età della politicizzazione delle masse, ma quelle masse sono state per lo più dirette e guidate da élites politiche o da apparati organizzativi che si ritenevano in qualche modo investiti di un ruolo di avanguardia illuminate. Ciò è stato evidentissimo (ed anzi esplicitamente teorizzato) nella prassi politica dei partiti comunisti (con la loro struttura fortemente centralizzata). Lo è stato molto di meno nei partiti Socialisti e Socialdemocratici. Ma in una qualche misura il fenomeno è stato presente anche in quelle esperienze. Oggi è tempo di pensare a forme radicalmente nuove di partecipazione politica, anzi a nuove forme politiche tout court, che privilegino i momenti di iniziativa dal basso e che valorizzino il principio di sussidiarietà (vale a dire l’idea che i cittadini o gli enti amministrativi locali ad essi più vicini, come ad esempio i comuni, debbono essere messi il più possibile nella condizione di poter agire per conto proprio, per essere però aiutati e sostenuti solidalmente dagli altri, e dai livelli decisionali più ampi, quando ne hanno bisogno o necessità). Il Socialismo democratico è certamente attrezzato, sul piano culturale, per aprirsi verso questa forte implementazione democraticista e partecipativa. Si tratta di sapere assecondare questo tipo di sollecitazioni e di incoraggiarle.

Infine il nuovo Socialismo democratico del XXI secolo dovrà aprirsi con ancora più decisione di quanto già non sia avvenuto in passate alle istanze di un forte e vigoroso libertarismo. Accanto all’attenzione verso l’eliminazione della diseguaglianza, occorrerà cioè riuscire ad esprimere una tensione non meno forte alla libertà ed ai diritti delle persone, in tutte le loro forme. Ciò significa una lotta ferma per i diritti civili, la tolleranza, e laicità, così come un impegno forte contro tutte le forme di discriminazione di genere, di religione, di provenienza etnica, ecc., ecc..

Il Socialismo democratico deve insomma candidarsi a divenire veicolo – in Europa e nel mondo – di un grande rilancio dei valori Giustizia e di Libertà. E’ questo il compito che lo attende, e a me pare che il seminario di oggi abbia in fondo contribuito a chiarirci le idee su queste questioni.

 

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Intervento preordinato di
Filomeno Viscido

Ogni fenomeno umano nasce, si sviluppa
e poi muore o perché si è evoluto in qualcos' altro o per traumatica interruzione. Se ciò non avvenisse , gli uomini avrebbero creato qualcosa indistruttibile, eterno, possibilmente illimitato in estensione.
Praticamente avrebbero creato Dio.
E che si sia credenti o meno , penso nessuno ritenga Dio
un' organizzazione socio-economico figlia degli uomini.

Chi vive in un periodo storico, difficilmente riesce a vedere la fine (imminente o meno) di tal periodo ma si può , con buon senso, esser certi che tale periodo terminerà.
Quanto detto vale anche per il capitalismo che attualmente gode di salute ferrea.
E sottolineo salute ferrea perché non c'è scritto da nessuna parte che una particolare organizzazione socio-economica non debba vivere momenti di recessione o debba rendere felici gli individui.
La vitalità di una organizzazione socio-economica non ha nulla a che vedere con la felicità e la vitalità dei singoli individui e degli agenti economici che vi partecipano (si pensi alla crisi delle banche ed ai disoccupati).

Giusto quindi a mio parere parlare di alternativa al capitalismo anche in questo momento.

Giusto parlare di socialismo futuro.

Il titolo del convegno evoca nella sua prima parte con il termine “solco” un elemento di continuità.
Qui nasce a mio parere un primo problema.
Cosa è stato il socialismo?
Per alcuni è stato una particolare forma di organizzazione politica e socio-culturale (i contorni però sono vaghi: il PCI è stato socialismo?
Il new-labour blairiano è stato socialismo?),
per altri è stato un'umanizzazione dello statalismo sovietico grazie al mercato ed alla liberaldemocrazia,
per altri ancora è stato un'umanizzazione del capitalismo grazie alla presenza dello welfare state.

Per i critici è stato il traditore della rivoluzione comunista (fino alla ignobile definizione di social-fascismo),
per altri è stato la quinta colonna del comunismo sovietico in occidente.
Da quanto detto si potrebbe dedurre che più che un solco, una linea certa da continuare, la socialdemocrazia si è configurata come empirica mediazione di una grande dicotomia novecentesca: anarchia del mercato per il profitto dei privati VS pianificazione delle istituzioni per il benessere generale della comunità.
Su questa dicotomia si sono inseriti altri contrasti che, al contrario di quello economico, possono però essere ancora letti come scontro vecchio/nuovo, regresso/progresso:
ad esempio femminismo vs patriarcato, terzomondismo vs neo-colonialismo

Non è esatto quindi parlare di un “modello” quando si parla di socialismo. , si dovrebbe parlare piuttosto di socialismo come incrocio, come nodo temporaneo costruito empiricamente e quotidianamente .

Non una dottrina che si cala nella realtà ma una realtà che diventa dottrina politica.

Il socialismo definito però solo come struttura che fa ingegneria sociale ed in particolare come mediazione mercato-pianificazione rimarrebbe indistinguibile dai movimenti inegualitaristi(nazismo,fascismo) ed infatti alcuni settori politici (libertarians) non sottilizzano troppo e fanno di tutta l'erba un fascio, considerando anche fascismo e nazismo come forme di socialismo (nazionale, di corporazione, di “razza”)

La differenza è visibile dapprima nella storia: l'inegualitarismo si oppone allo Stato di matrice illuministica ed all'economia/società aperta,

Il socialismo attua invece un'estensione del principio di libertà individuale di matrice illuministica già adottato dai liberali ; estensione che tiene conto anche della situazione reale dell'invididuo nella società ed in particolare della sua condizione economica/lavorativa..
Il socialismo nasce come applicazione delle idee liberali alla realtà , in quanto tale il socialismo è critica serrata all'organizzazione socio-economica dominante: il capitalismo.

Il socialista è cioè una mente illuminista ostile ad ogni dogma , anche e soprattutto quello economicista, unita ad un cuore “religioso” assetato di giustizia e di fratellanza con gli altri uomini.

La differenza con i movimenti inegualitaristi, come suggerisce appunto il nome, è nel considerare il mondo di eguali o meno
e nell'asservimento dell' economia e della struttura istituzionale per rinsaldare la gerarchia tra individui oppure per negarla.

Lo Stato del socialista è non solo lo Stato liberale che assicura il diritto individuale ed il minimo di sussistenza agli individui , lo Stato socialista è lo Stato che, tramite il welfare, assicura un inseguimento delle nuove istanze nate dal dinamismo storico ed un loro inserimento nelle istituzioni. Uno Stato che, seppur riformista nel metodo, è assolutamente rivoluzionario nella sostanza.
RIVOLUZIONE è un termine che non ci si dovrebbe vergognare di usare al pari di riformismo.

Allo stesso modo, il Mercato del socialista è quel luogo che rende vitale l'economia non per ingigantire sistemi auto-referenziali ed in quanto tali parassitari (come l'attuale finanza) ma per migliorare la produzione di ricchezza per la società e dare possibilità all'individuo di esprimere al meglio le sue facoltà in una miriadi di possibilità lavorative, culturali e materiali.
Il Mercato è cioè l'ambito dove si lascia la possibilità agli individui di fare la storia, la propria storia individuale e la Storia della comunità senza le interferenze delle istituzioni politiche.

Quindi se non si può dire cosa sia il socialismo con esattezza, certamente si può dire cosa non lo è: creare una sistema economico in cui la produzione sia talmente ridotta da non aumentare il benessere materiale delle persone e non fornire la molteplicità di lavoro .

Questa considerazione ha due conseguenze:

la prima è di riprendere le ragioni storiche del socialismo (la critica all'inumanità della divisione capitalistica del lavoro) rendendo palese come sia intollerabile la creazione di un darwinismo sociale

Il darwinismo sociale non è un solo un pericolo astratto ma piuttosto un pericolo subdolo: si pensi alle riforme che vorrebbero far classifiche di scuole/università , classifiche che relegherebbero negli strati inferiori della società chi abita in alcune aree o chi non ha determinati redditi o proviene da famiglie tanto colte da fornire un buon humus culturale .
Ancora pensate ai test di ingresso nella facoltà a numero chiuso: apoteosi della raccomandazione (e quindi del privilegio di nascita) e dell'imprinting familiare . Cioè proprio di ciò che la scuola pubblica vorrebbe combattere.

La seconda conseguenza è che sono NON applicabili su larga scala quelle teorie (esempio: la decrescita) che propongono una scelta “morale” dei singoli individui ,
teorie che suggeriscono una riduzione dei consumi in nome della sostenibilità e del miglioramento del tenore di vita.
Se fosse possibile che i principi etico/morali di tal tipo prevalessero, sarebbero bastate le religioni e non ci sarebbe stato il consumismo.
Si pensa forse che il giocatore incallito non sappia che sarebbe meglio conservare i propri denari? O che il fumatore non sappia che acquisterebbe salute e finanze nel non fumare? Allo stesso modo, tutti sappiamo il male creato dal capitalismo ma non siamo in grado di resistere come volontà morale individuale.
La politica è cosa diversa dalla morale e non si fa ipotizzando il sacrificio del singolo .

Ci sarebbe inoltre da considerare che anche qualora tutta la popolazione di un Paese acquisisse consapevolezza etico-morale e si avesse in quel Paese una maggiore giustizia sociale ed un tenore di vita più soddisfacente si sviluppasse, beh quel Paese si troverebbe a dover contrastare la capacità produttiva degli altri Paesi, a subirne il condizionamento culturale consumistico dei media. Ed avrebbe vita breve.

Il capitalismo consumista rimane infatti a tutt'oggi il più efficace estrattore di ricchezza dal mondo . Sebbene rimanga un estrattore con grandi produzioni di scorie.

Ed appunto bisogna chiarire che il capitalismo non crea ricchezza ma la estrae.
La estrae migliorando l'efficienza della produzione, i territori su cui si estende, le produzioni tecnologiche o le materie prime / fonti energetiche che produce.
Ogni volta che il capitalismo rompe lo status quo, esso libera non solo ricchezza(e scorie) ma anche possibilità.
(Fasce commento: e di tutto quel po’ po’ di beni naturali – foresta amazzonica per esempio- che distrugge ?)

Possibilità di inventarlo e modificarlo in maniera più solidale e libertaria.

L' allargamento territoriale ha visto ad esempio l'invenzione indiana del micro-credito.

La concentrazione in città ha portato la possibilità di creare gruppi di acquisto e banche del tempo.

Esperienze che sono - bisogna evidenziarlo - del tutto marginali nell'economia capitalistica.

Le nuove tecnologie offrono probabilmente il campo più interessante . Le nuove possibili rivoluzioni tecnologiche sono quella energetica, quella dell'ingegneria genetica, quella della nanotecnologia.
Una rivoluzione nanotecnologica appare piuttosto lontana.
La rivoluzione bio-ingegneristica offre più scenari inquietanti che allettanti.
La rivoluzione tecnologica energetica appare invece piuttosto adatta per tirare la giacca al capitalismo e trascinarlo in forme socialisteggianti.

Inutile ripetere le possibilità socialiste in essa: liberarsi dalle multinazionali del petrolio, liberarsi da gran parte dell'inquinamento (almeno atmosferico) e via dicendo.
In sostanza attuare una de-gerarchizzazione orizzontale e verticale della società cioè impedire che alcune aree(e quindi gli individui che vi abitano) siano condannati a fare da produttore, da consumatore, da deposito scorie della produzione energetica (che ci si ricordi: è una grande parte dell'economia capitalistica).
E nel contempo impedire che la produzione , e magari la distribuzione, dell'energia sia in mano di poche grandi compagnie private coadiuvate dallo Stato (perchè lo Stato, per un socialista, rimane un male, spesso il minore dei mali ma sempre un male da respingere quando si può), favorendo l'auto-produzione dell'utente e quindi una minore dipendenza del cittadino dai grossi poteri economici e dallo Stato.

Rimane infine un problema squisitamente teorico e provocatorio nelle energie pulite:

un mondo basato sull'autocomsumo è un mondo senza scambio. Un mondo dove l'economia e quindi la società aperta fatica a vivere. Inoltre la divisione del lavoro, che l'auto-produzione blocca, è un grande metodo di aumento di ricchezza materiale. Quindi un mondo di auto-produzione sarebbe ostile al socialismo, in quanto il socialismo è società aperta, dinamica.

Naturalmente è solo una provocazione tanto per ricordare che un socialista non deve puntare alla fine della Storia.
Dico provocazione teorica perché nella realtà tantissimi altri settori rimarranno ad economia aperta ed il mondo è così ampio che si avrà bisogno sempre di bravi tecnici specializzati.
Quanti di noi sanno fare gli idraulici o gli elettricisti pur avendo oggi a disposizione facilmente manuali ed usando massicciamente apparecchi elettronici ed acqua corrente?

Il socialismo del futuro quindi , come nel passato, sarà esperienza quotidiana
soltanto i posteri guardando indietro potranno dire con certezza che quello (nostro futuro) è socialismo.
Non un modello ma una lotta su singoli aspetti per rendere ciascuna tematica ad alto tasso solidale e libertario.

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Intervento scritto
Associazione LABOUR “Riccardo Lombardi”
Renzo Penna, Mauro Beschi, Sergio Ferrari

CRISI DELLA SINISTRA: RAGIONI E NUOVI PROPOSITI
Se è vero, come è vero, che esiste una crisi della sinistra a livello europeo allora è necessario allargare lo sguardo perché la pur necessaria analisi critica al nostro interno non sarebbe altrimenti sufficiente. Ma sulla specificità della nostra crisi sarà opportuno ritornare, perché non tutto si risolve e si spiega a livello europeo*.
Stando al livello europeo sembra si possa cogliere un elemento comune che, se si riflette, giustificherebbe abbondantemente la crisi della sinistra. Per essere sintetici la sinistra pretenderebbe di esistere campando di rendita sulle riforme degli anni ’30/’40. E’ vero ha inventato il new deal, ha fatto la prima riforma socialdemocratica, ma è passato più di mezzo secolo da allora! Se diciamo che i nostri principi ruotano intorno al concetto di eguaglianza, che come tale è dinamico, ma poi si resta fermi per 50 anni, non ci si dovrebbe meravigliare se qualcosa non torna. Sarebbe strano il contrario. Quando si dice che siamo rimasti fermi ci si riferisce a quelli che si sono fermati alle riforme fatte una volta e a quelli che ritenevano di essere “più avanti”, solo perché la loro analisi e la loro critica non si erano confrontate con la realtà.
E’ vero, nel frattempo, abbiamo combattuto e contribuito a vincere una grande guerra mondiale contro il totalitarismo di destra. Non è merito da poco, ma paradossalmente quella vittoria ha accelerato i tempi delle trasformazioni economiche e sociali e tra questi cambiamenti abbiamo fatto fatica a riconoscere il cambiamento della domanda sociale, gli effetti del crescente ruolo di strumenti del cambiamento come la rivoluzione tecnologica, che se non governata può avere valenze opposte. Il movimento femminista e la crisi ambientale del modello di sviluppo sono le altre due spie di questo nostro ritardo. Abbiamo assistito al crollo del muro di Berlino 20 anni fa, ma una parte della sinistra fa ancora fatica a riconoscere la ovvia necessità di tornare al 1921, accumulando un ancora maggiore e non più giustificabile ritardo. E ciò è vero, particolarmente, nel nostro paese. Così come i successi del modello socialdemocratico sono avvenuti in un contesto economico, sociale, politico ed istituzionale che si sta rapidamente esaurendo; cioè avere come riferimento la grande fabbrica e la sua base lavoristica, insieme a importanti sindacati, a partiti presenti in maniera diffusa sul territorio, sostenuti dalla partecipazione di iscritti e attivisti.
A livello europeo la stessa vittoria del modello economico liberista ha visto la sinistra su posizioni e dir poco ambigue e che, con il blairismo, ha praticato una versione debole, affatto antagonista, del liberismo. Questa sinistra ha dimenticato anche i limiti obiettivi delle soluzioni realizzate dalle logiche del mercato per non incorrere in evidenti contraddizioni con la propria pratica politica, ma cosi facendo ha tolto credibilità a se stessa. Si potrebbe spiegare in questo modo come mai la crisi economica sia intervenuta per demeriti intrinseci della teoria liberista e non certo per merito della opposizione e delle alternative poste dalla sinistra. E quando questa crisi si è manifestata le reazioni non potevano avere un segno di consenso per una sinistra colpevolmente inadeguata e non in grado di proporre una credibile alternativa.
In definitiva, sembrerebbe necessario riprendere il discorso partendo da quel principio di eguaglianza che ci ripetiamo, forse, senza comprenderne più le logiche attuali.
Quel principio nasceva da una analisi del sistema economico capitalistico che nello sviluppare le logiche necessarie della divisione del lavoro e dovendo inserire anche le risorse finanziarie aveva determinato una divisione dei ruoli sociali un po’ “discutibile”: io ti dico cosa e come devi fare, quanto e quando ti pago e tu ubbidisci. Non è certo la sede per fare la storia delle critiche a questa logica, ma è sufficiente ricordare una sintetica e recente valutazione:
“Il capitalismo è un sistema in evoluzione continua e può essere spinto da noi in una direzione o nell’altra. Il trionfo del lavoro gradevole significa la fine dell’alienazione, che ha costituito e tuttora costituisce la tara peggiore del capitalismo” .
L’autore non è un estremista di sinistra, anche se oggi potrebbe sembrare tale, ma è una socialista liberale che corrisponde al nome di Sylos Labini. Per questi personaggi la valenza liberale stava nella dimensione etica prima che sociale della politica, per cui le libertà politiche, cosi dette borghesi, quali le liberta di opinione, di stampa, di riunione, ecc. fanno parte della stessa dotazione necessaria per richiamarsi con coerenza al concetto di eguaglianza. In questo senso come socialisti ci si dovrebbe sentire ben più avanti dello stesso liberalismo che fa fatica a riconosce nella dimensione economica un vincolo sociale alle legittime aspettative di tutti. Anche la configurazione sociale della inclusione/esclusione non è che una versione aggiornata di quella alienazione.
Occorre allora inizialmente verificare se si è o meno tutti d’accordo con il senso della sintesi di Sylos sopra richiamata. La domanda non è retorica perché da un lato parrebbe che alcuni preferirebbero porre in testa, del tutto legittimamente, altri principi. In questo caso andare a indagare il perché la sinistra ha perso la sua credibilità sarebbe un esercizio del tutto differente da quello che noi ci proponiamo. Nel nostro caso dovremmo, invece, riconoscere i ritardi della nostra proposta politica rispetto a quel valore, e rispetto alle nuove disuguaglianze, o a quelle vecchie, ma resesi maggiormente insostenibili con il passare del tempo.
Si potrebbe pensare, ad esempio, ai valori della differenze nella distribuzione della ricchezza che probabilmente non è peggiore di quella dell’ottocento, ma che oggi risulta del tutto incredibile e quindi inaccettabile. E se ci si riconosce in quel principio di eguaglianza appare, senza ombra di dubbio, che la prima traduzione di quel principio sta nel diritto al lavoro. Una volta la sinistra proponeva un pieno e buon lavoro; ora non dice più nulla. Per pudore? Per incapacità? Perché non ci crede più? E non si chiude il cerchio di un ragionamento di sinistra fermandosi alla dimensione della distribuzione della ricchezza, senza ragionare anche sui termini della produzione di questa ricchezza. Ma il recupero della “responsabilità pubblica” come motore regolatore e le conseguenti le politiche economiche e industriali della sinistra su questo fronte non esistono. Quello che è certo è che ora questa sinistra corre, e con difficoltà, dietro al precariato. E nasconde con imbarazzo gli studi analitici e i dati di Luciano Gallino i quali dimostrano, senza possibili smentite, come: “Con limitate eccezioni il lavoro precario, flessibile, discontinuo, ha costi umani elevatissimi e anche dei costi aziendali, perché le persone non hanno alcun legame con l’azienda e non ci sono incentivi a fare formazione”.
Il paradosso della crisi attuale della sinistra sembrerebbe consistere dunque, niente affatto nel non saper ascoltare la gente, come si ama ripetere - siamo, se mai, tutti vittime dei sondaggi - ma nel non saper indicare un percorso di speranza, una strada, un progetto, magari difficile, ma coerentemente in grado di dare un senso anche alle difficoltà del presente. E nel saper tradurre quel progetto in riforme strutturali concrete. L’assenza di questa capacità progettuale e di strategia lascia gli spazi ai ripieghi corporativi o localistici, ma comunque capaci di tradurre sollecitazioni rimaste senza interpreti, che non devono rispondere a coerenze e a basi culturali troppo complesse e che trovano proprio in questi limiti la base del loro successo. Lascia spazi a quel pragmatismo che potrebbe avere aspetti anche positivi, ma che in Italia assume la versione dell’opportunismo e della deriva morale. Questo paradosso si esalta perché la cultura liberista ha sviluppato degli spiriti animali per cui, mentre la sinistra ha operato facendo evolvere la capacità critica delle persone ed accrescendo la qualità della domanda sociale, la destra su questa crescita ha alimentato uno spirito egoistico e asociale, essenza del liberismo, contraddittorio con quella speranza collettiva che resta “naturalmente” una esigenza “nascosta” di tutti.
Si sono aperti nuovi orizzonti carichi di incognite - la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica, la crisi ambientale, la pace nel mondo - ma la gente, vittima di quella cultura liberista, domanda soluzioni qui, ed ora e per se stessa. La vittoria della destra ha conseguito, soprattutto, un rilevante successo culturale. In alcuni decenni è stato rovesciato l’insegnamento dell’economia ed è stata accettata come possibile l’idea di un mercato che è in grado di auto regolarsi.
La crisi della politica, in Italia ma non solo, sta proprio nell’assecondare e nell’aver assecondato gli spiriti selvaggi e quindi nella rinuncia ad un progetto alto. Ma poiché gli spiriti selvaggi non sono in grado di risolvere i problemi, cosi facendo la politica, da un lato alimenta la loro inesauribile insoddisfazione, e dall’altra, rinuncia al suo vero ruolo diventando vittima di se stessa.
Se la sinistra è la prima vittima la responsabilità sta, in primo luogo, nella assenza della sinistra o nel suo essere dimezzata.
Occorre allora ripartire da quella crescita culturale e sociale prodotta nel tempo dalla sinistra sapendo che quelle conquiste possono essere rimesse in gioco o essere utilizzate per rigurgiti classisti: Se la sinistra non sa proporre, con il sogno della libertà e dell’eguaglianza, una politica di riforme ulteriori e coerenti, quei ritorni al passato sono nell’ordine delle cose possibili.
Di questo e su queste riforme dovremmo discutere con i cittadini, ma prima dobbiamo verificare l’adesione ai nostri valori e ricostruire nei comportamenti la nostra credibilità. Queste precondizioni non sono e non possono essere un formalismo, un tributo da pagare per passare oltre. Programmazione e coerenza degli interventi devono essere una traduzione verificabile della esistenza di quelle precondizioni. Si ripete che dopo la crisi economica internazionale nulla sarà più come prima, lo stesso sviluppo economico e industriale sarà segnato dalla riconversione ecologica. Ma questa stessa società capitalistica può benissimo gestire la transizione e i cambiamenti - ché non hanno necessariamente un segno univoco - dipenderanno ancora una volta dalle nostre capacità di analisi e di proposta. Il primo banco di prova di una rinascita della sinistra dovrebbe allora consistere proprio nella capacità di dare un segno e un senso a questi cambiamenti.
Giorgio Ruffolo - che con “Il capitalismo ha i secoli contati” è stato tra i pochi ad aver previsto l’attuale crisi, indicandone le cause - di fronte alla necessità di mettere in campo una politica ispirata ai valori tradizionali di una sinistra che sappia indirizzare la società verso approdi di maggiore libertà e giustizia indica i titoli di dieci temi a questo fine utili e sui quali riflettere e ragionare.
Tra questi, in particolare, si segnalano:

a)la struttura dell’ordine politico mondiale di fronte all’emergere di nuove grandi potenze e le nuove regole mondiali della circolazione dei capitali e dell’assetto dei cambi;

b)le garanzie di un mercato concorrenziale e libero da posizioni dominanti e da vincoli corporativi; c)le responsabilità politiche superiori dell’economia:in particolare la politica macroeconomica e la politica dei redditi, rivolte all’obiettivo della piena e buona occupazione;

d)la trasformazione della scuola in una istituzione di educazione permanente;

e)la riorganizzazione della produzione nel senso di una economia ecologicamente sostenibile.

Partire, dunque, da queste suggestioni e recuperare i vecchi e solidi strumenti di analisi, rigore intellettuale e morale. Tuttavia non si può pensare ad un cambiamento culturale e politico così radicalmente necessario senza affrontare una grande e cruciale questione: la crisi delle classi dirigenti italiane.
Classi dirigenti ormai incapaci di avere e produrre una visione per il Paese e definitivamente prive di alcuna funzione “educativa”, che si rinchiudono, in modo sempre più autoreferenziale e con complicità trasversali, in pratiche che assecondano, da un lato, una frantumazione civile e sociale (la poltiglia senza valori e speranza di De Rita) che si alimenta di paure, egoismi ed opportunismi e, dall’altro, svolgono una azione predatoria sulle risorse del Paese, determinando un effetto moltiplicatore di declino e impoverimento economico, nuove ineguaglianze e sfiducia verso il futuro. Occorre riproporre e mettere al centro, con estrema forza e rigore, la necessità del “ruolo e dell’interesse pubblico”, dei “beni comuni” quali strumenti per ricostruire una visione generale, partecipata e condivisa, poiché è del tutto evidente che il Potere (i Poteri) ha sempre meno legittimazione morale e politica.
E’ necessario un amplissimo ricambio della “classe dirigente”. Questo è il tempo che esige scelte radicali e rigorose facendo prevalere, anzi avendo come condizione, lo spirito evocato nelle parole di J.F. Kennedy: “ Non chiedere al Paese (alla politica) cosa può fare per te, ma chiediti cosa tu puoi fare per il Paese (per la politica)”.

Commenti (1)
  • franco
    Il lavoro di analisi ed approfondimento svolto dai compagni del circolo Calogero Capitini di Genova è di livello notevole, e costituisce un contributo ulteriore alla ridefinizione della nuova identita' del SOCIALISMO ITALIANO.
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