
La natura della crisi e le politiche redistributive della sinistra
Premessa
Un anno fa, in questa sala, esaminavamo i fenomeni emergenti e sottostanti la crisi che stiamo attraversando, e ne individuavamo le cause scatenanti, è da queste che vogliamo partire per sviluppare strategie atte ad uscire dalla crisi e per impostare proposte per un nuovo modello di sviluppo.
In questa relazione, necessariamente sintetica farò riferimento, per chi volesse approfondire, ai quattro capitoli intitolati "Verso il convegno sul lavoro" che potrete trovare sul sito "socialismoesinistra.it". Il primo scritto dà una panoramica delle tematiche, il secondo parla della disuguaglianza, il terzo della rendita e l’ultimo della produttività, argomenti non casuali che ritroveremo nel corso di questa relazione.
La prima conclusione cui arrivammo, l’anno scorso nell’esame della crisi fu che quella che stiamo attraversando è una crisi di sistema, e non un incidente di percorso, né il risultato di azioni sconsiderate di alcuni finanzieri senza scrupoli.
Una crisi di sistema.
Quando parliamo di crisi di sistema non vogliamo parlare di fine del capitalismo; evitiamo errori di crollismo come furono fatti in passato, ma d’altro lato, non sottovalutiamo il fatto che se non è finito il capitalismo è certamente finita una fase di esso.
E quando finisce una fase, prima che un’altra si sia sviluppata, si producono quelle contraddizioni che hanno messo in crisi la fase precedente mentre le forze che tendono a prendere il sopravvento si scontrano tra di loro alla ricerca di un nuovo equilibrio. Si sviluppano cioè tensioni che mettono in conflitto interessi diversi e che tendono a colpire punti di forza del precedente equilibrio, forze che resistono con rabbia e determinazione che si evidenziano come reazione conservativa ostativa degli interessi emergenti. Di queste forze rabbiose che si oppongono a nuovi equilibri è testimone il presidente Obama che sta registrando rabbiose reazioni alla sua determinazione di togliere poteri e privilegi alle forze della speculazione. E la borsa punisce la determinazione di Obama, ma quella che reagisce non è la borsa che alloca i capitali, ma la borsa che esercita la speculazione. Torneremo su questo punto, limitandoci qui a sottolineare come lo scontro di interessi, la lotta di classe, sia ancora una delle leggi interpretative dei movimenti sociali.
Ma se di crisi di sistema si tratta, dobbiamo farne conseguire la logica necessità di farci portatori di riforme non marginali o adattative, ma profonde riforme di struttura. Questo è un punto forte di cui dobbiamo essere consapevoli se vogliamo incidere sull’esistente ed evitare nel futuro simili se non più gravi crisi quali quella che stiamo attraversando.
La mala distribuzione
E’ ormai condivisa analisi che una delle cause profonde della crisi è stata la mala distribuzione del reddito. I salari, per scelta programmatica del protocollo Ciampi del ’93, non sono cresciuti in questi ultimi venti anni perdendo potere d’acquisto e mortificando quindi i consumi interni. E’ questa carenza di domanda nterna che ad esempio negli Stati Uniti ha fatto esplodere il credito al consumo indebitando le famiglie in modo anomalo e che, insieme ad altre perversioni finanziarie, ha causato la patologia della crisi.
Questa mala distribuzione ha portato ad un peggioramento dell’indice Gini (vedasi il mio capitolo sulla disuguaglianza), l’indice che sintetizza la disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Ebbene in Italia abbiamo uno degli indici più alti del mondo occidentale, inoltre questo indice sta peggiorando anno per anno aggravando il disagio sociale, viene aggravato dalla politica redistributiva del governo, ma ciò che più è rilevante è che col passare delle generazioni si registra una cristallizzazione delle classi nella loro collocazione reddituale, denunciando una immobilità nel modello distributivo indice di un corporativismo e di una lobbizzazione del nostro Paese. Prima di parlare di meritocrazia dovremmo affrontare il tema dell’eguaglianza dei punti di partenza, cui coerentemente ed insistentemente Luigi Einaudi ha dedicato le pagine più belle delle sue Lezioni di politica sociale. Un aumento della tassa di successione intesa come tassa patrimoniale di scopo, destinata a rimuovere le cause reali che ostacolano una vera parità di opportunità (stiamo citando l’art. 3 della Costituzione) sarebbe un obiettivo perseguibile, alla faccia di chi pone la riduzione delle imposte come un valore assoluto.
Questa mala distribuzione tocca quindi anche l’aspetto fiscale nel duplice aspetto della riforma prospettata dal centro destra, vale a dire le due aliquote 23 e 33% e spostamento dell’imposizione dai redditi ai consumi. La prima proposta, quella delle due aliquote, va nel senso esattamente opposto a quello che sarebbe richiesto da chi vuol ridurre l’indice Gini, l’indice di disuguaglianza. Siamo consapevoli che il problema non è tanto la minor o maggior pressione fiscale, quanto il come e il dove il gettito fiscale viene impegnato e la qualità dei servizi, ma siamo altrettanto convinti che aliquote marginali troppo alte possono essere disincentivanti. Potremmo quindi considerare una flat tax che, pur restituendoci una progressività quale quella oggi esistente, avrebbe il vantaggio di non essere disincentivante e di contemplare anche una tassazione negativa sotto il limite dell’imponibilità. La seconda proposta, quella del passaggio della tassazione dai redditi ai consumi va interpretata avendo presente che il minor gettito creato dal passaggio alle due aliquote vale dai 20 ai 30 miliardi di euro; ora recuperare un simile gettito tramite l’aumento dell’iva ha come conseguenza un disincentivo alla domanda ed un effetto redistributivo contrario a quello che un abbassamento dell’indice Gini richiederebbe. In campo fiscale poi la lotta all’evasione fiscale è possibile! Il ministro Visco l’aveva dimostrato; i mezzi ci sono, serve la volontà politica.
Ma la maggior responsabile della mala distribuzione rimane oggi la legge 30. Questa legge nata con la buona intenzione di dare una risposta contrattuale alla richiesta di flessibilità, si è rivelata essere la causa maggiore della dissoluzione della contrattazione collettiva, della ricerca di mano d’opera a basso costo per contrastare (opera impossibile) il costo della mano d’opera dei paesi dell’est e dell’estremo oriente, del nuovo rapporto schiavistico sotteso alla precarietà dei nuovi contratti atipici, della creazione di un mondo duale estremamente ingiusto e penalizzante, del feticismo di un asimmetrico rapporto tra imprenditori quando il rapporto di lavoro viene camuffato in una libera trattativa tra due partite iva: quella del datore di lavoro e quella del lavoratore.
Il superamento della legge 30, con una attenzione al lavoro interinale come collettore mediatore tra lavoratori e lavori a tempo determinato, è un obiettivo che, insieme al salario minimo garantito deve essere al primo posto della nostra agenda. Conosco la proposta Boeri che una risposta in questa direzione la dà. Non conosco altre proposte per cui o elaboriamo una nuova proposta o con la proposta Boeri dobbiamo fare i conti, dobbiamo confrontarci con la consapevolezza che non dare risposte sul fronte della flessibilità potrebbe essere perdente e che sulla proposta Boeri si potrebbe formare una maggioranza vincente. Nostro obiettivo politico è la conquista dei voti delle partite iva fasulle (che la Bersani aveva messo sotto controllo e che il centro destra ha invece favorito in ogni modo) che rappresentano oggi, insieme ai lavoratori con contratti atipici, i nuovi schiavi del mercato del lavoro. Certo ha ragione Gallino, serve un’azione sindacale europea e mondiale che ponga dei limiti sanzionabili contro quei paesi che abusano della mano d’opera con un dumping contrattuale di cui beneficiano, alla fine, solo le grandi imprese multinazionali.
Su questo fronte quindi una ritrovata unità sul sostegno alla dignità del lavoro e a una più accettabile redistribuzione del reddito (possiamo ad esempio fissarci l’obiettivo di un indice Gini sotto lo 0,3?), oltre a ricercare una maggior giustizia sociale vedrebbe incrementarsi i consumi interni quale elemento della domanda aggregata che sostenga la ripresa economica. La contraddizione che ricordava Riccardo Lombardi, e che dobbiamo cercare di sciogliere, è che ogni imprenditore vorrebbe vedere aumentati i salari altrui per avere più domanda e nel contempo veder diminuiti i salari dei suoi dipendenti per essere più concorrenziale. Si sente pesantemente la necessità al ritorno ad una politica che si fa soggetto regolatore dell’anarchia liberista; la programmazione economica, termine dall’antico sapore socialista, deve tornare ad essere un termine frequentato del nostro vocabolario.
La fuga dei capitali dal circuito produttivo.
Checché ne dica il ministro Brunetta, questa analisi mette in luce il grande valore dell’articolo 1 della Costituzione. Laddove si dice che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, affermando la preminenza di un sistema produttivo basato sul lavoro rispetto ad un sistema basato sulla speculazione, sullo sfruttamento ozioso delle risorse limitate, in somma di tutte le forme di rendita. Seguendo alla lettera l’articolo citato potremmo giudicare incostituzionale se non la rendita, la tassazione della rendita con aliquote più basse di quelle che tassano il lavoro dei lavoratori ed aggiungo degli imprenditori. E’ il lavoro produttivo battezzato da Adam Smith e valorizzato da Marx ad essere la fonte del sistema riproduttivo del nostro paese.
Dobbiamo quindi con tutta la nostra forza ed intelligenza attrezzarci per colpire la rendita, per colpire il guadagno non lavorato, per contrastare quello che Marx chiamava l’income by appropriation.
La storia recente che stiamo vivendo, ha dimostrato che una economia basata su queste fonti di reddito genera una bolla speculativa dopo l’altra che se da una parte arricchisce pochi a scapito di molti, dall’altra con risultati disastrosi finisce con l’incidere sull’economia reale degenerando il mercato e falsificandone le risposte.
Il mercato, la Borsa come allocatrice dei capitali ha una sua funzione; ma il mercato oggi è diventato una grande roulette, un "casino" come dicono gli anglo-sassoni, dove la funzione allocatrice dei capitali è stata eclissata dalle incursioni degli insiders alla ricerca di ingenui outsiders per realizzare incredibili differenziali e poi lasciare dietro di sé macerie e deserto.
Come scrive Soros "La teoria del mercato efficiente che afferma che i mercati finanziari tendono all’equilibrio è stata decisamente confutata dalla crisi che stiamo attraversando. Io sostengo – continua Soros- che i mercati finanziari offrono sempre un’immagine distorta della realtà. Non solo: il mispricing delle attività finanziarie può influenzare i cosiddetti fondamentali, che il prezzo di quelle attività teoricamente dovrebbe riflettere. E’ il principio della riflessività".
Oggi in borsa nessun analista guarda alle quotazioni di borsa come si guarda ad un fedele ed attendibile valore; esso è solo l’indice di che spazio di utilizzo c’è da parte dell’ingordigia dello speculatore. L’ossimoro della bolla "ovvero un valore di mercato esageratamente più alto del valore vero" denuncia che il valore di mercato non è più il valore vero. Avete mai riflesso sul fatto che se le transazioni fossero fatte al vecchio "valore-lavoro" non ci sarebbero bolle speculative?
Ed allora la nostra azione politica deve essere rivolta contro la rendita, sia sul piano fiscale che sul piano di erodere spazio al guadagno non lavorato. Tassiamo le rendite, pare lo dica anche il governo, ma nell’ultima finanziaria all’art. 2 al comma 229 c’è un provvedimento criptico che ancora una volta premia la rendita esentando dall’imposizione in buona parte il capital gain su terreni e partecipazioni non quotate. E’ questo, ministro Tremonti, la vostra indicazione di come va fatta la riforma fiscale? Con questo provvedimento la tanto discussa aliquota del 12,50% sulle rendite finanziarie viene ridotta al 2 o al massimo al 4%.
Ma la rendita va anche combattuta nella sua formazione, come fece (e mi riferisco qui al terzo capitolo: La rendita) Fiorentino Sullo con la rendita fondiaria. Cosa ci vieta oggi di riproporre una legge come quella per combattere uno dei più grossi fenomeni di rendita causa del differenziale del costo della vita tra campagna e città, tra sud e nord.
Obama sta cercando di combattere la rendita finanziaria negli Stati Uniti, e sta incontrando reali opposizioni da parte dei colossi finanziari e dalle società di assicurazione. E’ una battaglia frontale quella che Obama sta ingaggiando dove rischia veramente di veder fallire la sua politica. Ma questa è la strada per far definitivamente cessare una fase del capitalismo ed iniziarne un’altra; la fine dell’egemonia del capitale finanziario e speculativo per rinverdire una politica che privilegi il lavoro.
Tutto ciò, tuttavia, non basta.
Quando abbiamo privatizzato le imprese di Stato, abbiamo convenuto che l’imprenditore privato fosse il miglior organizzatore dei fattori della produzione, che l’imprenditoria privata fosse la più indicata per combinare i fattori della produzione ai fini dell’efficienza e dell’efficacia. Ma se i tassi di incremento della produttività tendono allo zero se non addirittura fanno registrare il segno meno, dobbiamo rimettere in discussione questo assunto.
Lo stallo in cui si trova il nostro paese richiede che la battaglia per la produttività, di una politica di programmazione, sia presa in mano dal movimento dei lavoratori come vessillo di un nuovo orizzonte della nostra azione politica. L’aumento della produttività è una premessa per l’aumento del PIL che richiede certamente di essere associato ad altri indici, per esempio l’indice Gini, ma che non può essere eclissato da estemporanei indici di stampo tremontiano basati sui soli nostri punti forti (per esempio il numero di telefonini per abitante) per confondere ed abbindolare il cittadino ingenuo.
Nel quarto capitolo dei miei scritti: La produttività, faccio una proposta che va nel solco delle proposte fatte in passato da Rudolf Meidner , James Meade e in fondo contemplate da alcuni articoli della nostra Costituzione.
Parto cioè dalla reintroduzione della Dual Income Tax, e propongo che le imposte risparmiate dalle imprese che reinvestono i loro utili, vadano a formare un fondo che finanzia la ricerca e l’innovazione e che sia cogestito da delegati dei lavoratori e dall’impresa. I frutti della produttività si traducono in aumenti salariali creando un circuito virtuoso tra partecipazione, efficienza e livelli salariali, facendo del mondo del lavoro il protagonista della sua emancipazione.
Se questa proposta è percorribile per le imprese di una certa dimensione, occorre essere consapevoli che la bassa produttività del nostro paese deriva dal fatto che il 95% delle nostre imprese ha meno di 10 dipendenti. Una politica che incentivi l’accorpamento di imprese in modo da raggiungere una massa critica necessaria per affrontare il tema produttività può essere vista anche come soluzione alla cronica sottocapitalizzazione delle nostre imprese.
Conclusione
L’analisi fatta nello scorso convegno, le proposte fatte in questa relazione indicano che esiste oggi, in una fase di mutamento di paradigma economico, ampio spazio:
per un nuovo protagonismo della sinistra, della sua capacità propositiva di un nuovo modello di sviluppo e di affermazione dei suoi valori che la aiuti ad uscire da una crisi esistenziale, ma soprattutto, oltre al rilancio della sinistra, serva al rilancio del nostro paese per uscire dalla sua endemica fase depressiva, ed in campo europeo all’affermazione dei valori socialdemocratici come modello di riferimento sia per la declinante egemonia statunitense che per la nascente egemonia cinese.itenere che basti una più equa ripartizione del reddito prodotto, ed una lotta intelligente contro la rendita per risolvere i problemi del nostro paese sarebbe un errore. Il nostro paese soffre di una crisi di produttività che mina alla base ogni possibilità di sviluppo. Francia e Germania, in questi anni, hanno incrementato la loro produttività con ritmi notevoli; e ciò non nasce dal caso. Politiche attive di innovazione ed investimento nella scuola e nella formazione sono alla base di questi risultati. In Germania poi la cogestione ha garantito che la moderazione salariale si traducesse effettivamente in incremento della produttività. Nel nostro paese si interpreta invece l’aumento della produttività come un incremento del lavoro fisico del lavoratore (si combattono i fannulloni e si premia chi fa gli straordinari) senza pensare che la costruzione della produttività è un concerto di azioni che coinvolgono strutture pubbliche, politiche industriali, coinvolgimento dei lavoratori, sinergie con il mondo della scuola e dell’università, investimenti agevolati e politiche fiscali di sostegno, insomma ancora una volta una programmazione.
L’altro elemento che avevamo individuato nel nostro convegno, era quello che i profitti generati dalla moderazione salariale, invece, come da patto protocollare, di essere investiti in innovazione e investimenti produttivi, hanno preso la strada della circolazione finanziaria. Se da una parte si è dimostrata ingenua l’idea di mettere la volpe a guardia del pollaio, si è permesso che 8 punti di PIL passassero dai salari ai profitti. E questi profitti hanno preso la strada della remuneratissima (fino al collasso) rendita finanziaria, uscendo dalla circolazione produttiva che si è trovata costretta, senza investimenti produttivi ed innovativi, a contare, come elemento concorrenziale, solo sul minor costo della mano d’opera.
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