Tale umenesimo, a prescindere dalle categorie classiche di proletariato o di classe operaia, presuppone la "rifondazione" su base etica della stessa formazione umana. Secondo presupposti che potremmo definire "kantiani", i quali necessitano che l'essere umano "voglia" mettere in atto ciò che "deve" fare, e per questo sia spinto più da incentivi morali che materiali. Per questo l'intellettuale per ,Guevara, così come l'artista ha un ruolo fondamentale, come se non più del guerrigliero. Lo scrisse a chiare lettere in quello che è considerato il suo testamento politico e filosofico, il saggio "Il Socialismo e l'uomo a Cuba"...
La caduta tendenziale del saggio del profitto

La caduta tendenziale del saggio di profitto è una di quelle previsioni non azzeccate attribuite a Marx. I testi di economia parlano, con l’evidenza dei dati, dell’errata previsione di Marx come conseguenza dell’adozione da parte del filosofo di Treviri della teoria del valore-lavoro. La fallacia delle previsioni di Marx conferma gli errori delle sue teorie e di tutta la costruzione marxiana in fatto di crollo inevitabile dell’economia capitalista.
I precedenti
Marx affronta il tema della Caduta tendenziale del saggio di profitto sia nei Grundrisse (pag. 455 del secondo volume nell’edizione La Nuova Italia) che nel Capitale Sezione terza del Libro terzo. In quelle pagine Marx dà la sua interpretazione di una legge tendenziale, quella appunto della caduta del saggio di profitto, di cui s’era accorto Adam Smith prima e cui aveva risposto Ricardo.
Smith aveva attribuito la caduta tendenziale del saggio di profitto all’operare del meccanismo della concorrenza. Questa mettendo in competizione i vari operatori economici fa in modo che ognuno di essi cerchi di accaparrarsi più affari diminuendo i prezzi grazie, anche alla diminuzione dei costi di produzione. In questo continuo confrontarsi i margini di profitto si logorano e si riducono inevitabilmente.
Ricardo gli rispose che la concorrenza poteva al massimo livellare il livello dei profitti all’interno dello stesso settore e anche tra i diversi settori ove operano gli imprenditori, ma non poteva certo tendere ad azzerare il livello di profitto. Piuttosto Ricardo vedeva una causa della caduta del saggio di profitto in quel fenomeno che egli studiò a fondo e che lo portò ad elaborare la sua teoria sulla rendita, appunto, ricardiana (di cui ancora oggi subiamo le conseguenze essendo essa la causa principale del differente costo della vita tra città e campagna, tra nord e sud).
Secondo Ricardo gli agricoltori (ma lo stesso fenomeno si ritrova sul mercato immobiliare) scelgono per prime le terre più fertili; quelli che vengono dopo si devono accontentare dei terreni via via sempre meno fertili. Ovvio che per avere lo stesso quantitativo di prodotto il lavoro da applicare alle terre via via meno fertili, è superiore al lavoro da applicare alle terre più fertili. Ne consegue che i possessori delle terre più fertili avranno prodotti che costano meno dei prodotti derivanti dalle terre meno fertili. Si genera quindi una rendita, cosiddetta di posizione, o appunto ricardiana che non è guadagnata dal lavoro. Ma è altrettanto chiaro che a parità di prezzo di vendita i produttori delle terre più fertili avranno profitti più alti dei produttori delle terre via via meno fertili. La media dei saggi di profitto tende quindi a scendere man mano che nuove terre, sempre meno fertili, a costi via via più alti e a profitti via via decrescenti, si aggiungono. Di qui la tendenziale caduta dei saggi di profitto.
Marx prende in esame queste impostazioni di Smith e Ricardo e dà un’interpretazione diversa. Marx quindi non inventa questa legge, come dicono i suoi critici, ma ne dà un’interpretazione basata sulla legge del valore-lavoro.
In sintesi: il plusvalore è la differenza tra valore del lavoro e retribuzione dei lavoratori. Il plusvalore, base del capitalismo, si crea soltanto alienando dal lavoro vivo parte della sua produzione a favore del capitale. Se quindi, per esempio, su un valore prodotto pari a 100, 60 va a retribuire il lavoratore e 40 viene appropriata dal capitale; questo 40 viene definito plusvalore, derivato dal pluslavoro eccedente il lavoro necessario a compensare il lavoratore (con salari di sussistenza) e che viene appropriato dal capitale. Si definisce quindi saggio del plusvalore il rapporto tra Plusvalore e capitale variabile (ovvero quella parte di capitale destinato a finanziare il lavoro). Il saggio del profitto è invece calcolato rapportando il plusvalore alla somma di capitale fisso (macchinari, etc) e capitale variabile.
Vediamo ad esempio come cambia saggio del plusvalore e saggio del profitto al modificarsi dei rapporti tra capitale fisso e capitale variabile (la marxiana composizione organica del capitale). L’esempio è tratto dal Manuale di economia politica di A.Pesenti (Editori Riuniti, Roma 1972 vol I p. 275)
|
Cap.fisso |
Cap.variab |
Cap. totale |
Plusvalore |
Cap fiss/var |
Saggio plusv. |
Saggio profitto |
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C |
v |
c + v |
pl |
c/v |
pl/v |
pl/(c+v) |
|
500 |
1.000 |
1.500 |
1.000 |
50% |
100% |
66,6% |
|
1.000 |
1.200 |
2.200 |
1.200 |
80% |
100% |
54,5% |
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2.000 |
1.400 |
3.400 |
1.400 |
140% |
100% |
41,1% |
Quindi per Marx, sia Smith che Ricardo, ignorando categorie quali il pluslavoro, la distinzione tra capitale fisso e capitale variabile, alienazione e sfruttamento, non potevano dare una esatta interpretazione della legge che essi avevano introdotto.
E’ infatti evidente, dall’esempio fatto, che a parità di saggio del plusvalore, all’aumentare della componente capitale fisso, il saggio del profitto decresce. Ma l’esempio fatto è un confronto sincronico tra situazioni di industrie diverse, con capitali organici diversi. Quindi l’esempio fatto non ci dice nulla sulla “tendenza temporale”; occorre fare confronti tra situazioni di una stessa industria in tempi diversi, piuttosto che raffronti sincronici tra industrie diverse.
Consideriamo allora l’esempio sopra riportato come la situazione di una stessa industria in tempi diversi. Al tempo 1 il plusvalore (che il capitalista chiama profitto) generato pari a 1.000 è reinvestito in azienda acquistando nuovi macchinari e assumendo nuovo personale. Il capitale fisso aumenta da 500 a 1.000 e quello variabile aumenta da 1.000 a 1.200; il plusvalore (profitto) della fase 2 viene reinvestito in capitale fisso (+ 1000) ed in capitale variabile (+200). Il rapporto tra capitale fisso e capitale variabile (la composizione organica del capitale) sale dal 50 all’80% e poi al 140%. Il saggio del plusvalore rimane immutato. Il saggio del profitto scende dal 66,6 al 54,5% e poi ancora al 41,1%.
E’ qui che l’hegelismo di Marx, prende il sopravvento sul suo galileismo. Marx vede in questo andamento la classica negazione hegeliana; il processo capitalista nel suo sviluppo inevitabilmente tenda a negare sé stesso; i suoi meccanismi inevitabili portano inevitabilmente alla autodistruzione del processo; alla tesi della produzione del profitto si oppone l’antitesi della diversa composizione organica del capitale e la sintesi è la caduta tendenziale del saggio di profitto.
Ancora, il capitale oltre a porsi come valore che si riproduce e si perpetua, si pone anche come valore che, attraverso l’assorbimento in sé del tempo di lavoro vivo che ha alienato al lavoratore, crea nuovo valore. Ma in questo processo di valore che crea valore, il capitale si pone anche come negazione di sé stesso, cioè come azzeratore della sua fertilità (misurata dal saggio di profitto) e quindi come affossatore del suo ruolo sociale.
E’ da questa proiezione della dialettica hegeliana che i suoi critici prendono spunto, irridendo ad una previsione che ogni giorno il capitale smentisce, riuscendo dopo più di cento anni, e nonostante acciacchi anche gravi, a sopravvivere con rinnovata vitalità.
Il Marx del Capitale
Nel Capitolo XIII della Sezione terza del libro III del Capitale, Marx torna ad esaminare, sulla stessa linea di quanto esposto nel precedente paragrafo, la legge “In quanto tale” della caduta del saggio di profitto, con l’avvertenza di rimarcare che “…tale declino non avvenga in questa forma assoluta, ma appaia piuttosto come tendenza…”.
Lo sviluppo e l’approfondimento della tematica sono spesso ignorati dagli economisti borghesi, che si sono accontentati di rilevare la falsità di una legge che peraltro attribuiscono a Marx, ma che da questi era stata solo interpretata. Il punto decisivo sviluppato da Marx nell’approfondimento della “legge in quanto tale” consiste nella reazione che il capitalista mette in moto per contraddire la caduta tendenziale del saggio di profitto. Se quindi nell’accumulazione del capitale fisso il processo capitalistico negava l’accrescimento del saggio di profitto, l’aumento della produttività del lavoro negava la precedente negazione. Come spesso usa metodologicamente fare, Marx procede per approssimazioni successive; dall’esposizione della legge in quanto tale passa all’esame delle “Cause contrastanti” tali fenomeno, e prima di tali cause contrastanti è “l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro”.
E’ facilmente intuibile che l’introduzione di nuovo capitale fisso può portare a produrre le stesse quantità precedenti con minor richiesta di capitale variabile, oppure può portare a produrre maggiori quantità a parità di capitale variabile applicato. Nel primo caso si genera lo stesso plusvalore con minor capitale variabile, nel secondo caso si genera più plusvalore con la stessa quantità di capitale variabile. In entrambi i casi c’è un aumento del capitale fisso nella composizione organica del capitale e c’è aumento del saggio del plusvalore. In termini di saggio di profitto ci sarà aumento dello stesso solo se l’effetto dell’aumento del saggio di plusvalore sul saggio di profitto supera l’effetto della diminuzione del saggio di profitto dovuta alla variazione della composizione organica del capitale.
La conclusione di Marx è che “nessun capitalista adotta volontariamente un nuovo metodo di produzione, per quanto sia più produttivo o per quanto possa aumentare il saggio di plusvalore, quando esso riduce il tasso di profitto”. Ne discende che il capitalista aumenta il capitale fisso, solo nella misura in cui questo aumento di capitale fisso genera un aumento di produttività del lavoro in grado di compensare più che proporzionalmente l’effetto negativo della composizione organica del capitale sul saggio di profitto.
Ecco che allora si spiega che la tendenziale caduta del saggio di profitto, irrisa dagli economisti borghesi, viene alla fine negata dal Marx stesso quando conclude che il capitale fisso aumenta solo se aumenta il saggio di profitto, cercando altri sbocchi in altri casi.
Ad un certo punto Marx si pone una domanda che anticipa altre tematiche. Si chiede infatti Marx se “gli aumenti temporanei, ma ricorrenti, del plusvalore al di sopra del livello generale per il capitalista che sfrutta invenzioni etc. prima che si generalizzino” possono condurre all’aumento, per quell’imprenditore, del saggio di profitto. La risposta che lo stesso Marx si dà è che “a questa domanda non si può che dare risposta affermativa”.
La sintesi schumpeteriana
La domanda-risposta che Marx si è data, anticipa sorprendentemente l’approccio al tema così come sviluppato dal Schumpeter. Secondo tale autore infatti, la dialettica del saggio di profitto è un continuo susseguirsi di invenzioni e brevetti che mettono in condizioni di vantaggio (tradotto in maggiori profitti) chi li adotta, ma che, grazie all’argomento smithiano della concorrenza, vengono a poco e poco erosi, finché una nuova invenzione non rilancia il profitto di un nuovo utilizzatore.
In questa visione assume allora crescente importanza la componente tecnologica e scientifica del lavoro inglobato nelle nuove macchine, nelle nuove tecniche, nel know-how produttivo. L’aumento del capitale fisso, non corrisponde tanto all’aumento dell’hardware quanto invece corrisponda al software incorporato in quell’hardware. Il lavoro vivo dei ricercatori va a costituire lavoro morto inglobato nei macchinari produttivi che permettono un incremento di produttività tale da generare aumento del saggio di profitto del capitalista che, tra l’altro, quei macchinari li può acquistare grazie all’appropriazione di pluslavoro generato dai suoi dipendenti.
Non è chi non veda in questa impostazione il passaggio dalla produzione manifatturiera alla società dei servizi, il passaggio al post-fordismo, all’avvento di una società dove la produzione materiale tende ad essere delegata in toto alle macchine, ai robots, etc.
Veniamo allora ai temi attuali, all’importanza che ha per lo sviluppo del capitalismo il contenuto tecnologico nella quota di aumento del capitale fisso.
Nella recente legge Tremonti-ter si concedono sconti tributari a chi investe in macchinari, ma l’ultima circolare interpretativa estende i benefici anche ai computers e ai softwares inclusi nella funzionalità di detti macchinari.
“La distruzione creatrice” di Shumpeter ha disegnato la strategia del capitalismo maturo nel senso che la concorrenza non si può più esercitare nel maggior sfruttamento della mano d’opera fondato sui bassi salari, ma tende a reindirizzare lo sfruttamento appropriandosi del capitale intellettuale del lavoro dipendente.
Appropriarsi del capitale intellettuale del lavoro dipendente è quella forma di alienazione esercitata dal capitale nei confronti del lavoratore che nella sua enorme dimensione fa impallidire la semplice appropriazione di qualche ora di pluslavoro. Dobbiamo tornare ad una pagina esaltante dei Grundrisse che riportiamo fedelmente.
“La natura non costruisce macchine…esse sono prodotti dell’industria umana: materiale naturale, trasformato in organi della volontà umana sulla natura o della sua esplicazione nella natura. Sono organi del cervello umano creati dalla mano umana; capacità scientifica oggettivata. Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventata forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma anche come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale”.
“Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come base miserabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa”.
Il nuovo soggetto rivoluzionario.
Quando parliamo di nuovo soggetto rivoluzionario non intendiamo certo riferirci alle figure rivoluzionarie quali quelle di Lenin o di Che Guevara, ma più marxianamente pensiamo al soggetto sociale interessato al cambiamento (ovvero rivoluzione) dell’esistente, pensiamo ad un soggetto quale era la classe operaia, ovvero la “classe generale”, del periodo pre-caduta del muro.
L’appannamento della classe operaia come classe generale è un fenomeno su cui riflettere anche per le strategie della sinistra nell’attuale fase politica.
Asor Rosa nel suo recente libro “Il grande silenzio”, parla dell’appannamento sia della classe operaia da una parte sia della borghesia dall’altra. Tra questi due corni si piazzava l’intellettuale critico dell’egemonia della sinistra negli anni pre-caduta del muro. Oggi l’intellettuale, afferma Asor Rosa, è entrato nei libri paga dell’impresa che vive sempre più dei saperi e del capitale intellettuale umano. E dai libri paga, gli intellettuali odierni hanno difficoltà ad emanciparsi e porsi come soggetti rivoluzionari.
E’ dunque negli intellettuali che stanno a libro paga della grande industria che va individuato il nuovo soggetto rivoluzionario; un rivoluzionario in camice bianco (simile al “manipolatore di simboli” di Rifkin) che viene da una scuola completamente rivisitata come fucina della rivoluzione tecnologica che mette in crisi gli assetti di un’industria che solo in parte (quelle famose 1.600 imprese che rappresentano il quarto capitalismo italiano) si è predisposto alle tematiche della globalizzazione.
Anche Antonio Negri (sull’ultimo numero di Italiani europei) individua uno dei compiti della socialdemocrazia l’impegno “nell’organizzazione del lavoro cognitivo, né più né meno, cioè nell’organizzazione del nuovo proletariato che, attorno alle condizioni immateriali e cooperative del lavoro, produce oggi ogni eccedenza di valore”.
Renato Costanzo Gatti
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|87.16.224.xxx |2009-11-04 19:39:53 CarloNon entro nel merito di Lenin, ma per quanto riguarda Che Guevara, la sua prospettiva era quella di una sorta di "umanesimo rivoluzionario" come mette giustamente in risalto Roberto Massari in un suo bel saggio, o come già notava a suo tempo anche Jean-Paul Sartre, oppure ancora oggi il filosofo Raúl Fornet-Betancourt.
Tale umenesimo, a prescindere dalle categorie classiche di proletariato o di classe operaia, presuppone la "rifondazione" su base etica della stessa formazione umana. Secondo presupposti che potremmo definire "kantiani", i quali necessitano che l'essere umano "voglia" mettere in atto ciò che "deve" fare, e per questo sia spinto più da incentivi morali che materiali. Per questo l'intellettuale per ,Guevara, così come l'artista ha un ruolo fondamentale, come se non più del guerrigliero. Lo scrisse a chiare lettere in quello che è considerato il suo testamento politico e filosofico, il saggio "Il Socialismo e l'uomo a Cuba"...
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|Author |2009-11-07 11:33:54 francoCon questo ulteriore contributo teorico di grande livello, come è solito fare Renato,viene approndito ulteriormente il punto chiave del problema della ricostruzione di un blocco sociale alternativo su cui poggiare le basi di consenso di una politica di riforme di struttura in grado di modificare i rapporti sociali e gli assetti di potere nella societa'.
Mi riferisco alla necessità di individuare la classe che per il suo ruolo determinante nel processo produttivo, svolto in termini subalterni al capitale, è nelle condizioni esistenziali, sociali, ed intellettuali , di sostenere e dirigere ,sulla base di un progetto complessivo alternativo di modello di sviluppo, un processo , culturale e politico di cambiamento della societa'.
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|Author |2009-11-07 12:16:00 francoI lavoratori intellettuali dipendenti, i tecnici specializzati, gli operatori culturali, gli addetti ai software, i progettisti,i ricercatori, i controllori di sistemi tecnici ed organizzativi,i precari universitari,gli addetti alla comunicazione,gli impiantisti, gli addetti al marketing delle aziende,gli esperti di manutenzione di sistemi complessi,gli insegnanti, i quadri delle aziende impegnati al controllo ed alla verifica delle linee di produzione,tutte le figure professionali che hanno un rapporto di lavoro dipendente,costituiscono soggetti facenti parte
di quel "GENERAL INTELLECT" di cui parla Renato.
Tutti accomunati dall' interesse a modificare la ripartizione sociale della ricchezza, in ragione dell'integrale riconoscimento dell'apporto qualificato apportato dal loro lavoro "VIVO" alla processo di creazione del valore dei beni prodotti per il suo tramite.
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Marx non fece nessun errore riguardo alla caduta del saggio di profitto: http://worldsocialism.blog.excite.it/permalink/327906.




link:http://www.reebok-nfl-jersey.co...
per questo a mio avviso è importan...
Totalmente condivisibile , le dichiar...
Cari compagni sono con voi....
Caro Renato, leggo sempre con molta a...
L'appello è assalutamente da condivid...
fa piacere assistere allo sgombero di...
Mi sembrano motivate e convincenti le...
NON CAPISCO PROPRIO IL MOTIVO PER CUI...
Caro Renato ,dovremmo organizzare, ut...
Nichilismo,ermeneutica.Vanno di pari ...
Kantianamente dunque, è necessario ch...
Il problema è che però quello che dov...
In buona parte credo abbia ragione Lu...