Costituisce un tentativo di analisi della trasformazione strutturale subita dal ruolo e dalla qualità della incidenza dei ceti intellettuali, intesi in senso ampio come operatori culturali nella società di massa, sulla complessiva coscienza sociale dellà società e sui suoi modelli culturali.
Democrazia e cultura
Relazione al congresso dell'associazione "Consequenze":
Dall'intellettuale funzionle all'intellettuale libero
"Consequenze" ritiene che essa affonda le sue radici, ben oltre le pur rilevanti difficoltà economiche che il paese attraversa, in un insieme di mutazioni epocali in grado di incidere in profondità nella coscienza di sé della società italiana,le quali, nell’impatto con gli squilibri endemici della nostra struttura sociale, e con i limiti di funzionamento della vita istituzionale del paese, vanno assumendo effetti devastanti sulla coesione della società e sulla qualità della convivenza civile tra i cittadini, risultando ulteriormente aggravati dall’invadenza di un sistema mediatico la cui qualità dei contenuti ha ormai raggiunto livelli molto scadenti.
In particolare: nell’ esaurimento dei tradizionali modelli culturali e morali di riferimento che hanno nel tempo definito ed accompagnato la stessa identità nazionale nel corso dello sviluppo economico e civile della società del dopoguerra, spazzati via da un relativismo etico nel campo dei valori e da un pensiero unico dominante nel campo della coscienza sociale ed economica che la società italiana non ha mai conosciuto nelle attuali estreme determinazioni; nello svuotamento ormai quasi assoluto della capacità di rappresentanza, o, quantomeno, di semplice mediazione degli interessi e dei valori da parte di un universo politico ormai del tutto autoreferente nel suo rapporto con la società civile, ed apparentemente indifferente alla riduzione della politica ad un ruolo di mera cassa di risonanza di processi decisionali ad essa divenuti estranei; nella progressiva difficoltà dei diversi corpi sociali intermedi,di natura istituzionale o spontanea,(famiglia, comunità scolastica, partiti, sindacati, chiesa, aggregazioni di quartiere, dopolavori, associazionismo diffuso, ecc.), che tradizionalmente hanno svolto un ruolo decisivo nella formazione culturale individuale degli italiani costituendo la rete diffusa dei loro riferimenti sociali e rappresentando il momento primario di tutela aggregata ed individuale degli interessi della maggior parte della popolazione italiana ,a continuare a svolgere quella funzione di rete di formazione,di comunicazione comunitaria , di solidarietà e di rappresentanza, in virtù della quale in passato la società civile ha sovente attutito le proprie contraddizioni sviluppando un processo di crescita collettiva che allo stato è in fase di evidente esaurimento; nel delinearsi progressivo, in
ragione dei mutamenti strutturali intervenuti nell’economia e nelle forme del lavoro, di una società in cui i momenti e i luoghi di aggregazione diventano sempre più rarefatti,ed in cui lo spirito comunitario viene sostituito da una dimensione sempre più frammentaria ed isolata dei rapporti tra gli individui che si trovano ad affrontare senza adeguati “strumenti” una rivoluzione dei costumi e dei rapporti sociali ed economici che introduce forme di insicurezza e paura nell’approccio esistenziale. Siamo quindi in presenza di una crisi complessiva della società, morale e sociale, che ha come caratteristica nuova rispetto al passato la diffusione tra gli individui di una angoscia del futuro della quale le generazioni più giovani costituiscono le prime vittime.
C. prende atto che purtroppo di fronte a tale stato di degrado della convivenza civile degli Italiani, il mondo della cultura ufficiale ,ammessa all’accesso nei circuiti mediatici ed editoriali, non assolva a differenza di quanto avvenuto in epoche passate in alcun modo al suo ruolo proprio di offrire alla società civile la propria capacità di analisi della realtà,spesso anticipatrice delle risposte collettive ,e di interpretazione creativa dell’esistente, indispensabile a far lievitare una nuova coscienza collettiva delle questioni e delle priorità esistenti, limitandosi per lo più a sciorinare,in totale assenza di spirito critico, quale soluzione alle grandi questioni epocali che si affacciano al futuro dell’umanità globale,esclusivamente ricette e raccomandazioni socio- economiche ispirate a una sempre più rigorosa logica di mercato, accompagnate da riferimenti di valore ispirati a un apparente ipocrita finto buonismo relazionale che in realtà costituiscono la veste commestibile necessaria all’accettazione e riproduzione di un reale sistema quotidiano di vita in cui l’armonia e la mitezza del vivere rappresentano ormai solo materia da spot pubblicitario.
In tal senso C. ritiene che tale assottigliamento della figura dell’intellettuale, non più portatore di un impianto culturale autonomo, o di una concezione complessiva della società e della vita, o di sistemi di conoscenza e di interpretazione della realtà , o di una forte capacità critica dell’esistente, ma ridotto a un ruolo del tutto funzionale ai processi economici, sociali e culturali in atto ,rappresenti la cartina di tornasole di una società, concettualmente riunificata in un pensiero sociale dominante ispirato alla filosofia del mercato, che tende inevitabilmente ad assumere un atteggiamento del tutto anti-intellettuale, sempre più immersa in una concezione della vita esclusivamente economica finalizzata al consumo od alla aspirazione ad esso, solo apparentemente democratica nel suo ossessivo ricorso alla filosofia del sondaggio quale unità di misura delle pulsioni e degli stati emozionali di una opinione pubblica frammentata e stordita, oggetto di un continuo processo di compatibilizzazione con le logiche di mercato dei comportamenti degli utenti-consumatori-elettori-cittadini-clienti-ascoltatori alimentato dai mezzi di comunicazione di massa attraverso l’azione dalle elite dei suoi operatori culturali di professione.
Una società che si muove secondo queste dinamiche costringe la stessa espressione artistica,che per definizione dovrebbe rappresentare lo spazio sociale della libera creatività degli individui, a subire analoghe conseguenze in termini di marginalizzazione e di sottoposizione a rigidi processi selettivi che escludono dal mercato quasi tutta la produzione artistica che non risponde alle sue logiche. Nella società attuale l’intellettuale e l’artista che continuano a svolgere la propria attività con totale autonomia di giudizio e di coscienza vengono progressivamente, in assenza di qualche logica di appartenenza che possa in qualche modo recuperarli, ad essere posti ai margini dei modelli che determinano le scelte dei sistemi dominanti dell'offerta culturale.
In tal modo si viene a consolidare nel mondo artistico ed intellettuale, a causa della strutturalità della comune condizione di emarginazione che esso va subendo, una omogeneità di sentire i problemi e di vivere il proprio rapporto con la società italiana, che tende a trasformare oggettivamente le nuove generazioni degli artisti e degli intellettuali in una sorta di moderna "classe", accomunata da una esigenza di tutela e di riscatto che tende a trasformarsi in una autentica omogenea domanda sociale.
Tale fenomeno aggregativo del tutto nuovo che interessa il mondo della cultura, costituisce un autentico paradosso, partorito dai processi involutivi della società italiana, che tende a trasformare il tradizionale rapporto, di naturale strettamente "individuale", esistente tra l'intellettuale, libero individuo creatore per definizione, ed il resto della società.
C. ritiene che tale processo degenerativo della vita culturale e con esso della democrazia italiana debba e possa essere contrastato attraverso la rinascita di una figura di intellettuale e di artista libero, in quanto sottoposto solamente alla valutazione del proprio merito da parte della comunità civile, ed in quanto non condizionati nella loro esistenza sociale ed economica da egemonie e monopoli culturali, economici e finanziari.
C. è convinta che in una democrazia autenticamente liberale nelle sue istituzioni, e sociale nelle sua autentica costituzione materiale, in grado di offrire alla popolazione l’opportunità di gestire i propri interessi collettivi ed individuali con piena autonomia di giudizio, una rinnovata figura intellettuale libero rappresenti la garanzia di una pubblica opinione che si riappropri nel senso più vero delle proprie scelte.
Tesi 2
Le moderne democrazie di massa stanno progressivamente modificando la loro originaria natura di organizzazioni istituzionali fondate sul principio della espressione della sovranità popolare in una cornice istituzionale rigorosamente liberale, in nuove realtà istituzionali, caratterizzate, nella vita reale delle loro istituzioni di governo, e nel funzionamento dei loro istituti di rappresentanza, dalla tendenza dei processi decisionali reali a divenire sempre più estranei alle scelte consapevoli dei cittadini, e nelle quali anche la stessa possibilità di controllo a posteriori da parte della popolazione del modo e della qualità in cui viene realizzato il momento del “governo della società” appare di sempre più difficile concreta attuazione.
In particolare le società democratiche economicamente più sviluppate, ormai sempre più investite dalla perdita di sovranità dei rispettivi poteri statuali, non più in grado di governare i processi di globalizzazione economica e finanziaria che interagiscono a livello sovranazionale, rischiano di trasformarsi in strutture formali meramente autoritative, nelle quali le opzioni di governo sulle grandi scelte di interesse collettivo sono condizionate, se non addirittura forzate, da indirizzi ed interessi , che trovano la loro genesi in ragione di un sistema di interrelazioni economiche e finanziarie, e di logiche di compatibilità di “sistema”, valutate ed adottate al di fuori dei processi democratici di formazione della volontà collettiva svolti all’interno degli organismi a cui è affidato l’esercizio del potere di rappresentanza democratica della popolazione.
Questo processo di progressivo svuotamento dei reali poteri di indirizzo strutturale a disposizione degli stati nazionali, con la loro subordinazione in materia economica alle istanze superiori di organismi sopranazionali, di natura tecnica e non politica,che esercitano funzioni di orientamento e di controllo delle scelte economiche e sociali degli stati, e di orientamento globale degli investimenti finanziari, implica quindi necessariamente il rischio di una involuzione tendenzialmente autoritaria della vita democratica dei paesi occidentali, trasformando la “costruzione del consenso” in una esigenza vitale delle classi dirigenti, da considerare come la preoccupazione principale per l’esercizio della loro attività di governo dei moderni stati, organizzati in forma democratica, in modo molto più pressante di quanto paradossalmente non si verifichi nel rapporto tra classi dirigenti e popolazione negli stessi sistemi dittatoriali, in cui le scelte collettive risultano esclusivamente forzate in termini autoritari, e non debbono essere sottoposte ad alcuna ratifica elettorale, o ad alcuna altra forma di verifica formale in un rapporto esplicito e diretto con la pubblica opinione.
Questa pericolosa linea di tendenza delle moderne democrazie accentuata, dal ruolo preponderante assunto dai mezzi di comunicazione di massa, affida al mondo della cultura delle responsabilità enormi rispetto ai destini delle comunità nazionali,ben più rilevante del passato, per il ruolo sociale che esso va ormai assumendo, in tutte le sue diverse forme di espressione e di articolazione professionale, nella organizzazione civile e sociale dei paesi sviluppati, ed in particolare nel loro sistema mediatico - editoriale, e nei processi di acculturazione di massa, indotti o accelerati nella popolazione dai flussi informativi trasmessi dai mezzi di comunicazione.
Nelle moderne democrazie mediatiche di massa, infatti, anche a fronte di una scolarizzazione diffusa degli individui, l’incidenza del mondo della cultura sugli orientamenti collettivi raggiunge livelli di rilevanza, estensione, e profondità mai conosciuti in nessuna altra epoca dell’umanità.La stessa vita culturale in sé, ed i bisogni e consumi ad essa più o meno connessi ,è divenuta in una società economicamente sviluppata, che ha tendenzialmente risolto i bisogni primari, un fattore di investimento, di produzione e di creazione di valore e lavoro, tale da trasformarla in una componente non secondaria della stessa vita economica del paese, addirittura calcolabile quale fattore di composizione del prodotto interno lordo delle nazioni.Questa duplice rilevanza della cultura la rende sempre meno libero campo di espressione dello spirito umano e sempre più fattore sociale determinante negli equilibri reali della società, rendendola in tal modo oggetto, da parte dei poteri forti esistenti, di una “attenzione” particolare alla sua funzionalità che travalica necessariamente il merito e la qualità della sua espressione.Il rapporto tra poteri e cultura in senso ampio diviene quindi il vero punto critico dello sviluppo della comunità nazionale attorno al quale si determina per larga parte la stessa qualità della vita dei cittadini e la gran parte delle ragioni che sottendono la qualità e il livello di maturità della vita democratica del paese.
La trasformazione dei mezzi di comunicazione di massa da strumenti popolari di arricchimento culturale ed informativo a strumenti perfezionati di veicolazione del prodotto commerciale, del messaggio ideologico, del modello culturale, e del costume di vita, ha purtroppo incrinato la speranza progressista e democratica che la diffusione della scolarità di massa potesse portare con sé una automatica elevazione culturale della popolazione tale da ricomporre “verso l’alto” il distacco tradizionale tra intellettuali e popolo.Inoltre è divenuto ormai certezza il rischio che nelle società democratiche dell’occidente, l’esaurimento dei modelli sociali alternativi all’economia di mercato,ed il conseguente prevalere nel campo delle scienze sociali di una nuova egemonia culturale del “pensiero debole” ,in assenza di una corrispondente elevazione dei livelli di maturità della pubblica opinione potesse covare in sé i germi di un drastico ridimensionamento del ruolo degli intellettuali nella formazione dei processi decisionali, da cui, inevitabilmente, sarebbe derivato un indebolimento della stessa società civile rispetto ai poteri forti esistenti, i quali si sarebbero venuti a trovare in tal modo nella condizione ottimale di poter esplicare la propria influenza sociale – politica – economica e culturale liberi dagli ostacoli frapposti da una strutturazione alternativa, o più semplicemente critica, della cultura sociale diffusa nella popolazione.
In particolare, l’esaurimento della figura dell’intellettuale organico, fortemente legato alla dimensione dell’impegno politico per la trasformazione complessiva della società, che, pur in presenza di aspetti di conformismo e di intolleranza, ha comunque rappresentato un modello di esperienza intellettuale animato dall’idea di colmare il distacco endemico tra la cultura ufficiale e la vita della popolazione, in nome di un sistema di valori etici incardinati in un progetto alternativo di sistema,ha lasciato spazio ad una nuova figura di intellettuale professionista, ridotto a vivere la propria esperienza “professionale” in una dimensione funzionale agli assetti di potere esistenti, una sorta di riedizione moderna dell’antico intellettuale cortigiano che vive la propria esperienza culturale nel cerchio di influenza dei nuovi poteri forti esistenti (editoriali-mediatici-finanziari-commerciali), costretto a dover far convivere la propria crescita professionale con le regole di apparato del circuito mediatico che lo ingloba, pur di riuscire ad entrare nella “ufficialità” della cultura ammessa alla espressione di sé attraverso i mezzi di comunicazione di massa.
Questa involuzione del ruolo dell’ intellettuale nella società contiene in sé evidentemente un insieme di implicazioni negative che rischiano di essere ancora più marcate nel nostro paese in cui il distacco tra cultura e popolo ha rappresentato, con la sola eccezione del periodo ’66-’78, uno dei principali aspetti critici della formazione della coscienza nazionale, e dello sviluppo della democrazia italiana ed ha costituito la ragione principale della stessa fragilità sociale che ha sempre afflitto il mondo della cultura italiana.In particolare la tradizionale separazione del mondo della cultura dalla vita sociale del paese, ricomposta faticosamente solo nel secondo dopoguerra attraverso la figura dell’intellettuale organico, rischia ora di riprodursi in forme ancora più negative attraverso l’abdicazione del mondo culturale al proprio autonomo ruolo di libera coscienza critica della società e la sua riduzione ad un ruolo meramente funzionale a processi sociali e culturali che trovano la loro ragione costitutiva in un universo di interessi ben estraneo a quello della libera espressione culturale.
Diventa quindi indispensabile colmare nuovamente la distanza tra mondo della cultura e popolazione, creando un rapporto paritario e partecipativo, che da un lato riporti il mondo della cultura alla piena consapevolezza delle sue responsabilità verso l’opinione pubblica e dall’altro ricostruisca nella popolazione un atteggiamento attivo nei confronti dell’universo culturale, fondato sulla consapevolezza che la cultura rappresenta un bene primario della vita comunitaria, che deve essere tutelato, salvaguardato e collettivamente goduto in tutte le sue diverse forme di manifestazione, evitando che tutte le possibili strutture di intermediazione (di natura economica, sociale, mediatica, editoriale, finanziaria, politica) esistenti nella relazione tra cultura e popolo, riducano tale rapporto a livelli di mera fruizione commerciale di massa o ad un subalterno rapporto di pura acculturazione collettiva, che rappresentano l’aspetto speculare di una contemporanea rinnovata chiusura dell’universo culturale in una casta autoreferente e strumentalmente privilegiata dal potere.Appare inoltre indispensabile favorire il ricambio generazionale nel mondo della cultura attraverso la creazione di nuovi canali alternativi di accesso nella produzione e nella distribuzione artistica, necessari a scardinare gli attuali sistemi selettivi legati alle logiche clientelari, nepotistiche , e rigorosamente commerciali,ed a forzare la rigidità di tutti i canali ufficiali di accesso al mercato che allo stato attuale condizionano e ricattano una intera nuova generazione di artisti ed intellettuali.
Tesi 3
“Consequenze” ritiene quindi che una grande riforma del mondo della cultura italiana, realizzata attraverso la creazione di un autentico spirito comunitario tra i cittadini ed il mondo della espressione artistica, organizzato nelle forme possibili in strutture di gestione di spazi autonomi, permanenti ed autorganizzate, capace di trasformare la distinzione tradizionale tra fruitori e creatori del prodotto culturale in nuovo rapporto partecipativo tra popolo e cultura rappresenti l’elemento fondamentale da cui realizzare un più generale movimento di ridefinizione sostanziale e della democrazia italiana attraverso una vera e propria ricostruzione delle sue radici popolari.
In particolare “Consequenze” ritiene che la ricomposizione di un forte e diretto rapporto tra popolo e cultura possa costituire di per sé la garanzia e la spinta per una radicale trasformazione degli attuali canali di selezione delle avanguardie intellettuali, nel senso della piena valorizzazione del merito oltre ogni sistema di cooptazione gestito da una casta concentrata sulla propria autoriproduzione, indebolita nella propria capacità creativa e nella propria autonomia di giudizio da una dipendenza alle logiche di mercato che determinano l’accesso al sistema mediatico editoriale che governa l’industria della cultura, e per un rovesciamento degli attuali criteri di valutazione che governano l’accesso al mercato del prodotto culturale e la stessa formazione dei consumi culturali di massa.
Questo processo di riradicamento democratico della vita nazionale potrà in tal modo avvenire attraverso la contemporanea, ed interdipendente crescita di una pubblica opinione, autonoma nelle scelte, critica dei messaggi mediatici di cui è ossessivamente destinataria, tenace nella difesa dei suoi diritti, consapevole della natura dei processi decisionali della società, vigile nella tutela dei reali interessi collettivi e indipendente nella sua capacità di selezionare priorità sociali,civili ed economiche e di una nuova generazione di intellettuali ed artisti liberi nella loro espressione dai condizionamenti indotti da un sistema di comunicazione con il pubblico governato in tutti i principali canali di accesso al mercato da logiche selettive, dirette nella loro finalità primaria ad una sostanziale autoriproduzione delle classi dirigenti attraverso la creazione di una omogenea classe di “operatori della cultura” funzionali ai poteri esistenti, necessaria allo sviluppo del mercato inteso quale terreno di esclusiva commercializzazione del prodotto culturale da esse proposto al consumo .
“Consequenze” ritiene che questo necessario percorso di rinnovamento etico e culturale della vita democratica del paese debba e possa prendere avvio proprio nell’universo della produzione artistica, inteso nel senso più tradizionale quale campo di espressione della più elevata manifestazione dello spirito dell’uomo, in quanto la ricostruzione di un rapporto comunitario tra la società civile e la propria espressione artistica costituisce una rottura democratica dell’insopportabile attuale stato delle cose che, giungendo a realizzarsi proprio nel punto più elevato e tradizionalmente considerato più esclusivo ed elitario dell’universo culturale,può risultare per ciò stesso capace di produrre a cascata i suoi effetti positivi sulla totalità della vita culturale ,estendendo i suoi effetti innovativi in tutti settori della società in cui si manifestano le diverse forme della attività culturale del paese.
In tal modo, la ripercussione a scalare di tale scossa innovativa,se sostenuta dalla azione di strutture organizzate ,quale quella che ci proponiamo di attivare, potrà attraversare lo stesso mondo della gestione dei mezzi di comunicazione di massa, oggi sottoposto ad un controllo pressoché totalitario esercitato dalla economia e dalla finanza ,e quello del giornalismo, i cui canali di selezione professionale sono ormai sempre più regolati da logiche di “formazione” della pubblica opinione ispirate ai dettami della “filosofia del mercato”, ed alle soventi più concrete esigenze commerciali dei rispettivi datori di lavoro , fino a rivitalizzare da ultimo il mondo dell’insegnamento scolastico,il quale , nonostante sia sottoposto ad un processo di marginalizzazione ,e viva una condizione di diffusa frustrazione, continua ancora a coltivare in sé forti margini di indipendenza e di spessore critico che debbono essere assolutamente preservati e consolidati, ed a costringere lo stesso insegnamento universitario a misurarsi fino in fondo con i propri doveri di responsabilità nei confronti della qualità della cultura di massa del nostro paese , rifuggendo dall’antico vizio professorale di rinchiudersi nel proprio aulico ruolo cattedratico interpretando la propria esperienza professionale in modo avulso dalla vita della società civile.
Tesi 4
C. è consapevole del delicato e decisivo ruolo di orientamento collettivo che il mondo della cultura svolge all’interno dell’organizzazione sociale di una società avanzata e strutturata in forme istituzionali democratiche, in cui le scelte della pubblica opinione costituiscono il terreno sul quale necessariamente debbono essere misurate le scelte delle classi dirigenti, ed in cui gli intellettuali possono alternativamente assolvere alle funzioni di coscienza collettiva della comunità civile oppure a quella ben diversa di organizzatori del consenso per conto terzi.Appare evidente in tal senso che l’impostazione critica che C. concepisce sull’attuale ruolo della cultura e degli intellettuali nella società trascende il merito delle loro scelte e delle loro concrete impostazioni di pensiero riguardando il metodo e le qualità della natura del processo formativo degli orientamenti da essi trasmessi alla pubblica opinione.
In tal senso per C. la valutazione della libertà di espressione manifestata dall’intellettuale non è certo misurata dalla propria condivisione della opinione ma è presa in oggetto esclusivamente sulla base della acquisizione della certezza della indipendenza funzionale del pensiero da esso manifestato. La garanzia di tale indipendenza rappresenta quindi l’unica vera garanzia della qualità e della “positività sociale” della funzione di orientamento collettivo che gli intellettuali devono giustamente poter rivendicare .e che C. ritiene con essi di dover condividere.C intende quindi sviluppare il proprio ragionamento rigorosamente ed esclusivamente sul tema del rispetto e della garanzia del “metodo democratico”,inteso nel senso più integrale,nella formazione delle scelte collettive,e della verifica dei modi in cui il mondo della cultura vada ad incidere su di esse.Non rivendicando pertanto come propria una specifica preordinata visione della società,nel significato ideologico del concetto, C. intende rapportarsi con la “politica” in termini di totale indipendenza e autonomia senza ricercare alcun legame di appartenenza, nonostante sia pienamente consapevole che la crisi della politica contenga in sé pericolosi rischi di degenerazione autoritaria.Tale scelta di indipendenza costituisce per noi la condizione necessaria per poter divenire il punto di aggregazione della domanda di rinnovamento e di libertà che accomuna la nuova generazione di artisti e intellettuali solidali nel rifiuto di un “sistema culturale” chiuso, clientelare, assistito ed asservito, i quali ritengono che la propria separazione dalla comunità civile del paese si risolva in un vincolo alla propria crescita professionale e produca un impoverimento di consapevolezza critica della coscienza collettiva.
C. ritiene quindi di dover individuare allo stato nell’universo della politica esclusivamente la propria controparte istituzionale a cui rivolgere innanzitutto la propria richiesta di ottenere spazi e strutture ove realizzare il proprio progetto di espressione artistica comunitaria e partecipata al di fuori di ogni logica assistenziale e clientelare. Posta questa doverosa premessa di carattere generale sui concreti rapporti che intendiamo intrattenere con l’universo delle rappresentanze politiche e con le istituzioni, C. è altresì egualmente convinta che la ventata di antipolitica che percorre il paese, agitata da gran parte delle classi dirigenti economiche e finanziarie e condivisa da gran parte della popolazione, non sia in ultima analisi che la risultante naturale di una società ad una dimensione, portata progressivamente a privilegiare le soluzione tecniche alle opzioni di valore e tende a risolvere gli interrogativi del dover essere in una esaltazione acritica dell’esistente sociale, divenuta sempre più anti-intellettuale che tende a considerare la cultura, quale sede della coscienza sociale, e la politica, quale sede della reale direzione dei processi sociali, come attività superflue appartenenti ad un’epoca del conflitto sociale ritenuta ormai superata, se non addirittura di ostacolo rispetto ad un mondo dei rapporti sociali che si possono autoregolare perfettamente sulla base delle regole economiche del mercato, senza necessitare di alcuna coscienza critica esterna e tanto meno di interventi dirigistici o semplicemente correttivi di natura politica. In tal modo si va consolidando progressivamente un piano inclinato sul quale la società italiana sta scivolando verso un modello di organizzazione sociale sempre più americanizzato e sempre più lontano da quell’impianto di democrazia sostanziale delineato nei principi affermati nella nostra costituzione repubblicana.
La politica italiana da parte sua compie ogni sforzo per favorire gli esiti di tale linea di tendenza, da un lato riducendo al minimo ogni reale programmatica tra i diversi schieramenti contrapposti, allentando in tal modo i rispettivi vincoli di rappresentanza nei confronti degli elettorati di riferimento, abdicando in tal modo al suo compito più autentico di garantire la direzione dei processi e di selezionare o interpretare i valori collettivi, e dall’altro occupando in forme sistematiche, e sempre meno giustificate, ogni possibile spazio istituzionale e non, organizzato in funzione della gestione della spesa, comprese le istituzioni culturali, con metodi e logiche di stretta appartenenza e di puntuale spartizione destinate a soddisfare una classe numerosa di addetti di apparato.La politica ufficiale contribuisce in tal modo a schiacciare anch’essa la società civile ,con un invadenza sistematica non più suffragata da alcuna forte ragione progettuale o programmatica ,rifiutando di vedere il profilarsi di una nuova crisi istituzionale che nuovamente con il pretesto di liberare la società civile dal peso della politica potrebbe risolversi in una fase di ulteriore omologazione della società e di indebolimento degli strumenti di tutela delle fasce più deboli della popolazione.
C. afferma quindi la propria autonomia dal “politico” pur affermando contemporaneamente lo spessore “politico” della propria ipotesi di lavoro, convinta che lo sviluppo del proprio progetto finirà comunque per rafforzare il tessuto democratico della società, riattivando nella coscienza sociale una nuova forte domanda di politica, intesa come capacità dei soggetti affidatari dei compiti di rappresentanza collettiva di recuperare il senso di una superiore attività di direzione dei processi sociali sulla base di un’impostazione di valori ,definita esclusivamente attraverso un rinnovato rapporto fiduciario con una popolazione nei confronti della quale il mondo della cultura avrà pienamente riassunto la propria funzione di libera ed autonoma coscienza critica.
Franco Bartolomei
Presidente del Comitato scientifico dell’associazione culturale “Consequenze”
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|Author |2009-10-30 08:53:19 francoQuesta relazione è stata svolta al convegno nazionale della Associazione culturale "CONSEQUENZE" , tenuto a Ferrara nel settembre 2007 sul tema " Dall'intellettuale Organico e Funzionale all'intellettuale Libero".
Costituisce un tentativo di analisi della trasformazione strutturale subita dal ruolo e dalla qualità della incidenza dei ceti intellettuali, intesi in senso ampio come operatori culturali nella società di massa, sulla complessiva coscienza sociale dellà società e sui suoi modelli culturali.




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