Il giustizialismo e la crisi della politica e della sinistra nell'Italia della II Repubblica


Il 5 Dicembre a Roma c’erano tanti giovani con la faccia pulita, che hanno organizzato da soli  una bella manifestazione contro la pretesa di un plutocrate megalomane ed imbroglione di essere al di sopra della legge e della costituzione.

Nonostante i miei dubbi iniziali sulla possibilità che tale bella prova di democrazia potesse essere strumentalizzata da chi ha utilizzato sempre in modo equivoco la questione morale devo dire che il comportamento di quei giovani mi ha fatto ricredere. Le dichiarazioni irresponsabili di Nencini che ha paragonato di fatto quella bella manifestazione all’influenza suina sono frutto di ottusità e di incapacità di interpretare quello che si muove nella società. Anche se sono convinto che sul semplice antiberlusconismo non si costruisce una proposta politica alternativa alla destra.

Tuttavia io personalmente ad una manifestazione in cui vi sia Di Pietro difficilmente potrei aderire.

Qualcuno potrebbe dire: ecco, il solito socialista che ce l’ha con Di Pietro perché ha distrutto il PSI. Non è così, anche perché sono convinto che il PSI, in larga misura, si è distrutto da solo, prima che scoppiasse Tangentopoli.

Vedete queste note non sono solo un tentativo di analisi politica di quella che è stata la storia italiana degli ultimi 15 anni, quanto  la confessione personale di un socialista, lombardiano ma comunque socialista, e di come questo socialista e questa persona, all’anagrafe Giuseppe Giudice di Potenza, ha vissuto questi anni.

Tutti sappiamo che si può far politica per diverse ragioni che sono così riassumibili:

1)      perché spinti da passione politica ed ideale autentica

2)      perché spinti da interessi personali (carriera, denaro, potere)

3)      perché spinti da smania di protagonismo personale

4)      perché spinti da rancore, frustrazione e risentimenti

Di queste motivazioni la prima è nobile. Le altre sono tutte non-nobili (spesso ignobili). Fra l’altro spesso tali motivazioni possono anche intersecarsi fra loro. Il comportamento umano è sempre complesso.

Guardando alla storia repubblicana possiamo affermare che la prima motivazione è stata prevalente nei grandi protagonisti della storia repubblicana al di là della fede politica. Amendola e Berlinguer, Nenni e Lombardi, De Gasperi e Fanfani, per fare degli esempi concernenti i principali partiti della storia repubblicana, erano in larghissima misura spinti da ideali e molto, molto poco da interessi personali.

Il contrario di oggi in cui i nostri presunti leader (a qualsiasi schieramento appartengano) sono in larga misura attratti dalle ultime tre motivazioni. Berlusconi, ad esempio, è una perfetta sintesi tra la motivazione 2 e 3. Di Pietro molto dalla 3 con qualche incursione nella 2 e si rivolge ad una base spinta dalla motivazione 4. Occorre anche aggiungere che i leader odierni oltre che spinti da nessuna motivazione ideale sono anche caratterizzati da un bassissimo spessore culturale (Di Pietro è in buona compagnia).

Naturalmente vi è tanta gente che fa politica perché ancora spinta da motivazioni ideali e passione civile, ma vive una profonda frustrazione in questa fase. Del resto oggi l’unico vero grande leader che per passione e spessore politico e culturale è paragonabile a quelli della migliore storia repubblicana è Nichi Vendola.

Proprio quest’ultimo che è l’espressione di un comunismo eretico, critico e libertario (molto vicino per diversi aspetti al mio socialismo di sinistra) ha detto che il giustizialismo è l’espressione dei novelli Torquemada e Savonarola, di una concezione autoritaria della politica e della vita, che fa leva sulle frustrazioni ed i risentimenti (non sulla autentica ricerca della giustizia). Esso prefigura uno stato poliziesco e forcaiolo, un’etica securitaria fondata sul sospetto , l’invidia e la delazione, in pratica su alcuni degli istinti più bassi della natura umana.

Ma i Torquemada moderni non sono dei fanatici religiosi. E’ piuttosto gente furba che in una fase di profonda decadenza della cultura politica e non solo, della deformazione mediatica dei fatti, strumentalizza un sentimento in cui c’è certo l’indignazione verso il degrado morale, ma che spesso è mescolato alla frustrazione personale, per cui non si combatte la corruzione politica per uno spirito autentico di giustizia ma perché sotto sotto “uno si sente di fottere” per  non poter fare lo stesso. Del resto nella mia esperienza di vita  ho imparato a dubitare di coloro che ostentano pubblicamente la propria onestà e moralità e fanno i censori dei comportamenti altrui.

Le persone veramente oneste nell’animo sono umili, compiono il proprio dovere senza bisogno di ostentare nulla. Ho quindi sempre pensato che i pubblici censori e i moralisti da strapazzo sono comunque persone che hanno parecchi scheletri nell’armadio.

Quello che diceva Gesù resta eterno. Rileggetevi la parabola del fariseo e del pubblicano, o quando dice ai capi dei Farisei “le prostitute ed i peccatori vi precederanno nel regno dei cieli” oppure “voi siete quelli che volete apparire giusti di fronte agli uomini, ma ciò che è giustizia per gli uomini è abominio per Dio”. Se non vogliamo risalire al Messia basta far riferimento a Balzac il quale affermava: “non tutti i farabutti che ho conosciuto erano moralisti, ma non ho mai conosciuto un moralista che non fosse un farabutto”.

Ma il giustizialismo ha avuto una precisa funzione politica: è stato l’apripista della ideologia e della prassi liberista in Italia.

Se dobbiamo giudicare Mani Pulite sul piano dell’efficacia della lotta alla corruzione essa è totalmente fallita. Ha aperto la strada ad un sistema politico di cui Berlusconi è uno dei suoi perni ed in cui la corruzione e l’immoralità politica (spesso trasversale ai due schieramenti) ha raggiunto vette  che fanno impallidire gli ultimi anni della I Repubblica.

Se invece la giudichiamo come una operazione gestita dai poteri forti per liquidare di fatto “da destra” la I Repubblica e buttare via insieme il bambino e l’acqua sporca essa è perfettamente riuscita.

Del resto fu la destra di allora (la Lega, il MSI) ad agitare la campagna giustizialista. Vittorio Feltri fu uno dei più spietati sostenitori del partito delle manette facili. Berlusconi con le sue televisioni fu un grande sponsor del Pool di Milano – ricordo bene il 1993. Il Corriere della Sera di proprietà della Fiat e Repubblica di proprietà della Olivetti erano gli addetti stampa di Borrelli e Di Pietro.

Insomma i tre più importanti gruppi economici italiani si schierarono apertamente a favore di un giustizialismo antipolitico per liquidare il sistema dei partiti e sostituirlo con dei “non partiti” che di fatto avrebbero dovuto essere organici ai grossi centri di potere economico.

Il PDS cavalcò il giustizialismo per evitare di finire anch’esso tra le maglie delle inchieste e per inseguire un novello seguace di Torquemada, Leoluca Orlando Cascio (che però qualche anno prima aveva fatto l’assessore nella giunta Ciancimino a Palermo).

Sul piano ideologico, il giustizialismo con la sua demonizzazione dei partiti e della democrazia rappresentativa , diffonde l’idea del ritiro della politica dalla economia e del fatto che se si lascia l’attività economica alla libera regolazione del mercato si elimina la corruzione e si premia il merito! Sono tutte enormi sciocchezze ovviamente, come la storia economica e la crisi in atto hanno ampiamente dimostrato. Ma allora furono idee sostenute a piene mani anche da ambienti di sinistra!

Qualcuno potrebbe obiettare: certo Mani Pulite è fallita, ma non si può fare niente contro la corruzione?

Io credo che la questione morale ha radici in distorsioni della politica determinate dal fatto che l’Italia è stato caratterizzato da un sistema politico bloccato per 50 anni. Si doveva favorire l’evolvere del sistema verso una democrazia dell’alternativa, con soggetti politici più omogenei alla realtà europea. Il sistema di finanziamento illecito ai partiti che era un dato strutturale si era mescolato negli anni 80 agli arricchimenti personali.

Se si voleva fare opera seria di giustizia occorreva separare gli arricchimenti personali che andavano perseguiti con intransigenza fino alla confisca dei beni e delle ricchezze illecitamente acquisti, da quello che era il dato strutturale dei finanziamento ai partiti il quale poteva essere affrontato per il futuro con una normativa più rigorosa e trasparente rispetto al finanziamento dell’attività politica (che ci deve essere, altrimenti la politica la potrà fare solo il Berlusconi di turno).

Era semplice da affrontare ma non fu fatto.

Alle elezioni del 1994 si rompe il patto tra i poteri forti che avevano all’unisono appoggiato il giustizialismo. Fininvest diventa partito. Una grande lobby economica e mediatica diventa partito-azienda con a capo un plutocrate megalomane e sul cui arricchimento rapido si nutrono seri dubbi, creando un “caso Italia”. E ricomincia lo scontro frontale tra le due lobby dell’informazione Fininvest (poi Mediaset) contro De Benedetti (questo scontro, tra le righe, percorre tutti i quindici anni dal 94 ad oggi).

Ma la II Repubblica deve comunque legittimarsi (è interesse di entrambi gli schieramenti). Si deve lanciare un messaggio chiaro al paese: si apre una fase nuova, fatta di soggetti politici nuovi. Ma non sono affatto nuovi perché in essi vi sono le seconde e le terze file dei partiti della I Repubblica . L’unico partito nuovo è la Lega (capirete!)

La via d’uscita qual’è : addossare a Craxi ed al PSI di conseguenza tutta la responsabilità della degenerazione della I Repubblica.

Sono soprattutto gli ex democristiani che insistono su questo punto (devono rifarsi una verginità) sostenuti dal PDS che ha bisogno di loro per il loro solito problema di legittimazione a governare.

Per cui la vicenda di Craxi non diviene più vicenda politica da criticare ma va derubricata a storia criminale.

Ed è questo che è inaccettabile per me, socialista lombardiano convinto, critico ma su un piano strettamente politico del craxismo. Addossare a Craxi tutta la responsabilità di un sistema pervasivo e diffuso di illegalità e corruzione (che per essere così pervasivo e diffuso doveva avere responsabilità molteplici); non solo: demonizzare i socialisti, far sparire la parola socialismo dal vocabolario politico, cancellare la memoria di uomini integerrimi come Nenni, Lombardi, Pertini non è solo stata una colossale opera di mistificazione politico-culturale, ma un vulnus contro la storia della democrazia e della sinistra: ed è quest’ultima che ne è alla fine uscita a pezzi da tale vicenda. La storia ha dimostrato che il socialismo italiano (al netto delle degenerazioni politiche ed ideologiche) ha dalla sua la maggior parte delle ragioni nella sinistra. Distruggere il socialismo anche nella sua forma più nobile ha distrutto culturalmente la sinistra e ci ha condotti all’insostenibile leggerezza del PD!

Craxi è e resterà un personaggio controverso; per certi aspetti schizofrenico politicamente.

Craxi è indubbiamente chi ha favorito l’ascesa di Berlsconi, chi ha fatto il CAF, chi ha imposto una gestione bonapartista del partito fondata su un patto scellerato con il “partito degli assessori” ed i “signori delle tessere” (la vera madre delle degenerazioni nel PSI). Ma Craxi è anche chi ha respinto l’arroganza americana a Sigonella, ha sostenuto attivamente la causa palestinese, ha aiutato i socialisti cileni in lotta contro la dittatura, i democratici del Salvador, ha fatto entrare nell’Internazionale Socialista il Fronte Sandinista del Nicaragua.

Insomma c’è una chiara schizofrenia politica in chi conserva dei tratti squisitamente socialisti e di sinistra e dall’altro traccheggia con un personaggio discutibile come Berlusconi, si accorda con Forlani. Una schizofrenia che è rimasta in molti craxiani convinti. Una schizofrenia che ha investito tutto il PSI, nel quale erano rimasti militanti socialisti autentici (F.B. mi ha dato la possibilità di constatare quanti compagni la pensino come me) e personaggi terribili che nulla avevano a che vedere con la sinistra ed il socialismo.

Il Manifesto che è un giornale che non mi piace per niente, espressione di un comunismo crepuscolare che ha bisogno sempre di far confluire la molteplicità dei fenomeni nell’unicità degli schemi interpretativi (molti comunisti sono più hegeliani che marxisti, o meglio figli di un marxismo che è un hegelismo travestito) afferma che con Craxi inizia il ciclo liberista in Italia.

Questa è una cazzata (non l’unica del Manifesto). Si può accusare Craxi di tutto tranne che di essere stato liberista (anche se alcuni suoi seguaci come Amato e Martelli lo sono effettivamente).

Craxi lo si può accusare correttamente di bonapartismo, se vogliamo, di venature peroniste e populiste ma non di liberismo.

Craxi per sua formazione politica era decisamente favorevole all’intervento pubblico in una economia mista e così ha operato opponendosi sempre a processi indiscriminati di privatizzazioni.

La vicenda della Scala Mobile del 1984 non ha proprio nulla a che vedere con il liberismo. Consiglio a tutti quello che di quel fatto racconta Pierre Carniti un socialista cristiano eterodosso (molto vicino culturalmente a Riccardo Lombardi) nonché uno dei massimi esponenti sindacali nella storia repubblicana.

Ebbene Carniti ci ricorda che allora, con un tasso altissimo di infazione, due politiche erano possibili. O una politica dei redditi che tenesse sotto controllo la dinamica dei redditi senza alterare i rapporti di forza sociali a favore del capitale (questa era la ricetta post-keynesiana contro l’inflazione) o una politica deflazionista selvaggia: era la ricetta liberista e monetarista di Milton Friedman (ridurre drasticamente la quantità di moneta in circolazione e provocare in tal modo una drastica riduzione della produzione e dell’occupazione per poi far riprendere la crescita con condizioni più favorevoli per il capitale).

Craxi scelse la prima via. Carniti dice che l’opposizione del PCI non fu nei contenuti ma per far cadere Craxi e favorire l’avvento di De Mita al governo. Comunque Craxi due anni dopo recuperò pienamente il rapporto con la CGIL sulla semestralizzazione degli scatti di contingenza. Craxi non abolì la scala mobile, come vogliono far credere quelli del Manifesto, ma ne riformò il funzionamento.

La Scala Mobile fu abolita invece nel 1993 dal governo Ciampi che fu la prova generale del nuovo centrosinistra della II Repubblica.

Fra l’altro Carniti (che nel 94 spinse Craxi a fare il decreto) è un critico profondo del comportamento della sinistra negli anni 90 e della sua subalternità al liberismo.

D’Alema, Amato e Prodi (il cui maestro Andreatta, nel 1984 era un fautore del monetarismo) sono quelli che in Italia hanno attuato la politica thatcheriana. Eliminazione del sistema pensionistico a ripartizione, privatizzazioni selvagge dell’energia, della telefonia, delle ferrovie, di diversi importanti settori industriali (con il risultato da un lato di aver favorito la deindustrializzazione e dall’altro di aver aiutato un capitalismo finanziario di rapina nei servizi pubblici), ideologia della flessibilità.

Ma perché il centrosinistra italiano si è reso così subalterno?

Credo perché il gruppo dirigente post-comunista (D’Alema e Veltroni) abbia voluto legittimarsi agli occhi del nuovo capitalismo finanziario internazionale, ma soprattutto perché il centrosinistra è rimasto prigioniero dello schema dettato da Berlusconi. Da persona molto intelligente Vendola ha detto che la sinistra ha demonizzato Berlusconi ma alla fine lo ha interiorizzato.

In che senso? Nel senso che l’antiberlusconismo era l’unico collante del centrosinistra e per esistere ha dovuto alimentarlo. Dall’altro le forze dell’Ulivo hanno assunto atteggiamenti speculari nel senso della privatizzazione e della personalizzazione della politica.

Di fatto la sinistra non è riuscita ad andare oltre questo schema e proporre un progetto di società alternativo a quello delle destre. Del resto nel momento in cui abbandoni ogni riferimento alla cultura socialista…..

Un antiberlusconismo urlato ma mai praticato sul serio. Nel periodo 1996-2001, quando aveva la maggioranza parlamentare l’Ulivo non è riuscito a fare due cose essenziali per mettere KO Berlusconi: la legge sul conflitto d’interesse e la riforma del sistema televisivo. Eliminando la pericolosa anomalia italiana.

In realtà, a mio avviso, né D’Alema, né Di Pietro vogliono la fine del berlusconismo. Il primo perché vi vede la fine del nuovo compromesso storico tra postcomunisti e postdemocristiani che è il PD. Il secondo perché perderebbe il lavoro. Di Pietro desidera fortemente che Berlusconi esista e che il PD faccia magari con lui qualche accordo così da apparire come l’unico vero antiberlusconiano.

Non so che succederà nel centrodestra, ma una sua implosione oggi è più possibile.

Purtroppo la sinistra, nella sua cultura, nella sua identità e nella sua funzione è stata quella più penalizzata dagli schemi politici della II Repubblica.

Sono impegnato nel processo di costruzione di una nuova sinistra. Credo che sia indispensabile.

Ma i problemi che incontriamo sono in gran parte frutto dell’incapacità di andare oltre gli anni 90.

Per questo è indispensabile una profonda rilettura di quella storia che ha triturato politicamente e culturalmente la sinistra italiana.

Per questo è importante che una ritrovata cultura socialista liberata dai fantasmi del passato sia presente nel processo di costruzione della nuova sinistra.

Peppe Giudice 

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