IL PACCHETTO MONTI

Gli indici Gini
Gli indici Gini misurano la concentrazione della distribuzione rispettivamente del reddito e del patrimonio. Praticamente si divide la popolazione in decili e si assegna ad ogni decile il reddito ovvero la ricchezza posseduta. Gli indici italiani fanno rilevare una forte concentrazione sia dei redditi sia delle ricchezze, dimostrando la mala distribuzione che, tra le altre cause, è alla base della crisi del capitalismo finanziario che stiamo attraversando.
Il presidente Monti si è presentato al popolo italiano come portatore di un risanamento che abbia come stella polare tre obiettivi: rigore, sviluppo ed equità.
E’ su questi obiettivi che la sua azione va misurata. In particolare mi soffermerò sull’equità. Susanna Camusso dice di non vederne neppure con la lente di ingrandimento. Stefano Folli scriveva ieri che l’equità va misurata sulla distribuzione dei sacrifici sugli elettorati dei due maggiori partiti Pd e Pdl. Non mi pare che questa equità risponda a criteri di oggettività. All’interno degli elettorati sono presenti tutte le classi sociali, anche se in proporzione diversa, e quindi ciò che può essere sacrificio per qualcuno può non esserlo per qualcun altro.
Penso che l’equità vada misurata obiettivamente analizzando lo spostamento degli indici Gini prima e dopo la manovra, simulandone gli effetti sui redditi e sulla ricchezza dei vari decili di popolazione.
Solo così si vedrà chi sta veramente pagando, e soprattutto si verificherà che paga di più chi più ha.
E’ un esercizio che andrebbe raccomandato ai nostri econometrici, e che comunque tenterò di fare nelle analisi seguenti.
Il veto di Berlusconi
Ciò che salta subito agli occhi è l’assenza della patrimoniale. Non che non ci siano imposizioni che colpiscono i patrimoni, ma il ritorno dell’Ici, che è sicuramente un’imposta patrimoniale, colpisce tutti incluse le case di abitazione principale, l’introduzione del bollo sulle transazioni finanziarie, l’introduzione di super bollo (una tantum o permanente?) su auto, barche ed aerei, non costituiscono quella patrimoniale sui grandi patrimoni che molti di noi si aspettavano.
Sarà il veto del Pdl? O una idiosincrasia del nuovo presidente del consiglio? Fatto sta che su questo fronte le nostre aspettative non sono state soddisfatte.
Così non siamo soddisfatti dal limite di tracciabilità fissata a 1.000€, e troviamo che, una volta rotta la verginità del patto per i capitali rientrati, si poteva osare qualcosa più di un misero 1,5%.
Dei 30 miliardi di manovra (17 tasse e 13 tagli) 10 vanno restituiti allo sviluppo. Ma attenzione, non sono dati direttamente allo sviluppo, ma sono dati alle imprese, sperando che queste generino sviluppo ed occupazione. Anche il protocollo Ciampi scambiò moderazione salariale con produttività e occupazione delle imprese, ma quello scambio fu rispettato dai sindacati ma i maggiori profitti non si trasformarono in maggior produttività e maggior occupazione, perché i profitti imboccarono la strada che pareva più promettente, della finanza. Ancora una volta urge che Ace (reintroduzione della dual income tax di Visco), innalzamento deducibilità Irap e finanziamento alla ricerca, siano controllati nei risultati che si ottengono, prevedendo una specie di revoca se i risultati non si vedono.
Delle pensioni non parlo, se non per sottolineare come le lacrime della Fornero, siano la più esplicita mancanza di equità di questa manovra; si taglia l’adeguamento al costo della vita per chi ha una pensione da 1.000€ in su, per non colpire con una patrimoniale le grandi ricchezze.
E allora?
E allora non si può dir di no a questa manovra, sapendo che le misure da prendere non sono finite qui, ma altri passaggi ci aspettano. Ecco che allora serve lavorare con raddoppiato impegno per migliorare l’equità tra le classi, tra i decili di reddito, tra le generazioni, cosa che questa manovra ha mancato.
Abbiamo messo una pezza
Speriamo che almeno questa manovra serva allo scopo: farci accettare dall’Europa e dai mercati. Perché, risolti in qualche modo i problemi nazionali, rimane l’impasse europea, soffocata dal monetarismo neo-liberista, che deve trovare una soluzione nel trasformare la BCE in prestatore di ultima istanza e nell’introduzione degli eurobonds, avviando così un maggior coinvolgimento della politica unitaria nella costruzione dell’Europa.
Enorme sarebbe il compito di puntare al pareggio delle bilance commerciali di tutti i paesi europei, così come sarebbe enorme lavorare per una equiparazione dei costi del lavoro all’interno della comunità. Si tratta di sostituire alla mano invisibile del mercato, l’intelligenza dell’uomo e ciò ci porta a riflettere su un altro punto.
Che fine fa il capitalismo finanziario?
La crisi del 2007 non è certo risolta spremendo i pensionati italiani! Urge prendere coscienza che la crisi è ancora lì tutta intera; che pensare che tutto possa tornare come prima è semplice follia o miopia; che prima si affronta questo tema da parte di economisti ed intellettuali e prima si può individuare una soluzione. Nel frattempo rileggiamoci sia Marx che Keynes.




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