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IL DIBATTITO e le  CONCLUSIONI
del COMITATO DIRETTIVO
di
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del 30/7/2010

Home Economia Economia - contributi E ORA LA FASE DUE (seconda parte)

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Val tuttavia la pena di approfondire il tema produttività. Il passato governo che ha detassato gli straordinari e i premi di produzione legati alla produttività, aveva, ed ha tuttora, di questa una concezione  (come ci ricorda Massimo Riva) alla Tempi moderni di Chaplin. Il lavoratore attento, indefesso, che non fuma, che si applica con sempre maggior diligenza e disponibilità, che cerca di essere più veloce, nei suoi movimenti produttivi, del collega tedesco.

 

La produttività, oggi, checché ne pensi Sacconi, è tutt’altra cosa: prima di tutto è cultura e quindi modello di sviluppo. E questo modello di sviluppo prende le mosse da una interpretazione schumpeteriana della concorrenza. La concorrenza non schumpeteriana è quella che vede il negoziante di stoffe che, avendo qualcuno aperto un altro negozio a poche decine di metri dal suo (Concorrenza sleale di Scola), per convincere il consumatore a scegliere lui anziché il concorrente, migliora la vetrina, rivede i prezzi, fa campagne di sconti etc. La concorrenza  schumpeteriana è invece l’invenzione che diventa innovazione e sbaraglia il concorrente su un piano di novità di prodotti o di modi di produzione. E a monte dell’invenzione che diventa innovazione c’è la scuola, l’università, la collaborazione università-industria, la ricerca di base, quella applicata, l’investimento in centri di ricerca, l’investimento nel materiale umano.

 

Se di diverso modello di sviluppo vogliamo parlare è di questo modello di sviluppo che è anche redistributivo ma e soprattutto produttivo.

Quella che va messa sotto pesante accusa, oggi, è l’imprenditoria italiana. Le annunciate riforme di liberalizzazione anticipate da Monti su pressione del PD, a quanto sembra puntano il dito su farmacie e tassisti. Penso che proprio non ci siamo. Innanzitutto si parla di liberalizzazioni come della madre di tutte le riforme. Non nego che cercare di abbattere i monopoli sia una cosa da condividere, ma, d’altro canto, non dimentico che il liberismo (ispiratore delle liberalizzazioni) è il padre della crisi che stiamo attraversando. E pensiamo di battere le storture del libero mercato, con le liberalizzazioni. E ciò su proposta del maggior partito, sedicente di sinistra, che si pone come paladino delle liberalizzazioni, contro il partito della rivoluzione liberale (il PDL) che si arrocca in difesa delle caste economiche.

Ma abbiamo mai pensato che negli anni 50 e 60 il miracolo economico italiano è stato guidato da un sistema economico misto per sua natura antiliberista? E abbiamo mai pensato che con l’abbandono del sistema a partecipazioni statali (che pur di difetti ne aveva, e quanti) ci ha portato ad un imprenditorialità senza palle (fatte le poche debite eccezioni), senza coraggio, senza educazione al rischio e all’investimento, supportati da una linea di governo senza progetto industriale che non fosse il modello dello “sviluppo senza ricerca”.

I grandi settori economici dove eravamo all’avanguardia: il nucleare (ENEA), l’elettronica (Olivetti), la chimica (Montecatini), la siderurgia, l’avionica etc. sono scomparsi per lasciar posto alla gestione autostrade, e alle imprese che vivono di grandi commesse senza concorrenza.

Gli investimenti in ricerca sono scesi a livelli ancor più bassi di prima quando erano già agli ultimi posti nelle classifiche europee, ed i cervelli sono emigrati all’estero sperperando il patrimonio umano di cui siamo ancora (?) capaci.

Ci sono quattro testi che consiglio di leggere su questo argomento: Licenziare i padroni. M.Mucchetti Feltrinelli; Il miracolo scippato. M.Pivato Donzelli; La scomparsa dell’Italia industriale. L.Gallino Einaudi; Storia del capitalismo italiano a cura di F.Barca (oggi ministro del governo Monti) Donzelli.

La costante di questi quattro testi è che l’era delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, espellendo l’imprenditore anomalo Stato, aveva promesso uno slancio degli animal spirits tale da rilanciare il sistema Italia ai vertici dell’imprenditoria anche in concomitanza con l’avvio dell’Europa unita.

La delusione è grande, l’imprenditoria italiana (salvo le poche e debite eccezioni) si è isterilità, continua a persistere in un nanismo nostalgico del “piccolo è bello”, si è rifugiata in settori poco rischiosi e non solo ha perso quanto di buono c’era prima, ma è stata altresì incapace di trovare nelle nuove tecnologie, nei nuovi prodotti nuovi spunti di crescita. Dubito fortemente che le liberalizzazioni servano a molto. Mi stranisce la scelta antistorica del PD di puntare sulle liberalizzazioni anziché sulla programmazione e di un ritorno del ruolo di guida dell’imprenditoria pubblica. Se l’ideologia corrente è liberista al punto tale che il partito di sinistra diventa liberista (mentre quello di destra ritorna lobbista) quel che va combattuto è (per dirla con Heidegger) “l’essere”   storicamente dominante.

Marx poneva alla base del lavoro, quella qualità del lavoro storicamente determinato in funzione della tecnica e della scienza; Schumpeter, poi, individuava nella scienza inventiva ed innovativa, la causa determinante dello sviluppo economico. Aver rinunziato all’apporto della scienza nel modello economico perseguito in questi anni; aver promosso un modello di sviluppo di “crescita senza ricerca” è la prima e più importante riforma da attuare. Marginalizzare la scienza e la ricerca significa escludersi dalla scena economica mondiale, e marginalizzarsi in un “made in Italy” dignitoso ma sinceramente limitato. Gli investimenti in centri di ricerca, programmi di sinergia tra università ed industria, fondi per la formazione e lo sviluppo tecnologico (illuminanti a questo proposito gli esempi di collaborazione tra Olivetti e Università di Pisa nello sviluppo del primo calcolatore a transistors del mondo Elea 9001).

Queste sono le riforme che ci aspettiamo da Monti.  Altroché farmacie e tassisti.

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