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La Sinistra Socialista
e la Lega dei Socialisti

IL DIBATTITO e le  CONCLUSIONI
del COMITATO DIRETTIVO
di
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del 30/7/2010

Home Economia Economia - contributi IL PROBLEMA INELUDIBILE

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La manovra Monti ha affrontato il debito pubblico al Capo V articoli da 25 a 27: l’art. 25 destina a riduzione del debito pubblico una quota dei proventi derivanti dalla vendita all’asta delle quote di emissione di CO2; l’art 26 destina a riduzione del debito pubblico la prescrizione anticipata delle lire in circolazione; l’art. 27 parla di dismissione degli immobili.

 

E’ chiaro che la manovra Monti, in buona sostanza ha dato corpo a quel buco da 20 miliardi del decreto di Ferragosto. Se ricordate in quel decreto erano previsti 20 miliardi in entrata da realizzarsi ma con la clausola di salvaguardia per cui se legislativamente quei fondi non fossero stati individuati automaticamente cadevano tutti quelle che vennero definite, tragicamente, agevolazioni fiscali (detrazioni per inabili, per figli, per assistenza etc.) ma erano e restano il fondamento di un welfare di base.

 

La manovra Monti ha individuato i 20 miliardi prevedendo 34 miliardi in entrata e 10 in uscita a favore delle imprese. Con ciò la manovra Monti ha soltanto ricercato il deficit 0 per l’anno 2013, tale azzeramento del deficit comporta un certo avanzo primario che permette, nel tempo la riduzione del debito.

Purtroppo ciò che preoccupa è che la manovra Monti, che per ammissione dello stesso premier, è una manovra depressiva, rischia di rendere insufficienti gli sforzi finora fatti perche la depressione comporta minori entrate per lo Stato, ma, quel che è peggio, comporta diminuzione del PIL e quindi aumento del debito che, come si sa, è commisurato come percentuale del PIL. La stessa cifra, diminuendo il denominatore, aumenta in percentuale. Ma d’altro lato i tassi di interessi richiesti per finanziare il debito pubblico hanno livelli tali per cui richiederebbero, per pareggiare, un aumento del PIL di un pari importo percentuale (ad es. il 7%).

A ciò si aggiunga che tra le varie idiozie fatte, stiamo modificando la costituzione per porre come vincolo il pareggio di bilancio senza distinguere tra spese correnti ed investimenti. Si tratta della Golden Rule che nessuno difende (silenzio di tomba dal PD) se non Giorgio La Malfa, mio inatteso con divisore di questa tesi. Ma stiamo anche modificando l’art. 41 della costituzione, un cedimento al liberismo più sfrenato, ovvero arrendersi al nemico che è all’origine di tutti i guai che il capitalismo in questi ultimi 30 anni sta scaricando sul mondo della produzione. Ma tra le altre cose abbiamo sottoscritto in Europa il “six-pack” le sei regole d’oro per la politica economica. Una delle regole impegna i paesi membri a ridurre al 60% l’attuale livello del PIL.  Per l’Italia il calcolo è presto fatto: debito 1.800 miliardi pari al 120% del PIL, per portarlo al 60% bisogna ridurre di 900 miliardi in 20 anni, ovvero 45 miliardi l’anno.

Un’impresa che nessuno può reggere, nessuno può sottostimare o sottovalutare. Chi fa politica deve saper rispondere a questi temi, non cercare il consenso facile e pensare solo al proprio elettorato e ai propri compensi. Gli statisti hanno un’altra taglia.

Veniamo allora alla proposta di una patrimoniale sulle grandi ricchezze con un gettito da 200 miliardi, cui si aggiungono 200 miliardi di dismissioni di immobili pubblici. Le cifre indicate provengono da un piano di fattibilità fatto, per quel che concerne la patrimoniale, da Nomisma, un notissimo istituto di analisi economiche; quanto alla dismissione di immobili da fonti giornalistiche specializzate.

Riducendo di 400 miliardi in una sola botta il debito pubblico otteniamo i seguenti risultati:

  • Riduzione del debito al 93%
  • Riduzione degli interessi passivi che dal 5% su 1800, passano al 3% su 1400 ( ovvero da 90 mlrd a 42 mlrd)
  • Stop alla speculazione e progressiva riduzione dello spread
  • Convinceremmo senza ombra di dubbio coloro cui chiediamo di prestarci i denari, che abbiamo tutte le intenzioni e la capacità di restituire a scadenza quanto prestato
  • Liberazione di risorse da destinare alla crescita, allo svuluppo, alla ricerca, al welfare
  • Riduzione dell’indice Gini della distribuzione delle ricchezze con effetti positivi sull’economia
  • Riduzione di capitali disponibili alla speculazione finanziaria
  • Aumento dei redditi dei ceti con più alta propensione al consumo e riduzione dei redditi dei ceti con minore propensione al consumo.

 

C’è, nella vulgata mediatica, la voce che dice che mettere la patrimoniale fa perdere consensi. Ciò è vero quando la patrimoniale introdotta (furbescamente da Monti) colpisce tutti, come si è fatto con l’IMU, ma non è affatto vero se la patrimoniale colpisce solo il 10% della popolazione; il restante 90% non può non esserne che felice. Affrontiamo il fatto etico: è giusto far pagare beni che sono il frutto di virtuoso risparmio di cittadini che su quei  risparmi hanno già pagato le tasse? La risposta a questa legittima domanda deve, a mio parere, fare tre considerazioni:

  1. Alla base delle tasse raramente c’è la giustizia, più spesso c’è la fattibilità politica e quella tecnica. Peraltro sarebbe facile chiedersi se è giusto bloccare per cinque anni gli stipendi dei dipendenti pubblici o la contingenza delle pensioni superiori a 1.400€.
  2. Occorre considerare storicamente e confrontare mondialmente l’indice Gini. a) L’indice Gini italiano è tra i peggiori del mondo (cioè indica maggior concentrazione di ricchezza in poche mani rispetto a tutti gli altri paesi) b) L’indice Gini è andato peggiorando in tutti i paesi (Francia esclusa perché c’è un’imposta patrimoniale) ma in Italia è peggiorato più che altrove negli ultimi 10 anni. Questo spostamento sarà frutto di una politica distributiva del sistema italia che ha privilegiato i ceti più ricchi? O vogliamo dire che questi sono fatti naturali e non dipendono dallo sfruttamento dei potenti sui produttori?
  3. Se il paese va a catafascio i ricchi rischiano molto, dovrebbero essere loro i primi a proporsi come salvatori del salvabile e non opporsi alla patrimoniale e lasciare che siano gli altri a farsi carico del tentativo di salvataggio del Paese.

 

Fatte queste considerazioni prendiamo atto che il premier Monti ha dichiarato che per il debito il governo è pronto a tutto. Non ha detto però che dal PDL è arrivato un NIET potentissimo con allegata dichiarazione che il PDL è il maggior gruppo parlamentare dal quale dipende la vita del governo Monti.

 

La proposta di prestito forzoso avrebbe indubbiamente due vantaggi: a)rendere più nazionale il debito pubblico diminuendo la dipendenza dagli investitori esteri, e lasciando all’interno del paese gli interessi pagati ai prestatori, b) ridurre forzosamente il costo del debito, rendendo meno drammatico il costo del servizio. D’altro canto questa proposta non diminuirebbe il debito e la forzosità del prestito e del tasso, potrebbe essere considerata come un sintomo di dèfault, non convincendo appieno il prestatore estero.

 

La proposta di ristrutturare il debito causerebbe tali guai finanziari che, con buona pace del prof. Savona, dovrebbero convincerci a trovare una strada diversa dal ritorno alla lira.

 

La politica è fatta così, a noi opinione pubblica e nei giusti limiti opinion makers, non resta che il diritto dovere di argomentare le nostre ragioni e cercar di convincere il 90% dei contribuenti sulle nostre proposte di salvezza del Paese.

R.C.G.

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