PER UN NUOVO FISCAL COMPACT

I meccanismi sui quali è stata impostata l’unione economica europea, individuano, con i famosi parametri di Maastricht, alcuni indici da rispettare per garantire la solidità dell’unione stessa.

                        Per parecchi anni la solidità ha retto, ma negli ultimi tempi, in particolare dopo la crisi greca, pare sia diventato veramente arduo tenere in piedi la coesione tra i paesi dell’unione rischiando un clamoroso fallimento del progetto “euro”.

 

                        La medicina propinataci dalla Germania via BCE tende soprattutto al rientro del debito e del deficit per mezzo di operazioni recessive che non possono non influire sulle prospettive future, rischiando di infilarci in una spirale negativa di recessione, ulteriori interventi recessivi, ulteriore recessione.

                        Al governo Monti  va  riconosciuto un ruolo autorevole per far modificare alla Germania il suo atteggiamento di miope rigida “disciplina” , tuttavia, in primis la sua adesione alla realizzazione delle richieste della BCE, ma anche i suoi tentativi di attutire l’effetto della gestione Merkel, i suoi comportamenti sono perfettamente consoni con i principi monetaristi e liberisti che governano la politica europea in questo frangente politico, con quella che definiamo “l’ideologia liberista”.

                        Secondo tale ideologia i governi dei singoli paesi devono solo preoccuparsi di mantenere i parametri sotto controllo, ovvero di attuare politiche di rientro entro i parametri stessi spontaneamente (o forzatamente) lasciando tuttavia che “il libero mercato” risolva poi tutti i problemi dell’economia reale.

 Governo dei parametri finanziari  e completo laissez-faire nell’economia reale.

 

                        Ora non è chi non veda che i parametri di sostenibilità hanno, nella equazione che li contraddistingue, l’elemento aumento del reddito (delta %uale del PIL), che deriva dall’economia reale, per cui un vero controllo non può non estraniarsi dall’andamento dell’economia reale stessa.

                        La famosa equazione di Luigi Passinetti (The Myth (or Folly) of the 3% Deficit/GDP Maastricht parameter- in Cambridge journal of economics ) che indica l’equilibrio fra avanzo primario e il risultato del calcolo : (i – g) D/Y dove i è il saggio di interesse, g il saggio di aumento del reddito, D è il volume del debito e Y il reddito (ovvero il PIL), individua nel fattore g il risultato della economia reale.

                        E’ anche noto, ma meno evidenziato nella “ideologia liberista” che la sostenibilità dell’equilibrio tra i paesi dell’unione, dipende dai differenziali di produttività. Tali differenziali di produttività generano i flussi di importazioni esportazioni tra gli stessi paesi dell’Europa, con conseguenze sui saldi delle loro partite correnti con gli altri paesi.

                        Tra paesi con monete diverse il differenziale di produttività, ovvero gli scompensi nelle bilance dei pagamenti generano effetti sui tassi di cambio svalutando il valore della moneta del paese importatore cui diventa più gravoso importare e creando maggior competitività nell’esportazione. La svalutazione del cambio come conseguenza porterà ad un aggravamento della propensione al consumo del mondo del lavoro a causa dell’aumento del costo della vita per la percentuale dell’import content dei loro consumi.

                        In una comunità economica questa assestamento portato dall’azione sui cambi non è possibile, non potendo agire su una moneta che è sì nominalmente di ciascun paese, ma è fondamentalmente come se fosse di un entità su cui il singolo paese non ha giurisdizione.

                        Questo comporta notevoli vantaggi per i paesi più produttivi (Germania in primis) e difficoltà per i paesi che si trovano ad essere cronicamente importatori.

                        Val la pena, allora, a questo punto citare un pezzo di Keynes tratto dalle sue “Activities 1940-1944:

 

                        un paese che si trovi in posizione di creditore netto rispetto al resto del mondo (comunità) dovrebbe assumersi l’obbligo di disfarsi di questo credito, e non dovrebbe permettere che esso eserciti nel frattempo una pressione contrattiva sull’economia mondiale, e di rimando, sull’economia dello stesso paese creditore. Questi sono i grandi benefici che esso riceverebbe, insieme a tutti gli altri, da un sistema di clearing multilaterale. Non si tratta di uno schema umanitario filantropico e crocerossino, attraverso il quale i paesi ricchi vengono in soccorso ai poveri. Si tratta piuttosto, di un meccanismo economico altamente necessario, che è utile al creditore tanto quanto al debitore.

 

                        Ho riportato questo brano, che fa riferimento ad un sistema di clearing internazionale, per evidenziare che l’equilibrio può essere raggiungibile solo se vengono governati i differenziali di produttività tra i paesi dell’unione.

                        Ma per governare i differenziali di produttività tra i paesi dell’unione occorrono interventi che coordinino e concertino le politiche agricolo-industriali e dei servizi, investendo in quei colli di bottiglia che causano i maggiori disequilibri tra i paesi.

                        Ma se parliamo di coordinamento e concertazione, stiamo riconoscendo all’autorità centrale europea la necessità di una vera politica di programmazione a livello comunitario. Una netta negazione ai principi  dell”ideologia liberista”.

                        Quando parliamo di un’Europa solidale,  pensiamo a questo tipo di politica economica che nulla ha a che fare con il buonismo, o come diceva Keynes  non è uno schema umanitario filantropico e crocerossino, ma una vera e propria politica comunitaria.

                        Indubbiamente questa politica di coesione delle produttività dei paesi dell’Unione comporta un egual titanico intervento nell’unificazione del mercato del lavoro, che ha inizio dalla ripresa di un’attività europea del movimento sindacale.

                       

 

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