IL DEBITO PUBBLICO BENE ASSOLUTO?
Sabato 21, nel corso dell’incontro tra socialisti di varia provenienza ma incamminati verso un solo obiettivo, è intervenuto Alfonso Gianni affermando che il debito pubblico è un “bene assoluto”. Forse è stato un lapsus linguae, come mi ha successivamente spiegato, in quanto intendeva dire “la spesa pubblica è un bene assoluto”.
Ora non è per polemizzare con Alfonso Gianni, che tra le altre cose in quella sede è l’unico che ha parlato di imposta patrimoniale, ma mi sembra necessario chiarire bene il punto, anche perché in più di una occasione Lanfranco Turci ha sottolineato una mia “ossessione” per il debito, ossessione dalla quale ne deriva un’altra relativa alla necessità di un’imposta patrimoniale.
Prendo spunto dall’articolo “Schiavo della finanza, lo Stato non può più spendere per noi”. In tale articolo si commentano le posizioni di Krugman, di Paolo Leon e di Guido Carandini, tutti favorevoli alla spesa pubblica come unica possibilità per uscire dalla crisi. Inizia infatti l’articolo con le seguenti parole:
“Può sembrare un’eresia, ma non lo è: dalla crisi si può uscire in un solo modo, e cioè aumentando la spesa pubblica. Si aggraverebbe il debito? Inizialmente sì. Ma investire in settori strategici per produrre lavoro risolleverebbe l’economia, la domanda, le entrate fiscali.(…) .”
Quindi nessuna demonizzazione della spesa pubblica investita in settori strategici per produrre lavoro, nessuna demonizzazione del debito che ne risulta. Infatti l’investimento produttivo risolleva l’economia, la domanda, le entrate fiscali in maniera sufficiente a ripagare interessi e capitale.
Di qui, conseguentemente, deriva l’altra mia fissa, ovvero la Golden Rule cioè il non conteggio del debito per investimenti nel calcolo del debito pubblico. E’ un obiettivo che, dobbiamo riconoscerlo, Monti ha portato a Bruxelles come emendamento al fiscal compact e deve essere un obiettivo dei socialisti di tutta Europa. Le obiezioni della Merkel sono fondate sul pregiudizio che i paesi “cicala” farebbero passare per investimenti anche gli acquisti di carta igienica, e non si fida a dare il via alla Golden Rule senza la garanzia di una disciplina contabile che non trucchi le carte. Pregiudizio?
Beh a quanto pare la Grecia in passato le carte le ha truccate e non poco. Ma con un attimo di attenzione, consideriamo il debito italiano. E’ il residuo di investimenti produttivi fatti nel passato o è l’accumulo di deficit nella parte corrente delle spese? Siamo sinceri il debito accumulatosi negli anni non è il risultato di quella spesa pubblica che si può definire un “bene assoluto” ma è l’accumulo di politiche di deficit spending non finalizzato agli investimenti nè frutto di temporanee politiche anticicliche.
Ed oggi il debito pubblico è una mastodontica palla al piede dell’economia nazionale che paralizza ogni possibilità di ripresa economica.
Conclude l’articolo di cui citavo l’inizio poco sopra:
“Se anche, anziché ridurre la spesa pubblica come fa adesso, lo Stato decidesse di accrescerla per stimolare la produzione e l’occupazione, il maggior indebitamento che ne deriverebbe non avrebbe come effetto immediato l’aumento del PIL, ma dovrebbe misurarsi con la speculazione finanziaria che, incapace di prevederne gli efetti positivi nel periodo più lungo, ne farebbe salire il costo (lo spread) tanto da vanificarne gli effetti positivi. Carandini e Leon non hanno dubbi : “Questa è la trappola in cui si trovano oggi tutti i Paesi, compreso il nostro, nei quali la sovranità è stata svuotata da poteri metanazionali e da una cultura economica e politica incapace di sollevare lo sguardo a livello collettivo e di dominare il rischio di una prolungata recessione, assai pericolosa per le nostre democrazie”.
C’è da chiedersi quale sia la cultura economica e politica di quel potere meta nazionale chiamato High Frequency Traders; è un software sofisticatissimo di potentissimi computers posseduti da 15 potentissime banche che controllano il 70% del volume degli scambi in Borsa. Nei loro algoritmi non c’è nessun riferimento ai fondamentali o valori reali che stanno dietro ad un titolo, c’è solo la capacità di individuare la sua debolezza e battere sulla velocità tutti gli altri traders. Si calcola che un titolo azionario, ad esempio, permanga di proprietà di un frequent trader in media 22 secondi. Ma questi trader trattano ben pochi titoli tipici come le azioni, operando più che altro con i Cds (Credit fefaul swaps) pure scommesse sul futuro di debiti anche sovrani, che fanno registrare volumi di circa l’83% del mercato. La potenza dei HFT sta nella tecnologia informatica che gioca in anticipo su tutti gli altri traders essendo capace di decidere e operare in termini di nanosecondi. L’ultima notizia è che i HFT abbiano in cantiere la posa di un cavo a fibre ottiche che unisca le due rive dell’Atlantico destinato esclusivamente a questa attività e capace di ridurre ulteriormente i tempi di reazione sui mercati.
Quindi per uscire dalla trappola, e torna la mia ossessione, occorre abbattere questo parassitario debito ereditato dal passato e ciò senza farlo pagare alle giovani generazioni, ma da chi in questi anni ne ha goduto. Ecco allora la proposta di un’imposta patrimoniale sui grandi patrimoni (e Passera non ci provi a dire che loro con l’IMU, l’imposta patrimoniale l’hanno già messa) e la cessione di beni pubblici mercatabili, di modo di lasciar spazio a quella spesa pubblica virtuosa “bene assoluto” che può rilanciarci.




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