La finanza di sinistra

Quest’anno è stato il 1989 del turbo-capitalismo. Esso è ora collassato come la vecchia Unione Sovietica. New economics foundation
Quando parliamo della finanza della sinistra non pensiamo certo ad una scalata tipo Unipol- BNL con telefonata a Consorte “Ma allora abbiamo una banca!”; pensiamo invece al fatto che il fenomeno “finanza” va affrontato e non demonizzato, come fece a suo tempo la chiesa cattolica facendo nascere la religione protestante (organica al capitalismo come ci racconta Max Weber).
Il fenomeno esiste, va affrontato con la razionalità, che pensiamo di seguire come metodo, e con i valori cui ci ispiriamo.
Il lavoratore investitore.
Una prima riflessione consiste proprio nella constatazione che, ritenendo la finanza un argomento se non nemico, esterno agli interessi dei lavoratori, abbiamo sottovalutato l’inserimento della finanza nel mondo del lavoro. Voglio dire che abbiamo sempre considerato il lavoratore nel suo rapporto con il datore di lavoro e nelle sue relazioni con i problemi della produzione e della riproduzione del mondo produttivo. Non abbiamo dato il giusto peso agli aspetti finanziari che potevano coinvolgere il lavoratore, in un mondo che, specialmente negli ultimi anni, conciliava bassi salari compensati da utili derivanti dagli investimenti finanziari fatti dai lavoratori stessi. Tale nuovo corporativismo faceva accettare l’immobilità dei salari con il fatto che giocando in borsa o anche solo investendo in BOT e CCT, si poteva sfuggire al problema di non arrivare alla quarta settimana.
Il lavoratore infatti sempre più si avventurava nel mondo della finanza in cui era entrato prima investendo in titoli di Stato e poi, sempre più disinvoltamente azzardando nel mondo dei titoli privati. E noi, nei nostri ragionamenti non abbiamo mai preso in considerazione questo aspetto ed abbiamo abbandonato a sé stesso il lavoratore che subiva un processo di sdoppiamento. Nella misura in cui era lavoratore si riconosceva nella sinistra e nei sindacati agendo quindi come soggetto di una comunità, di una collettività. Nella misura in cui invece guadagnava qualche soldo con la finanza si sentiva estraneo ad un mondo che gli era estraneo, che non lo consigliava, non lo assisteva, non lo tutelava. Si sentiva cioè un individuo avulso dalla comunità e dalla collettività. Addirittura nei momenti in cui guadagnava si sentiva pure orgoglioso di questa sua capacità, del suo individualismo aumentando l’estraneità dalla cultura del lavoro, dal mondo del lavoro, sempre più fastidioso, ed avvicinandolo ad una cultura individualista. Quando poi sono sopraggiunte le perdite di enormi dimensioni, si è sentito frustrato, deluso, sfiduciato. Ma soprattutto abbandonato.
Il nostro errore di non riconoscere nel lavoratore la doppia figura del lavoratore e dell’investitura come un tutt’uno che coinvolgeva tutta la cultura della sinistra, può essere una causa della crisi di consenso che la sinistra soffre.
Eppure questa commistione era stata elaborata ed anche praticata nel passato, purtroppo per noi con una leggerezza di cui paghiamo le carenze. Penso all’Agathopia di J.Meade, alle proposte di pagare, in chiave antiinflazionistica quote di salario cassa e quote di salario capitale, alla proposta fatta da Achille Occhetto di una nuova articolazione finanziaria del rapporto di lavoro, all’esperimento di Rudolph Meidner del “Capitale senza padrone”, all’esperienza del mondo cooperativo, all’economia della partecipazione di Weitzman, per non parlare degli articoli della Costituzione in proposito (dal 42 al 47) .
L’immanenza della crisi economica
La crisi che stiamo attraversando ha poi reso più impellente una nostra posizione programmatica in questo campo, chiamandoci a proposte che rifiutando che tutto ritorni come prima, senza che si sia messa mano a riforme profonde finalizzate, non a instaurare il socialismo domani, ma a salvare il capitalismo da sé stesso, inserendo riforme di struttura che costruissero una nuova cultura economica più consona ad un mondo meno dominato dall’irresponsabilità del capitale e dall’impotenza della mano invisibile.
Nel mio articolo “Appuntamento a Pittsburg” avevo avanzato alcune decisioni che , seppur con molta cautela, ci si aspettava. Il silenzio da quella sede è stato tanto grande quanto il conflitto tra poteri dello Stato e grandi banche. Parlavo di limitazione di poteri alle banche, revocando l’abrogazione dello Glass-Steagal Act, degli interventi sulle pratiche di short-selling, sugli strumenti anti bolle-speculative e sulle regole di contabilità internazionale.
Qualcosa si è fatto con i paradisi fiscali e con i bonuses ai managers; troppo poco per essere tranquillizzati sul fatto che a breve una nuova ben più grave crisi si possa verificare. Questo timore è confermato dal fatto che in questi ultime settimane Wall Street sia tornata a quota 10.000 ma sulla base di evidenti spinte da bolla speculativa. Greenspan sosteneva che le bolle speculative non si possono prevedere, individuare né prevenire. Ci si dica allora se non è in atto l’avvio delle prime due tra le quattro fasi del modus operandi della bolla speculativa. Mi spiego. I bassi tassi di interesse fanno tornare, ora che il peggio è passato (per le quotazioni di Borsa, non certo per i lavoratori) , la convenienza ad investire in titoli rischiosi, con l’aspettativa di possibili, prossimi aumenti di quotazione. L’aspettativa di crescita coniugata con l’inflazione zero (ecco la prima fase ovvero quella di una causa esogena), spinge i mercati finanziari diffondendo l’euforia che spinge gli outsiders a far i tori della situazione (ecco la seconda fase. La terza e la quarta sono: consapevolezza dell’impossibilità di ulteriore crescita ed infine scoppio della bolla).
A dispetto delle tesi di Greenspan, adottando indici quali il Cape (un rapporto price/earnings) e l’indice Q (rapporto fra capitalizzazione e patrimonio netto- inventato da Tobin – quello della Tobin yax) Wolfgang Munchau è in grado di stimare una sopravvalutazione delle quotazioni di borsa pari al 35-40%. Le bolle si possono quindi individuare tempestivamente e i mezzi per sgonfiarle vanno dalla sospensione delle quotazioni, alla tassazione sulle transazioni, al divieto di operazioni a termine.
Su suggerimento di Luciano Gallino ho ricercato sul sito del Nef (New economics foundation) i venti punti suggeriti per ricostruire una nuova economia; sono punti estremamente realistici (includono anche punti già elencati nei precedenti commi) quanto innovativi; il che (conclude Gallino) “porta a dubitare che un qualsiasi governo dei G20 (né, temo, alcun partito di opposizione) vi riserbi la minima attenzione”. Senza entrare nei dettagli possiamo smentire Gallino e dire che i socialisti di SeL riserbano la dovuta attenzione a queste raccomandazioni.
La grande alienazione
Sempre rifacendomi al testo “Con i soldi degli altri” di L.Gallino rileviamo un settore in cui la sinistra può e deve operare, per una economia a misura d’uomo e non a misura di capitale.
Il libro ci ricorda che “una massa di risparmio equivalente al Pil del mondo viene gestita, a loro esclusiva discrezione, da enti finanziari quali i fondi pensione, i fondi di investimento, assicurazioni e vari tipi di fondi speculativi. La maggior parte è gestita da grandi banche. Il loro mestiere consiste nell’investire quotidianamente soldi degli altri: per questo sono chiamati investitori istituzionali. Gli investitori istituzionali hanno oggi in portafoglio oltre la metà del capitale di tutte le imprese quotate nel mondo. Il loro unico criterio guida di investimento è la massimizzazione a breve del rendimento finanziario. In grandissima parte i capitali degli investitori istituzionali sono formati ed alimentati giorno per giorno dal risparmio di centinaia di milioni di lavoratori dipendenti del settore privato come del settore pubblico di tutto il mondo, nonché di molti lavoratori autonomi.”
Essi tuttavia non possono determinare in alcun modo i criteri con cui gli investimenti sono fatti; ancora una volta il prodotto del lavoro viene alienato alla disponibilità di chi lo produce, per essere gestito in maniera forse corretta ma forse opinabile al di fuori, se non contro gli interessi del legittimo proprietario.
“Se questi capitali fossero investiti in infrastrutture, scuole, trasporti, ambiente” si ragionasse cioè con i principi della finanza socialmente responsabile (ISR), si investisse in attività capaci di generare posti di lavoro, qualificati e gratificanti, gli investitori potrebbero guadagnare, anziché effimeri profitti a breve (quando non si trasformino in disastrose perdite come nella presente crisi), la costruzione di un domani permanente e produttivo per i loro figli.
Conclusione
Se colleghiamo i ritardi della sinistra nell’affiancare i lavoratori nei loro investimenti finanziari, alla presa di coscienza della totalizzante alienazione operata nei confronti delle masse lavoratrici da parte degli investitori istituzionali ed alle potenzialità che un reindirizzamento dei criteri guida di investimento operati da questi investitori istituzionali, oltre a indicare un campo d’azione enorme per la sinistra, abbiamo dato un senso a ciò che intendiamo per “Finanza di sinistra”.




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