VERSO IL CONVEGNO SUL LAVORO


 

Forze produttive e rapporti di produzione

Scrive Marx ne “Per la critica dell’economia politica”:

Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali.

 A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene.

A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società.”

Il grado di sviluppo delle forze produttive ha quindi generato nell’antichità il rapporto schiavistico, si è passati poi al servaggio della gleba e quindi ad un rapporto servile, per approdare con il capitalismo al libero rapporto salariale come quello più idoneo a garantire una produzione moderna.

Ma il modello capitalistico ha conosciuto varie fasi, la fase iniziale, il fordismo, il post-fordismo. E il rapporto di produzione basato sul lavoro salariato ha subito variazioni coerenti con lo sviluppo del modo di produzione. Si è passati da un salario di sussistenza ad un salario, nell’era fordista, legato alla produttività non più del singolo dipendente ma del gruppo di lavoro, della catena di montaggio proprio perché il modo di produzione fordista richiedeva un’organizzazione coerente con la organizzazione conseguente delle fasi di lavoro e quindi necessariamente rivolta verso un gruppo di lavoratori che lavorano interdipendentemente, nel senso che il secondo dipende dal primo e così via.

La catena di montaggio può essere vista come una lisca di pesce, dove nella colonna centrale il prodotto prende forma alimentata da destra e da sinistra da sottolavorazioni che producono la singola componente da assemblare. Il tutto va puntigliosamente programmato e temporizzato. Si instaurano i “tempi e metodi”, si parcellizzano le singole funzioni, si cronometrano i tempi. Si agisce nel micro ma tutto poi va riorganizzato nel macro; tutta la catene funziona come un orologio; il ritardo di uno causa ritardi a tutti quelli a valle e ingorghi a monte. Si opera all’eliminazione dei bottle-necks. Il tutto deve essere regolamentato da un contratto di lavoro che vincoli e regolamenti tutti i dipendenti.

Rivoluzione informatica e globalizzazione

Negli ultimi decenni si è assistito a) allo smantellamento del modello fordista con l’adozione di un modo di produzione  basato sul decentramento produttivo, b) ad una conversione da produzione di beni e di merci ad una produzione di servizi, c) ad una rivoluzione informatica e telematica di tutto l’assetto produttivo, sia di beni e merci che di servizi.

Si è venuto a creare una dissoluzione della necessaria comunanza di operatività presente nella catena di montaggio; nelle imprese si lavora per “isole”, le fasi lavorative vengono divise e subappaltate, la globalizzazione distribuisce le fasi della produzione, in particolare quella di beni immateriali, in tutti i paesi del mondo. Le prestazioni di lavoro in outsourcing si diffondono a macchia d’olio: la contabilità aziendale viene svolta in India; il software viene sviluppato in Serbia; le progettazioni sono sviluppate nei paesi dell’est. Il tutto tramite una telematica che permette, davanti al monitor, di lavorare indifferentemente con il collega nell’altra stanza o con quello a 10.000 kilometri di distanza.

La dissoluzione della solidarietà fisica della catena di montaggio rende meno necessaria una contrattazione con gruppi, associazioni di lavoratori tendendo al rapporto individuale autonomo tra impresa e singolo lavoratore.

Non è a caso, ma proprio come conseguenza di quanto analizzato da Marx, che negli ultimi decenni    le forze produttive materiali della società siano entrate  in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti: il contratto di lavoro a tempo indeterminato lascia il posto ai rapporti di lavoro cosiddetti “precari” co.co.co, co.co.pro, collaboratori minimi, interinali e tutte quelle figure inventate prima da Treu e poi dalla cosiddetta legge Biagi.

Ma soprattutto  è esplosa la proliferazione delle partite iva. Il freno pensato da Visco Bersani, che sottoponeva ad un vaglio critico l’apertura della partita iva è stata immediatamente cancellata dal governo Berlusconi, proprio per lasciare libertà assoluta ad una nuova configurazione di rapporto lavorativo.

Schiavi, servi, salariati e partite iva.

Se raffrontiamo le figure dello schiavo, del servo e del lavoratore salariato, secondo D.Fusaro (Bentornato Marx pag. 170 ed. Bompiani) “Le prime due forme di lavoro forzato diretto non rendono possibile una produzione allargata e finalizzata all’accrescimento illimitato della ricchezza, soprattutto per il fatto che il servo e, soprattutto lo schiavo, non hanno alcun interesse ad essere produttivi, in quanto ricevono il loro sostentamento a prescindere dal lavoro svolto. Il lavoro del libero operaio moderno è invece assai più produttivo perché da esso dipende l’esistenza dell’operaio stesso, che proprio perché non è stato acquistato dal suo padrone può in qualsiasi momento essere lasciato a casa: se perde quel lavoro perde se stesso… proprio perché non è stato acquistato una volta per tutte, può essere lasciato a casa non appena il suo lavoro non risulti sufficientemente produttivo”.

Venuto a cessare il vincolo fisico della catena di montaggio, parcellizzate le fasi produttive, ma soprattutto reso immateriale il lavoro nella produzione di servizi che oggi rappresentano il 70% del PIL, è venuto a mancare per le forze produttive il vincolo della contrattazione collettiva. Il rapporto con il singolo lavoratore risulta più flessibile e più agevole.

Sembra perciò che la considerazione per la quale il lavoro salariato fosse l’ultima e più sofisticata modalità di sfruttamento da parte del capitale del lavoro altrui sia stata superata da una nuova forma di sfruttamento, formalmente ancora più libera del rapporto salariale, costituito dalla libera contrattazione tra imprenditori, fra partite iva.

Il modo di produzione ha abbandonato la propensione a produrre per il magazzino che è diventato un divoratore di liquidità tale per cui è necessario ridurlo al minimo. Si è abbandonato quindi il sistema PPIC (production planning and inventory control) secondo cui il magazzino era mediamente pari al security stock (consumo medio moltiplicato per la somma del review time e del reorder time) più un mezzo dell’economic order quantità.Si è adottato il sistema giapponese del just in time che permette di abbattere i livelli delle scorte.

Analogamente si tende a superare il contratto di lavoro a tempo indeterminato comperando la merce-lavoro da altri imprenditori, il popolo delle partite iva. E questa merce-lavoro può essere acquistata nell’esatta misura e quantità che serve, senza le rigidità del lavoro a tempo indeterminato; il rapporto commerciale tra partite iva può essere interrotto in qualsiasi momento e non si parla neppur lontanamente di tredicesima, quattordicesima, ferie, t.f.r., contributi e irap.

La previsione marxiana che il lavoro salariato fosse l’ultima fase e la più sofisticata per lo sfruttamento del lavoro dei sudditi, pare sconfessata da quest’ultima forma di rapporto tra imprenditori; da una parte l’imprenditore che acquista merce lavoro, dall’altra parte il lavoratore che si fa imprenditore di sé stesso per vendere il proprio lavoro.

Sono proprio i detentori del “lavoro cognitivo” i rifkiniani “manipolatori di simboli” i lavoratori più specializzati nell’informatica e nella telematica e comunque nella produzione di servizi tecnologici qualificati ad essere assunti come partite iva, ad essere i rappresentanti di questo nuovo rapporto di lavoro, richiesto dallo sviluppo delle forze produttive e che sta superando il contratto di lavoro collettivo ed erga omnes.

Struttura e sovrastruttura

Ancora Marx ci ricorda che “l’insieme dei rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale.”

La sovrastruttura giuridica al lavoro post-fordista si chiama legge Biagi.

Quando la legge fu approvata, ritenni che, pragmaticamente, fosse necessario rispondere positivamente alla domanda di lavoro flessibile e quindi fui concorde con tutte le nuove forme di rapporto di lavoro sostenendo però che:

a)      visto che a parità di prestazioni il lavoro precario procurava al capitale vantaggi enormi (mobilità e carico contributivo) il lavoro precario dovesse costare molto di più del lavoro a tempo indeterminato;

b)      fosse assolutamente necessario un sistema di welfare universale per rendere percorribile la gestione del lavoro flessibile.

Dopo pochi anni di operatività di quella legge devo confessare di essermi sbagliato: quella legge è ingiustificabile. Da un lato il lavoro precario non serve tanto alla flessibilità quanto a procurarsi lavoro a basso prezzo, dall’altro solo il disastro della crisi che stiamo attraversando ha costretto il governo a correre ai ripari raffazzonando un sistema di tutela “in deroga” assolutamente insufficiente ad un accettabile clima sociale.

Soprattutto il danno più grave è rappresentato dal fatto che il rapporto di lavoro ha perso la contrattazione tra datori di lavoro e forze organizzate del lavoro, ma si è individualizzato, si è trasformato in una compravendita tra due operatori singoli, con un rapporto di forza talmente asimmetrico da rendere le masse di partite iva i nuovi schiavi del nuovo modo di produzione.

La sovrastruttura culturale al lavoro post-fordista consiste in una frase usata dall’imprenditore che compera lavoro e che inorgoglisce il lavoratore che lo vorrebbe vendere. “DIVENTA IMPRENDITORE DI TE STESSO”.  La forma determinata della coscienza sociale consiste nello svilire la figura del lavoratore a tempo indeterminato: fannullone, assistito, protetto, deresponsabilizzato, parassita; ed opporgli l’immagine mistificata di un professionista che si responsabilizza, si fa carico delle sue potenzialità, si rivolge a più utenti dei suoi servizi.

E’ un messaggio che evoca la valorialità del merito, dello spirito calvinista del capitalismo, del successo come indizio della benevolenza di Dio. Ma è un messaggio mistificante, che ignora che per parlare di merito occorre preliminarmente parlare di “eguaglianza dei punti di partenza” come insistentemente ci ricorda l’insegnamento di Luigi Einaudi. Ma è mistificante perché ideologizza un aspetto pur positivo, l’assunzione di responsabilità, nascondendo il fatto concreto che consiste invece nell’alleggerire gli oneri di impresa sostituendo costi variabili a costi fissi.

L’individualismo opposto alla gestione collettiva dei problemi, la spaccatura del fronte sindacale sfarinando l’antica solidarietà di classe hanno portato ad una situazione insostenibile del mercato del lavoro, situazione che occorre affrontare con consapevolezza e coraggio innovativo.

I temi in discussione

Ritengo che il convegno sul lavoro che stiamo organizzando debba affrontare fondamentalmente tre temi: a) gli sviluppi del modo di produzione capitalistico ed il contratto unico; b) il collegamento produttività salario; c) innovazioni di stampo socialista nel mercato del lavoro.

Gli sviluppi del modo di produzione capitalistico ed il contratto unico

Marx ci ha insegnato che i rapporti produttivi sono determinati dallo sviluppo delle forze produttive. Se quindi la tendenza del mercato del lavoro imposta dal nuovo modo di produzione tende a superare il contratto di lavoro a tempo determinato per approdare ad un commercio della merce-lavoro tra partite iva tra imprenditori antichi e lavoratori che si fanno imprenditori di se stessi, dobbiamo prendere atto che questa è la legge non solo del capitalismo ma una legge storica per cui la storia è storia della lotta di classe.

Non basta quindi, a mo’ di esempio, demonizzare la legge Biagi, sarebbe una “voice” senza “exit”; dobbiamo poter modificare sul piano della lotta di classe i rapporti che si stanno estendendo.

La quota di lavoratori temporanei sul totale del lavoro dipendente è ulteriormente aumentata nell’ultimo anno, portandosi al 13,4%. Per le donne l’incremento è stato quasi di un punto e mezzo: oggi una donna occupata su sei ha un contratto a tempo determinato. Molte altre donne gonfiano le fila del lavoro parasubordinato. I lavoratori duali si avviano a superare la soglia dei 4 milioni. Sono la maggioranza tra i più giovani. Per non parlare delle partite iva. Nel mio ufficio arrivano ragazzine sprovvedute che chiedono di aprire la partita iva (di diventare imprenditrice di se stessa) perché solo con la partita iva il datore di lavoro le offre un compenso di 800€: per quanto tempo? Per il tempo che pare al padrone; le tasse se le paghi colui che si è fatto imprenditore di sé stesso, la sanità idem, tredicesima e quattordicesima, neppure se ne discute, le ferie, beh vediamo.

Trasportare in massa le partite IVA dal PdL e dalla Lega alla sinistra deve essere un impresa politica possibile.

Tra le proposte tese a porre un fine a questo sfarinamento delle forme di lavoro parasubordinato c’è la proposta di Tito Boeri di contratto unico con tutele crescenti nel tempo, che si rifà al francese Contrat Nouvelles Embauches (Cne).

In sintesi: i lavoratori vengono assunti con un contratto a tempo indeterminato che si sviluppa su tre fasi: la prova, l’inserimento e la stabilità. Il periodo di prova è di sei mesi alla fine dei quali il lavoratore può essere confermato o meno. Se confermato inizia la fase di inserimento che va dal settimo mese al terzo anno dopo l’assunzione. Durante questa fase in caso di licenziamento scatta la protezione indennitaria (da due a sei mesi di salario) in caso di licenziamento economico non possibile nel caso di licenziamento discriminatorio. Al termine del terzo anno la garanzia reale si estende anche ai licenziamenti economici senza giusta causa.

Secondo questo progetto, che prevede il salario minimo orario che vale per ogni tipo di prestazione garantendo tra l’altro lo stesso livello di contributi previdenziali se non maggiori (per finanziare il fondo contro la disoccupazione) per chi assume a tempo determinato.

Il punto debole è che sarebbe possibile assumere con contratti a tempo determinato e a progetto (anche se economicamente più gravoso) con il solo vantaggio che in caso di passaggio da tempo determinato e co.co.pro a tempo indeterminato il contratto salterà le prime due fasi (prova e inserimento) e partirà dalla fase di stabilità.

Questa è una proposta concreta e migliorabile, su questa proposta ritengo che il forum prima ed il convegno poi possa concentrare la sua attenzione.

Il collegamento produttività salario

Un secondo argomento da affrontare è quello del collegamento dei salari con l’aumento della produttività.

Aumentare i salari più della produttività comporta il sorgere di tensioni inflazionistiche se non si ha la forza di fare in modo che l’aumento dei salari oltre quella quota diventi un meccanismo di redistribuzione della ricchezza.

E’ questa la tesi di Giorgio Cremaschi. Poiché dopo il protocollo del 1993, quello che a fronte di moderazione salariale impegnava la parte datoriale ad incrementare la produttività e l’ammodernamento delle imprese, si è registrato un arresto totale del livello dei salari e i maggiori utili invece di reinvestirsi in produttività (ma sarebbe stata necessaria la reintroduzione della DIT di Visco) ha spesso preso la strada dell’investimento in strumenti finanziari.

Il “fallimento politico” del protocollo, come lo ha definito il CNEL, ha incanalato i benefici della maggior produttività nei profitti che per parte loro non hanno mantenuto l’impegno a reinvestirsi in ammodernamento tecnologico. Insomma aver affidato alla volpe la guardia del pollaio si è dimostrato una scelta ingenua. Punti di PIL sono stati spostati dai salari ai profitti, ed è tempo di recuperare parte del maltolto. Collegare l’incremento del livello dei salari all’aumento della produttività  “riprende – secondo Cremaschi – sostanzialmente la vecchia legge bronzea dei salari, caposaldo di ogni impostazione liberista”.

Il punto sollevato da Cremaschi è degno di considerazione, ma va affrontato sulla base dei puri rapporti di forza, ed in questo momento lo scontro potrebbe essere negativo.

Con più coerenza potremmo intervenire sulla meccanismo di collegamento dei salari alla produttività con la consapevolezza che con questa proposta la parte datoriale vuole scaricare sul mondo del lavoro le sue contraddizioni e le sue incapacità.

In sintesi il discorso è questo: se la produttività aumenta aumentano proporzionalmente i salari, se la produttività non aumenta “non rompete i coglioni”.

Il vero concreto punto è chi determina l’aumento o meno della produttività. Se la produttività è determinata dagli investimenti produttivi, dalla capacità innovativa di processo, dall’organizzazione del lavoro; se tutte questi strumenti che determinano o meno l’aumento della produttività sono nella sola disponibilità del datore di lavoro allora il salario dei lavoratori è assolutamente subordinato alle scelte padronali, alle politiche padronali, alle capacità padronali, alla volontà padronale. Sarebbe una forma di alienazione inaccettabile. La vita di un uomo lavoratore sarebbe condizionata dalla capacità (o meno) e dalla volontà di un uomo che si appropria del destino altrui.

Ancor più inaccettabile se il livello salariale fosse legato ai risultati aziendali, vale a dire non solo al valore della produzione ma al risultato netto che scaricherebbe sui lavoratori scelte completamente estranee al rapporto di lavoro e politiche di bilancio assolutamente inaccessibili da chi da quelle vede dipendere la sua vita quotidiana. Al limite il mondo del lavoro dovrebbe entrare nel CdA dell’impresa, ma il discorso, che comunque si può fare, diventerebbe ancor più complicato.

Il collegamento produttività-salari non è assolutamente un fatto tecnico neutrale; attenzione alla ideologizzazione liberista; è un fatto politico puro, una fase inedita della lotta di classe.

Questo è tuttavia un argomento che val la pena approfondire e affrontare.

Innovazioni di stampo socialista nel mercato del lavoro

Terzo argomento di cui dovremmo parlare è quello di proporre innovazioni di stampo socialista nel mercato del lavoro.

Ad esempio, con riferimento al collegamento produttività-salari, feci a suo tempo questa proposta:

a)      si detassano gli utili reinvestiti;

b)      un importo pari alle imposte risparmiate vengono destinate ad un fondo aziendale finalizzato all’innovazione e alla produttività;

c)      detto fondo viene gestito da un consiglio di lavoratori e azienda per investimenti, innovazioni di prodotto e di processo, per sperimentazioni di organizzazione del lavoro

d)      i risultati  della nuova produttività creata va ad incremento del livello salariale.

Una seconda proposta potrebbe essere una rivisitazione del vecchio strumento cooperativistico, una istituzione riconosciuta dalla costituzione italiana che ha costituito la nascita del movimento operaio e che potrebbe rinverdire un nuovo modo di produzione non capitalistico.

Ancora potremmo pensare come tradurre in pratica i suggerimenti di Gallino sull’uso dei fondi dei lavoratori affluiti ai fondi comuni così come ricordavo nel mio articolo La finanza di sinistra.

Quello cui stiamo pensando sono le “invenzioni” tipo quelle fatte da Rudolf Meidner  (Capitale senza padroni) in Svezia; “Agathotopia” di James Meade, ma anche la “Tennessee valley authority” di F.D.Roosvelt, il “Piano del lavoro” di G.Di Vittorio.

Non ci arrendiamo all’eternità del capitalismo, testardamente come Sisifo risaliamo per l’ennesima volta sulla collina da cui è rotolato a valle il  masso che con fatica avevamo portato in vetta.

Forse sarà una fatica inutilmente stoica, ma Albert Camus pensava che, in fondo in fondo, Sisifo fosse moderatamente felice.

Verso il convegno sul lavoro (2) La disuguaglianza

Premessa
Se essere riformisti significa voler le riforme, logica vorrebbe che ci chiarissimo quali riforme voliamo. Le riforme che vuole la destra le conosciamo, noi a sinistra corriamo il pericolo di rincorrere, come succede da 15 anni a questa parte, la destra senza avanzare un percorso, un’agenda nostra. Gramsci chiamava questa capacità di scrivere l’agenda, di indicare i valori, di convincere ed ottenere consenso egemonia,  ed indicava negli intellettuali (il partito come intellettuale collettivo) i costruttori dell’egemonia.

Oggi i costruttori di egemonia sono gli opinion leaders, gli obiettivi ed i valori li indicano i sondaggi di opinione, gli intellettuali anziché formare inseguono (talora cavalcano) la pancia del Paese, non ci si scandalizza di avere al governo la stessa gente che in quel filmato di Anno zero da un paese vicino a Brescia ha raggiunto un livello di barbarie, di razzismo, di intolleranza che fa rizzare i capelli a chi abbia ancora un minimo di pudore. Fa impressione che la violenza sia quella di Tartaglia contro Berlusconi e nessuno, dico nessuno, ricordi la violenza premeditata, pregna di odio, finalizzata a distruggere l’avversario, fondata su dati falsi, fatta da persona non squilibrata ma lucidamente pensata ed attuata, di destra fatta da Feltri contro Dino Boffo. Violenza mille volte peggio di quella dello squilibrato Tartaglia. Ma quante volte è passata in video la prima violenza e quante volte la seconda? Feltri invece di essere espulso dall’ordine dei giornalisti è ancora invitato ai talk shows.

Riprendiamo la ricerca dell’egemonia, questo mi sembra l’intervento di Franco all’assemblea nazionale di SeL: rivendichiamo i nostri valori, non omologhiamoci al sentire comune oggi prevalente, ma forti delle nostre ragioni, facciamo politica, facciamo cultura, diventiamo egemoni. Se non ci rassegniamo a morire tutti liberisti, individuiamo le nostre riforme. Poi da riformisti ci confronteremo con la fattibilità delle nostre proposte rifuggendo da massimalismi anti-pragmatici, ma avendo la barra ferma di dove vogliamo andare senza farci distrarre dalle rotte altrui.

 Cambiamo anche i termini, gli indici, gli strumenti del capitalismo, modifichiamo mentalità per modificare il modello di sviluppo, ma soprattutto usciamo dal vago ed elenchiamo le riforme che vogliamo e, proposta centrale di questo mio intervento QUANTIFICHIAMO le riforme. 

Quali riforme

Oggi la necessità delle riforme è all’ordine del giorno, ma se facessimo un sondaggio di opinioni, credo troveremmo al primo posto la riforma dell’esecutivo che vuol dire presidenzialismo, premier eletto dal popolo, immunità per il premier, riforma della giustizia; in seconda battuta troveremmo la fine del bicameralismo puro, la riforma degli organi di garanzia costituzionali, il nuovo ruolo del Presidente della Repubblica. Insomma l’egemonia della destra si concretizza nel mettere queste riforme (ovvero il piano Gelli) all’ordine del giorno.

Giustamente Bersani dice parliamo di questo ma anche di riforme sociali.

Noi di sinistra, materialisti di formazione anteponiamo le riforme di struttura, alle riforme di sovrastruttura, da riformisti accettiamo di parlare contestualmente delle due tipologie di riforma, ma poniamo come irrinunciabile ragionare sul modello di sviluppo.

La politica è la fissazione di un obiettivo, e la conseguente elaborazione di interventi congrui con l’obiettivo posto. La scrittura di questa funzione obiettivo, l’elaborazione delle equazioni che sottostanno alla funzione obiettivo, la quantificazione delle variabili dipendenti, l’intervento su dette variabili per rendere raggiungibile la massimizzazione della funzione obiettivo sono a mio parere gli strumenti che noi abbiamo per recuperare egemonia nel discorso politico; uscire dal vago e dall’indeterminato, ma elencare obiettivi, strumenti quantificati.

Anche ai fini comunicativi dovremmo abbandonare l’egemonia culturale degli indici oggi prevalenti e iniziare un linguaggio nuovo anche tra di noi.

Quando ci parlano di deficit chiediamo che ci parlino anche e soprattutto di avanzo (o disavanzo) primario; quando ci parlano di disoccupazione chiediamo che ci parlino anche e soprattutto di monte ore lavorate, quando ci parlano di ripresa chiediamo che ci parlino anche e soprattutto di produttività.

Si dice che è necessario superare l’indice del PIL come misura sovrana e totalizzante del nostro ragionamento. Nel mio articolo “Maneggiare con cura” dimostrai la falsità del fatto che il nostro PIL avesse superato quello della Gran Bretagna, ma indicavo indici alternativi al PIL o che almeno dicessero qualcosa in più su come il PIL fosse distribuito utilizzando la curva  gaussiana.

Oggi voglio introdurre l’indice di concentrazione del reddito o indice di Gini (Corrado Gini) e la conseguente curva Lorenz. Questo indice è sintetico ma ci permette di approfondirlo nelle sue implicazioni causali e temporali per permetterci, come diceva Luigi Einaudi di “Conoscere per decidere”. Quindi quando ci parlano di PIL chiediamo di parlarci anche e soprattutto di indice Gini. 

L’indice di Corrado Gini, obiettivo livello 0,289

(Per questo intervento mi sono avvalso del lavoro di Maurizio Branzini e Michele Raitano su www.nens.it e sul bollettino Istat Distribuzione del reddito e condizioni di vita in Italia (2005-2007). 

Come costruire l’indice Gini

La popolazione familiare è ordinata in senso crescente di reddito e divisa in raggruppamenti di 10 parti (decili) oppure di cinque parti (quinti) o anche di 20 parti (quintili).

Si avrà allora per ogni raggruppamento qual è la percentuale di reddito (vedremo poi “quale reddito”)   posseduto dalla percentuale di popolazione; ad esempio nel 2005

 

ANNO 2005

 

 

 

 

QUINTI

Xi

Xi cum

reddito

redd cum

0

0,0%

0,0%

0,0%

0,0%

1

20,0%

20,0%

7,0%

7,0%

2

20,0%

40,0%

12,8%

19,8%

3

20,0%

60,0%

17,3%

37,1%

4

20,0%

80,0%

23,0%

60,1%

5

20,0%

100,0%

39,9%

100,0%

 

Che si legge per esempio al rigo 3 che il 60% della popolazione possedeva il 37,1% del reddito, mentre l’80% della popolazione possedeva il 60,1% del reddito.

Se il reddito fosse distribuito equamente la scala redd. cum. dovrebbe essere uguale alla scala Xi cum. Se fosse fortemente disequalitario la scala redd. cum. sarebbe 0% nei righi da 0 a 4 e sarebbe 100% al rigo 5.

Si può visualizzare questa situazione con l’elaborazione della curva Lorenz:

L’area compresa tra la distribuzione egualitaria e quella effettiva rappresenta l’area della disuguaglianza che  misurata in percentuale rispetto a 100 (rappresentato da tutta l’area sottesa dalla linea egualitaria)   da l’indice di Gini. In tal caso, anno 2005 l’indice Gini è pari a ,0304.

Il significato dell’indice Gini.

Dalla costruzione dell’indice Gini deduciamo che l’indice va da 0 (nel caso di distribuzione egualitaria ovvero area effettiva = area egualitaria) a 1 (ovvero una sola famiglia possiede tutto il reddito). E’ ovvio che la situazione reale sarà una situazione intermedia, non avendo alcun elemento, tuttavia, per dire quale sarebbe la distribuzione ottimale. Nessuno ritiene che sia equa una situazione egualitaria (negherebbe ogni considerazione al merito) mentre ci ripugna la situazione opposta. Si aggiunga che non è rilevabile alcuna correlazione significativa tra distribuzione del reddito e produzione dello stesso: non è detto che una maggior eguaglianza porti ad una maggior redditività, ma non è neppure provato che (come sostengono i liberisti) una maggior disuguaglianza permetta maggiori investimenti (e quindi maggiori redditi) da parte dei più ricchi. Avventurarsi in questo terreno è piuttosto ardito.

La considerazione sul merito sarà svolta più avanti, per ora ci sarà più facile fare comparazioni sincroniche e diacroniche tra nazioni o gruppi di nazioni abbastanza omogenee. Noteremo allora differenze significative che possono dirci qualcosa in più su questo indice.

Creiamo allora i seguenti 4 gruppi di nazioni: Usa-Gran Bretagna, Francia-Germania, Danimarca-Finlandia-Paesi Bassi-Norvegia-Svezia ed infine Italia. Gruppi che chiameremo Anglo, Euro, Nordico e Italia. 

I confronti internazionali

Vediamo allora l’indice Gini nell’anno 2000, in questi quattro gruppi in ordine decrescente, ovvero dal meno egualitario al più egualitario: 

 

Gini 2000

Anglo

0,3515

Italia

0,3290

Euro

0,2675

Nordico

0,2256

Non a caso abbiamo formato questi gruppi di paesi, abbiamo pensato infatti alla coppia Reagan-Tatcher, alle economie del centro Europa ed ai Paesi socialdemocratici (che tali rimangono anche se al governo vanno i liberali) per vedere il nostro paese a quale modello si avvicina di più. 

Possiamo allora confrontare gli indici Gini per gli stessi gruppi nel 1979 e nel 2000 (già riportato sopra) per vedere l’effetto causato in questi cruciali anni di fine secolo. 

 

Gini 2000

Gini 1979

delta

Anglo

0,3515

0,2675

131,40%

Italia

0,3290

0,2980

110,40%

Euro

0,2675

0,2595

103,08%

Nordico

0,2256

0,2098

107,53%

La situazione ha subito uno spostamento anti-egualitario in tutti i raggruppamenti ma in modo enorme nel gruppo anglosassone (modello Reagan-Tatcher) e molto sostenuto in Italia. Molto meno rilevante nel gruppo Euro dove addirittura la Francia vede una diminuzione dell’indice tra il 1979 e il 2000 (si registra una diminuzione anche in Danimarca e Paesi bassi).

La mala-distribuzione cui abbiamo fatto cenno in molte delle nostre analisi ritorna qui evidenziata dai numeri.

E’ qui importante sottolineare che l’aggravarsi della situazione corrisponda ad un periodo, verso la fine degli anni ’90, di “creazione di posti di lavoro senza crescita”. Ovvero succede che in quel periodo si creano molti posti di lavoro ma a parità di monte ore lavorate, vale a dire più occupati per lo stesso lavoro quindi ciascun lavoratore produce e percepisce un reddito proporzionalmente inferiore, accrescendo perciò le fasce basse dei quinti su cui calcolare l’indice Gini. E’ questo il risultato, una specie di “lavorate meno, lavorate tutti”, che consegue alla piena diffusione dei contratti atipici di lavoro, il frutto della flessibilità e della precarietà. Va da sé che se il PIL rimane uguale ed aumentano gli occupati (anche se a tempo parziale o a termine) la produttività non ne beneficia affatto. In quegli anni infatti essa rimane maglia nera del panorama economico mondiale. 

Un flash sulla componente territoriale italiana

Solo come informazione che non approfondiamo possiamo indicare l’indice Gini per macroarea geografica in Italia nell’anno 2004 

nord ovest

0,3160

nord est

0,2980

centro

0,2830

lazio

0,3370

sud

0,3210

isole

0,3540

Rileviamo quindi che la macroarea più egualitaria è il centro Italia (Lazio escluso) mentre la meno egualitaria sono le isole, seguite dal Lazio. Le altre aree, tuttavia, sono molto meno egualitarie di quelle euro e di quelle nordiche, inferiori solo all’anglo. 

Le politiche redistributive

I redditi ai quali si è fatto finora riferimento sono i redditi disponibili, costituiti cioè da un primo livello derivante dai redditi da lavoro, cui si aggiungono le retribuzioni di altri membri del nucleo familiare e le altre fonti di reddito determinando così il reddito di mercato dei nuclei familiari.

Va rilevato che in Italia la quota di reddito nazionale che si ottiene attraverso il lavoro è la più bassa tra i paesi nostri concorrenti, la forte diminuzione dei redditi da lavoro dipende in larga misura dall’evoluzione del salario reale che, secondo le stime dell’OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) a parità di potere d’acquisto fa riscontrare una diminuzione del 16% tra il 1988 e il 2006

Tornando al reddito di mercato delle famiglie occorre considerare l’entrata in funzione dell’attività redistributiva dei welfare state, imperniata sul prelievo fiscale e sull’erogazione di trasferimenti alle famiglie arrivando così ai redditi disponibili.

Mettendo a confronto le distribuzioni dei redditi di mercato con quelli disponibili si può, per differenza rilevare l’efficacia delle politiche redistributive attuate dalle politiche nazionali di welfare.

Confrontando l’effetto dell’intensità delle politiche redistributive per i gruppi di paesi sopra identificati nei due anni 1979 e 2000, potremo chiarirci meglio le idee: meglio conoscere per meglio decidere. 

 

welf 2000

welf 1979

delta

Anglo

0,0910

0,0760

119,74%

Italia

0,0370

0,0400

92,50%

Euro

0,1105

0,0725

152,41%

Nordico

0,2812

0,2502

112,39%

Le politiche redistributive sono state estremamente efficaci in Euro (in particolare in Germania), apprezzabili in Anglo e Nordico ma addirittura regressive in Italia.

Con tutti i limiti che queste rilevazioni possono avere non si può che trarre un giudizio univoco sull’andamento degli indici rilevati.

Parlavamo in uno dei paragrafi precedenti, del fattore “merito”, certamente dicevamo siamo lontani da un’idea di una uguaglianza dei punti di arrivo dove tutti, qualsiasi sia il contributo loro personale e responsabile alla comunità, hanno un reddito uguale (a ciascuno secondo i propri bisogni), mentre ci è più vicina l’idea di un reddito che partendo dagli stessi “punti di partenza” riconosca il merito di chi più contribuisce rispetto a chi meno contribuisce.

Siamo entrati in un campo di filosofia economica che non può mai dimenticare la determinatezza e la precisione con cui Luigi Einaudi ha teorizzato la pregiudiziale di una politica che premi il merito: ovvero che ogni politica meritocratica deve partire da una eguagliana “dei punti di partenza”. Le pagine scritte da Einaudi (Lezioni di politica sociale edizioni Einaudi 1964 pagg. 231 e seg.) sono indelebili nella nostra memoria.

Si tratta allora di esaminare quella che viene chiamata l’elasticità intergenerazionale dei redditi.

La meritocrazia

Con l’analisi dell’elasticità intergenerazionale si cerca di individuare la tendenza delle disuguaglianza a trasferirsi da una generazione all’altra, facendo in modo che il destino dei figli sia in larga misura dipendente da quello dei genitori. Laddove la trasmissione intergenerazionale dei vantaggi è più forte significa che l’assetto dell’eguaglianza dei punti di partenza è disatteso, e che quindi l’effetto meritocratico è fortemente penalizzato. E’ come se in una corsa qualcuno partisse avvantaggiato e qualcun altro partisse con l’handicap. Si distingue così una società fluida rispetto ad una società corporativizzata, scarsamente premiale del merito.

Vediamo allora di esaminare i nostri gruppi di paesi in funzione di questo indice:

 

 

elast.

Anglo

0,4850

Italia

0,5100

Euro

0,3650

Nordico

0,1925

 

I paesi Nordici sono quindi caratterizzati da una forte fluidità mentre il gruppo anglo presenta una forte persistenza intergenerazionale, che diventa enorme per l’Italia.

Si noti come ad una forte persistenza intergenerazionale corrisponda un’alta concentrazione dei redditi ovvero una maggior disuguaglianza, peraltro crescente nel tempo tale da far un crescente “disagio sociale”, una intolleranza ad una società più ingiusta, più corporativa, meno solidale. 

Poveri e super-ricchi.

Si distinguono due tipi di povertà: quella relativa (ovvero un reddito inferiore al 50 o al 60% del reddito medio) e quella assoluta (ovvero l’insufficienza del reddito a coprire l’accesso ad un paniere di consumi ritenuto essenziale).

Secondo le più recenti rilevazioni dell’Istat nel 2008 le famiglie in povertà relativa erano l’11,3% delle famiglie (2.737.000 famiglie ovvero 8.078.000 persone). Se guardiamo ai dati europei troviamo che il nostro paese occupa una delle peggiori situazioni, superata solo da Polonia, Lituania, Spagna, Irlanda e Grecia.

Per quel che riguarda la povertà assoluta secondo l’Istat nel 2008 erano assolutamente povere 1.126.000 famiglie pari a 2.893.000 persone (4,9% della popolazione).

Sarà interessante rilevare che in Italia la quota di lavoratori dipendenti full-time con salario mensile netto inferiore alla soglia di povertà (fenomeno noto come quello dei working poor) era nel 2004 del 2,6% dei lavoratori a tempo indeterminato e di ben il 14,5% dei lavoratori a tempo determinato. 

Per quanto riguarda i super-ricchi a partire dal 1993 il fenomeno della crescente concentrazione del reddito tra i super-ricchi ha conosciuto un notevole impulso. In particolare il reddito dello 0,1% più ricco tra il 1993 e il 2004 è cresciuto del 40% e quello dello 0,01% più ricco è cresciuto del 75%. Di notevole interesse è il fatto che il 40% dei redditi compresi nello 0.01% più ricco sia costituito da percettori di lavoro, una percentuale che è più del triplo di quella di un decennio prima.

Da ricordare anche come su questa crescita dei redditi disponibili più alti sia dipesa dalla diminuzione dell’aliquota fiscale marginale: dall’82% vigente negli anni ’70 si è passati a 62% nel 1988 all’attuale 45%.

Val la pena ricordare il compromesso keynesiano per cui il processo di formazione del capitalismo industriale è fondato su un “doppio inganno” ovvero i lavoratori si appropriano di una piccola parte della torta che avevano contribuito a produrre, mentre i capitalisti ricevevano “la miglior parte” con la tacita condizione di non consumarla, ma di destinarla prevalentemente all’accumulazione del capitale. Dopo la crisi del ’29 il processo è invece parso basarsi su una diminuzione delle disuguaglianze che ha stimolato la domanda globale (il secolo breve della socialdemocrazia) Ma dagli anni ’70 le disuguaglianze sono tornate a crescere (reagan-tatcherismo) con l’aggravante che la “miglior parte della torta” ha alimentato prevalentemente la speculazione piuttosto che gli investimenti reali. Qui sta la base della crisi dell’attuale modello capitalistico. 

Conclusioni statistiche

Le rilevazioni statistiche sono molto condizionate dalle procedure e definizioni degli elementi presi in considerazione, così come sono limitate ai dati rilevabili escludendo quindi i dati non conoscibili.

La coerente applicazione di criteri discrezionali garantisce tuttavia la comparabilità dei dati fornendo di conseguenza una certa attendibilità dei trends. La cosa naturalmente vale a livello nazionale così come vale, a maggior ragione, a livello internazionale. Fortunatamente negli ultimi anni le rilevazioni inatrnazionali si sono standardizzate fornendo sempre maggior credibilità e comparabilità dei dati stessi.

Più problematico invece è l’elemento “sommerso” cioè dei dati di chi sfugge alle rilevazioni statistiche. Per questo mondo sommerso si può tuttavia ragionevolmente presumere che l’occultamento dei dati riguardi le fasce estreme dei più poveri (i lavoratori in nero, sottooccupati, immigrati, marginalizzati) e quella dei più ricchi (gli incalliti evasori clienti degli scudi fiscali). Ciò non può non far concludere che il riconoscere i dati del sommerso peggiorerebbe ulteriormente la misura dell’indice Gini italiano.  

Conclusioni politiche 

La situazione rilevata per il nostro paese è decisamente deprimente e scoraggiante. Siamo nel peggior solco del Reagan-tatcherismo, in una società corporativa, dove le politiche del welfare sono addirittura regressive.

Un paese soprattutto che non conosce la ricerca dell’einaudiana “eguaglianza dei punti di partenza” e per il quale ogni sforzo meritocratico (tipo la detassazione degli straordinari) ha l’amaro ghigno della beffa.

Una situazione intollerabile, dove è stata addirittura soppressa l’imposta sulle successioni (anche se blandamente reintrodotta da Prodi) che ci introduce ad un altro argomento, la distribuzione della ricchezza (non quindi più solo dei redditi) che però non affrontiamo in questa sede.

Se ci parlano quindi di PIL chiediamo che ci rendano conto anche e soprattutto dell’indice Gini, usciamo dalla sudditanza intellettuale!

La situazione desolante che ci attornia ci chiama alla ribellione a questo stato di cose; ci riporta alle contraddizioni marxiane, al solidalismo socialista, alle rivendicazioni del mondo del lavoro, al liberalismo einaudiano dell’eguaglianza dei punti di partenza, al ruolo critico del sindacato e degli intellettuali, alla lotta alle forme di lavoro precarie apportatrici di inefficienza e di povertà, alla lotta alla rendita, all’income by appropriation.

Insomma, compagni, c’è tanto ma tanto bisogno di socialismo (e non intendo certo quello di Nencini bensì quello di Riccardo Lombardi), di recupero di egemonia e di non cedere mai alla nostra missione di contrastare il capitalismo e la sua logica alienante. 

Verso il convegno sul lavoro (3) La rendita

Premessa

Il presente articolo, più letterario che tecnico, perché tende ad onorare un eroe borghese quale Fiorentino Sullo, è tuttavia una proposta concreta e attuabile di combattere nei fatti e non solo con le parole tutte le rendite. In particolare con questo articolo parliamo della sola rendita fondiaria, ma è un avvio per combattere anche le altre rendite.

Sul piano politico la provocazione è: non possiamo noi oggi dopo quarant’anni riproporre la bozza di legge Fiorentino Sullo come strumento più efficace per combattere la rendita fondiaria fonte di income by appropriation, e prima tra i redditi non guadagnati che la costituzione non vuole e non deve tutelare. Perché sono passati 50 anni. Sono stati 50 anni di mancate riforme, quelle ancora buone riproponiamole. Certo le possiamo aggiornare ma l’impianto è quello.

Sul piano tecnico due punti in premessa:

a)      la legge non configge con le nuove regole dello stare in Europa; non si distorce la concorrenza ma si regolamenta l’impianto dell’assetto del territorio

b)      servono fondi dal momento dell’esproprio da parte dei comuni al momento in cui i comuni mettono all’asta il diritto di superficie 99nnale. Ebbene il comune può pagare gli espropriati con buoni di prelievo sui futuri incassi dalle aste e fare una convenzione con le banche affinché tali buoni di prelievo siano scontabili da parte degli espropriati con costi finanziari convenzionali e a carico del comune.

L’atmosfera

All’inizio degli anni ’60 del secolo scorso, si respirava un’aria di rinnovamento primaverile nell’atmosfera italiana. Se scorriamo il libro di Guido Crainz “Il Paese Mancato” Donzelli editore, riconosciamo questa aura di speranza nel futuro, ottimismo, volontà di cambiare, ricerca delle riforme. Stralcio qualche impressionistica immagine dall’incipit di quel libro: “nel 1963 Gino Paoli con Sapore di sale, Edoardo Vinello con Abbronzantissima (sulle labbra tue dolcissime un profumo di salsedine) e nel 1964 Fred Buongusto con Una rotonda sul mare celebravano il trionfo definitivo di uno dei miti del boom, le vacanze estive…ma vi è però il terribile autunno del Vajont…che annuncia altri disastri causati da colpevoli responsabilità pubbliche e private e viene quindi a frenare sgradevolmente rosee previsioni e proiezioni nel futuro. In quello stesso 1963 un giornalista colto e sensibile come Andrea Barbato non è estraneo al generale ottimismo annunciando l’imminente apertura dell’Autostrada del Sole. Nel 1961 la Russia ha inviato il primo uomo nello spazio Juri Gagarin; Alberto Arbasino inizia un libro illuminante come Fratelli d’Italia. Mastronardi e Bianciardi ci richiamano alla durezza dell’esistenza: del primo esce nel 1962 Il maestro di Vigevano, del secondo Carlo Lizzani realizza nel 1964 La vita agra. I mostri di Dino Risi è del 1963, La dolce vita e Rocco e i suoi fratelli sono del 1960. Nel 1963 Visconti vince il Festival di Cannes con Il Gattopardo, Fellini quello di Mosca con 8 e 1/2 , Rosi la mostra di Venezia con Le mani sulla città. Nel 1964 le intuizioni e le angosce di Deserto rosso di Antonioni si affiancano a quelle del Bartolucci de Prima della rivoluzione, e nel 1965 seguiranno I pugni in tasca di Belloccio, Vaghe stelle dell’Orsa di Visconti, Giulietta degli spiriti di Fellini e Per un pugno di dollari di Sergio Leone. Incappano nella censura L’ape regina di Ferreri, La ricotta di Pisolini e la Viridiana di Bunuel. Dario Fo scrive Settimo ruba un po’ meno, ed al festival di Spoleto fa scandalo la raccolta di canzoni popolari curata da Roberto Leydi e Filippo Crivelli O Gorizia tu sia maledetta.

Due grandi protagonisti di quegli anni sono Ugo La Malfa e Riccardo Lombardi. Nella sua nota aggiuntiva alla relazione generale economica del Paese, La Malfa mette al centro il contrasto fra l’impetuoso sviluppo e situazioni settoriali,  regionali e sociali di arretratezza e di ritardo economico, indicando quindi come linea ispiratrice del centro sinistra la capacità dello Stato di intervenire per correggere le distorsioni dello sviluppo: la programmazione economica, insomma. La centralità di questa traspare con efficacia da un famoso intervento di Riccardo Lombardi. E’ un articolo scritto nel maggio del 1964 quando già la fase riformatrice del centro-sinistra volge al termine. Scrive Lombardi “Una macchina dotata di un motore imballato, di freni capaci solo di inchiodare e di un sistema di guida inesistente o arrugginito: è con tale macchina che il governo di centro-sinistra deve percorrere una strada accidentata e inoltre provvedere durante la corsa a cambiare o rinnovare gli ingranaggi”.(Avanti 12 maggio 1964).

Stava intanto prendendosi le sue rivincite quel partito sommerso che aveva ostacolato la politica riformatrice con sorde resistenze alternate ad attacchi virulenti: esso era largamente presente nella principale forza di governo, la Democrazia cristiana e saldamente insediato ai vertici delle istituzioni e nei centri di potere. Guido Carli, trent’anni dopo poteva scrivere senza arrossire che era in gioco l’esistenza dell’impresa privata, dell’industria capitalistica, messa in pericolo dalla prepotenza nazionalizzatrice. La nazionalizzazione dell’industria elettrica, il progetto di riforma urbanistica e la cedolare secca sembravano annunciare una completa sovietizzazione dell’economia. Scrivevano i giornali di destra che tutto stava andando a gonfie vele nel mondo delle cifre, poi quelli della politica hanno voluto il centro-sinistra e il centro-sinistra ha portato questa preoccupante bonaccia e la fine del miracolo.

I prefetti sono preoccupati per lo stato di ansietà e di incertezza dei ceti abbienti sull’attuazione di taluni provvedimenti cosiddetti di struttura; per contrastare questo stato di cose si pensa che si debbano procrastinare o addirittura si debba rinunziare in tutto o in parte alle progettate riforme di struttura, stante l’attuale pesante situazione finanziaria dello Stato e anche per le diffidenze che si nutrono verso il PSI, considerato sempre legato strettamente al PCI. Il generale De Lorenzo esorta il governo a stare al di fuori dell’enunciazione di ardite riforme e piani quadriennali”

Le riforme di struttura

Nello scorrere le pagine di Crainz notiamo che la centralità dello scontro politico si focalizza sulle “riforme di struttura”, quelle riforme cioè che si propongono di colpire gli interessi stratificati dei potentati per sciogliere il Paese verso una più razionale capacità di gestire il proprio futuro. La programmazione voluta dal trio Fanfani-Lombardi-La Malfa è il quadro d’intorno che trasforma il governo da gestore degli interessi del capitale in regolatore e disegnatore di un futuro regolato. I tre capisaldi della politica delle riforme di struttura sono: la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la fiscalità sui redditi azionari, la riforma urbanistica. Furono questi tre elementi che scatenarono le reazioni più estreme e preoccupate dei potentati economici, che boicottarono sordamente ed esplicitamente, che additarono alla sovietizzazione del paese, che non si trattennero dal distruggere fisicamente e moralmente quelli che consideravano i loro nemici.

La nazionalizzazione dell’energia elettrica portava alla fine del monopolio privato di quella che rappresentava la maggior fonte di energia per le attività produttive e sociali del paese; lo sgarbo fatto “alla proprietà privata” fu certo alla base della fuga dei capitali, vizio che se non è mai cessato era allora un reato non solo fiscale.

La “cedolare secca” o la “cedolare d’acconto” intaccava l’anonimato dei patrimoni azionari chiamando quei redditi finanziari a contribuire alla fiscalità del paese.

I privilegi castali dei potenti erano quindi colpiti nel loro intimo, facendo temere il peggio alle forze più conservatrici.

La riforma urbanistica, poi, è quella che più di ogni altra porta all’estremo lo scontro nel paese; lo scontro tra la speculazione e il governo raionale delle risorse in primis quelle del territorio.

Prende l’avvio - riprendo da Guido Crainz- nel nome della “congiuntura” un’offensiva decisa, se non brutale delle forze e dei settori più conservatori, guidati dal governatore della Banca d’Italia Guido Carli e dal ministro del Tesoro Emilio Colombo, che sconfigge ed emargina i sostenitori di una politica riformatrice (in primo luogo Antonio Giolitti e Riccardo Lombardi). L’offensiva pur condotta in nome del ritorno all’ordine si sviluppava in aperto dispregio delle regole istituzionali. Una lettera di Colombo al capo del governo Moro evocava il “pericolo mortale” che rischiava di correre non solo l’economia ma la stessa democrazia ove si insistesse in una politica dogmatica di riforme di struttura. La lettera appare sul Messaggero ma rimaneva sconosciuta al parlamento ed allo stesso governo, la componente socialista appare con sconcertante evidenza impotente.

La sconfitta di quel periodo di vero riformismo pesa ancora sull’assetto del nostro paese. Le responsabilità del PCI che non seppe cogliere la straordinaria fecondità di quell’esperienza sono ancora sotto i nostri occhi. La reazione della destra è ancora oggi livida come allora; si iniziò da quella sconfitta del riformismo la china della ribellione del ’68, la strategia della tensione, il gollismo, il disegno di Gelli, l’egemonismo di Berlusconi.

La riforma urbanistica

E’ su questa riforma che voglio accentrare la mia attenzione perché la storia che sto per riproporre è paradigmatica dello svilupparsi della lotta di classe e vede attore, un eroe schivo e fermo come il democristiano Fiorentino Sullo.

La legge urbanistica del 1942, era una buona legge per l’epoca in cui fu scritta, ma abbondantemente superata dall’inurbamento connesso con il miracolo economico, con la trasmigrazione in massa delle popolazioni da contadine a cittadine, movimenti di massa che creavano tensioni nella domanda di alloggi e scatenavano le forze della speculazione edilizia. La rendita di posizione di un terreno che da agricolo diventa edificabile fa esplodere i valori commerciali dei terreni che diventano la componente più costosa dell’abitazione. La costruzione di una casa non rappresenta la soddisfazione di un bisogno sociale ma diventa il modo di realizzare la rendita fondiaria, la rendita ricardiana, la rendita da penuria di risorse: un utile non lavorato, non prodotto dall’opera umana ma un utile sottratto a chi ha faticato per mettere da parte i suoi risparmi. Un’economia di rapina o come dicono gli anglosassoni un income by appropriation.

La fame di case violenta il territorio, la crescita selvaggia mette in crisi tutte le infrastrutture. Si dona un terreno in periferia ad un convento o ad un ospedale, si spinge poi la struttura pubblica a dotare di infrastrutture tutta l’area che va fino al convento o all’ospedale e si guadagna sulla trasformazione da agricoli in edificabili tutti quei terreni che nel frattempo si è avuto cura di acquistare a prezzo agricolo.

Occorre mettere ordine e pensare ad una nuova legge urbanistica che vede la luce durante il quarto governo Fanfani che ottiene la fiducia grazie all’astensione dei socialisti per dar via all’esperienza del centro-sinistra. Ministro dei lavori pubblici è il democristiano Fiorentino Sullo che istituisce una commissione composta da urbanisti (Astengo, Picconato, Samonà), giuristi (Benvenuti, Massimo Severo Giannini) sociologi e geografi (Ardirò e Compagna). Il lavoro che ne esce è innovativo e in un certo senso rivoluzionario: il governo del territorio parte dalla programmazione economica ed ai suoi obiettivi prefissati e si articola in piani regionali, comprensoriali, comunali e particolareggiati; tutti in ordine gerarchico nel rispetto della volontà ordinatoria della pubblica amministrazione. Il punto focale è costituito dal fatto che il comune promuove l’espropriazione di tutte le aree inedificate e delle aree già utilizzate per costruzioni, se l’utilizzazione in atto sia sensibilmente difforme rispetto a quella prevista dal piano particolareggiato, nonché delle aree che successivamente all’approvazione del piano particolareggiato vengano a rendersi edificabili per qualsiasi causa. Acquisite le aree il comune provvede alle opere di urbanizzazione primaria e cede, con il mezzo dell’asta pubblica, il diritto di superficie (per 99 anni) sulle aree destinate ad edilizia residenziale, che restano di proprietà del comune. A< base d’asta viene assunto un prezzo pari all’indennità di esproprio maggiorata dal costo delle opere di urbanizzazione e di una quota delle spese generali. L’indennità di espropriazione è determinata in funzione del tipo dei terreni: prezzo agricolo per i terreni non edificati, prezzo dei terreni viciniori di nuova urbanizzazione per quelli già aventi destinazione urbana prima dell’approvazione del piano, valore di mercato della costruzione per i terreni edificati.

Nel libro di Fiorentino Sullo “Lo scandalo urbanistico” Vallecchi 1964, si legge “La legge non vuole affidarsi ad un colpo di maggioranza parlamentare, ma alla coscienza di una classe dirigente che si rende conto che interessi privati o individuali, portati al limite, non debbono pesare sullo sviluppo del Paese, né pretendere l’arricchimento gratuito che deriva da un processo di sviluppo in cui i proprietari di aree interessati non hanno più meriti di quanto ne hanno altri italiani” Sembra un richiamo all’art. 1 della Costituzione che decreta essere l’Italia una repubblica democratica fondata sul lavoro e non sulla speculazione, sulla rendita, sul reddito non lavorato, sullo scudo fiscale, sulla rendita finanziaria etc.

Continua il libro di Sullo “Si vuole che l’insediamento umano costi di meno (l’urbanistica oggetto dell’economia) e renda di più per la vita dell’uomo e per la sua civiltà (l’urbanistica come finalizzazione dell’economia).

Per la prima volta venne messa così in discussione l’appropriazione privata della rendita fondiaria (in quanto il prezzo di esproprio viene correlato al valore delle aree di due anni prima dell’approvazione del piano) e venne legislativamente affermata la necessità di controllare la riproduzione della rendita stessa nel tempo mantenendo alla collettività il controllo delle aree urbanizzate cedute ai privati per l’edificazione.

I pareri tecnici

Nel suo libro “sullo e i terreni fabbricabili” Francesco Forte, noto economista, esprime un giudizio molto favorevole considerando quella proposta come un atto di grande importanza nella nuova politica di programmazione democratica. “Vogliamo sottolineare il significato di questo schema così arditamente innovativo. Esso mira a togliere dall’edilizia pubblica e privata, residenziale ed industriale, i pesanti intralci e le irrazionali remore derivanti dall’attuale situazione nel campo delle aree fabbricabili. Esso mira in particolare ad aiutare la piccola proprietà edilizia, a carattere economico e popolare… Attacca senza pietà gli eccessi e le incongruenze della proprietà (e dell’accaparramento) privata di aree fabbricabili; ma non muove un assalto al principio di proprietà di iniziativa economica. Fra il monopolio, la rendita e la speculazione sulle arre da un lato e la produzione di case, di fabbriche, di scuole dall’altro, il progetto Sullo sceglie decisamente questo secondo lato”.

Al ministro fu conferito il premio nazionale IN/ARCH; l’assemblea dei soci dell’Istituto Nazionale di Urbanistica tenutasi a Cagliari nell’ottobre del 1963, rivolse un appello ai partiti del centro-sinistra giudicando indispensabile ed inderogabile l’approvazione di una nuova legge urbanistica sui criteri contenuti nella proposta di legge formulata dal ministro Sullo.

Il CNEL espresse parere sostanzialmente positivo indicando tuttavia mezzi diversi dall’uso del diritto di superficie su cui aveva dubbi di legittimità ed proponendo come prezzo di esproprio il prezzo di mercato precedente la data della legge stessa.

La violenta campagna di stampa

Il fronte che si opponeva alla proposta Sullo era capeggiata dalla Confindustria, dall’alta finanza milanese, dal partito liberale, da larga parte della Democrazia cristiana; gli organi di stamp che si scatenarono furono Il Tempo di Roma, Il Sole 24 ore di Milano, Il Roma di Napoli, e soprattutto Il Borghese; sull’altro fronte, favorevole cioè alla proposta Sullo L’Espresso. Qualche florilegio tratto dai giornali:

Il Roma scrisse “Il 28 aprile gli elettori che voteranno per i partiti del centro-sinistra, che voteranno per la Democrazia cristiana e i suoi alleati, voteranno anche la legge Sullo. Rinunzieranno cioè alla casa, rinunzieranno alla casa cui tutti aspirano, a quella che già possiedono e praticamente al diritto di lasciare la casa ai figli e ai figli dei loro figli”.

Il Tempo con il giornalista V. Zincone così si esprimeva “Il progetto del ministro del LL.PP F. Sullo riduce il diritto dei privati ad un temporaneo uso del suolo simile a quello vigente per i loculi del cimitero”.

Dalla Romagna un cittadino si lagnava perché la legge urbanistica gli avrebbe confiscato un ettaro di terreno sul quale aveva sperato di costruire la dote delle figliole! Si cerca cioè di coinvolgere i poveracci a difendere le prepotenze degli speculatori che tuttavia non stanno molto defilati ma portano avanti le loro pretese e i loro interessi gridando al comunismo. E. Zevi si domanda “Il centro-sinistra è veramente, come Malagodi (PLI) e Michelini (MSI) proclamano ogni giorno, l’anticamera del comunismo? A leggere il progetto di riforma redatto alcuni mesi fa da una commissione composta dai migliori urbanisti, non si trova niente di tutto questo. Il principio ispiratore del progetto parte dalla constatazione di comune buon senso, che l’esperienza di quanto è avvenuto negli ultimi quindici anni ha messo oramai sotto gli occhi di tutti: la rapidissima espansione delle città sta creando immensi spostamenti di valore e di arricchimenti enormi a favore di alcuni abili speculatori di aree fabbricabili.

Fu Il Borghese, ispiratore del Vittorio Feltri che nel 2009 distruggerà l’onorabilità di Dino Boffo, a iniziare una campagna subdola e denigratoria contro la persona di Fiorentino Sullo, accusato di omosessualità. La battuta? Un ragazzino si rivolge a Fiorentino Sullo chiamandolo “onorevole, ministro” ed il ministro risponde “Lascia perdere tutti quei titoli, chiamami semplicemente Sullo, o se preferisci Sulletto”.

Il governo scarica Sullo

Il governo che il 14 luglio del 1962 aveva comunicato di “condividere in linea di massima i criteri informatori della nuova disciplina urbanistica” prende progressivamente le distanze fino ad una palese sconfessione del ministro. Nel governo ponte che segue le elezioni e che doveva preparare l’entrata al governo dei socialisti, Sullo resta ministro del LL.PP. ma la sua proposta viene insabbiata. Gli succedette come ministro il socialista Pieraccini che annacqua la proposta originaria, abolisce il diritto di superficie ed esonera dall’esproprio le aree interessate da progetti presentati prima del 12 dicembre 1963. La proposta Pieraccini cade  insieme al governo; in tutta Italia vengono rilasciate una valanga di licenze edilizie.

Il blocco edilizio ha vinto, quel blocco sociale ed economico, cioè, nel quale si aggregano attorno alla grande proprietà immobiliare e del capitale imprenditoriale e finanziario i piccoli proprietari di suoli e di case o aspiranti tali, artigiani e lavoratori legati alla produzione edilizia.

Scrive A.Kogan nella sua Storia politica dell’Italia repubblicana Laterza 1977 “La reazione dei proprietari di immobili fu sufficiente a far cadere il ministro del Lavori Pubblici Fiorentino Sullo, un democristiano di sinistra. I suoi avversari lo accusarono a torto di voler nazionalizzare tutte le proprietà immobiliari italiane, ma era indiscusso che una caduta dei prezzi delle aree per nuove costruzioni avrebbe portato ad una diminuzione dei prezzi di tutti  i terreni”.

Biografia: N.Lanzetta         Fiorentino Sullo: una biografia politica

F.Forte               Sullo e i terreni fabbricabili

F.Sullo               Lo scandalo urbanistico

V.Zincone          Intervista al ministro Sullo

B.Zevi                Chi si prende le nostre case

A.Kogan            Storia politica dell’Italia repubblicana

G. Crainz           Il paese mancato

Verso il convegno sul lavoro 4 La produttività

Cominciamo con i dati dell’Ocse (www.oecd.org) esaminando la Tabella 12 Percentuali di variazione della produttività per l’economia totale dal 1981 al 2010.

 

 

 

92

93

94

95

96

97

98

99

0

1

2

3

4

5

6

7

8

9

10

 

 

 

 

 

France

 

2,1   

1,8 

0,5 

2,0 

1,3 

0,7 

1,7 

2,0 

1,1 

1,3 

0,0 

0,5 

1,0 

2,1 

1,4 

1,4 

0,7 

0,3 

0,3 

1,4 

Germany

 

1,7   

3,4 

0,5 

2,8 

1,7 

1,3 

2,0 

0,6 

0,5 

1,5 

0,9 

0,6 

0,7 

0,3 

1,0 

2,5 

0,9 

0,1 

0,0 

1,4 

Italy

 

1,7   

1,4 

1,8 

4,0 

3,1 

0,4 

1,6 

0,3 

0,3 

1,9 

-0,3 

-1,2 

-1,4 

0,9 

0,1 

-0,1 

0,2 

-1,0 

-0,6 

0,7 

United States

1,3   

3,3 

0,7 

1,0 

0,2 

1,8 

2,1 

1,9 

2,4 

1,9 

0,9 

2,8 

2,5 

2,6 

1,3 

1,0 

1,1 

1,6 

0,0 

1,1 

Euro area

 

1,9   

2,1 

0,9 

2,9 

1,8 

0,9 

1,9 

0,9 

0,9 

1,5 

0,3 

0,2 

0,4 

0,9 

0,7 

1,4 

0,8 

0,0 

0,2 

1,2 

realizziamo visivamente che continuiamo a perdere posizioni, a perdere competitività, concorrenzialità, opportunità di esportare, capacità di affermarci nella divisione internazionale del lavoro.

E’ pacifico che occorre una svolta e questa svolta non può essere lasciata in mano ai capitalisti nostrani ma deve essere il mondo del lavoro che se ne fa carico. La produttività come vessillo delle forze del lavoro, dei sindacati, della sinistra.

Riporto quindi con qualche variazione, per questi materiali di lavoro Verso il convegno due miei articoli; uno relativo alle grandi imprese, l’altro relativo alle piccole imprese.

  1. Detassare gli utili reinvestiti


La detassazione degli utili reinvestiti è una richiesta che viene da Confindustria e che prima o poi sarà all’ordine del giorno dell’agenda politica. Partiamo dalla consapevolezza che la cosiddetta detassazione degli utili reinvestiti fatta con il decreto anti-crisi da Tremonti tutto è tranne ciò che dice di essere. Non vengono detassati gli utili reinvestiti ma si dà un bonus fiscale a chi investe in certe tipologie di macchinari. Anche un’azienda in perdita può godere di questa agevolazione, anche chi per fare gli investimenti ricorre al credito bancario, anziché accedere all’autofinanziamento, può godere di questa agevolazione. Inoltre detta agevolazione dura solo cinque anni non diventando uno strumento strutturale del nostro sistema economico. Sia detto poi che investire quando la domanda latita e i magazzini sono stracolmi è un’ipotesi remota.

L’insufficienza di questo provvedimento ne richiede un altro, più meritocratico, più sistematico, più incisivo.

Ora detassare gli utili reinvestiti (parliamo solo di IRES e non di IRAP che deve finanziare il sistema sanitario) è un grosso incentivo a mantenere nella circolazione produttiva i capitali che altrimenti avrebbero la tentazione di prendere altre strade.

La detassazione va vista non come un regalo alle imprese ma come un investimento della collettività nelle imprese produttive. Quel 27,5% che il fisco rinuncerebbe a riscuotere sugli utili aziendali, rientrano nell’impresa sotto forma di investimento della collettività nella produzione.

Stiamo seguendo la linea di Shigeto Tsuru che impostava una strategia in cui il “surplus prodotto, che è un flusso, va gradatamente trasformato da profitto capitalistico in un fondo soggetto al controllo sociale”(Storia del Marxismo. Il marxismo oggi pagina Volume 4 pag. 612. Einaudi editore). Ma stiamo anche pensando alla gradualità del Piano Meidner del “ Capitalismo senza padrone”.

Se allora la detassazione non è un regalo ma un investimento, l’investitore, in questo caso la collettività, potrà decidere sul come investire il flusso di nuovo capitale apportato.

Come anche prevede il codice civile Sezione XI, il nuovo capitale apportato viene “destinato ad uno specifico affare” e questo “affare” è lo sviluppo dell’innovazione e delle procedure tecniche e di relazioni industriali finalizzate all’incremento della produttività”. Praticamente quei fondi sono destinati a migliorare la produttività (attenzione non solo del lavoro, ma di tutti i fattori produttivi) nazionale oggi agli ultimi posti nella classifica dei paesi industrializzati.

  1. La partecipazione alla gestione del fondo speciale.


Questo fondo speciale, rifinanziato ogni anno con le imposte risparmiate sui nuovi utili reinvestiti, sarebbe gestito da un organo amministrativo di cui fanno parte anche i dipendenti dell’azienda, creando così un organismo partecipativo decisamente nuovo (se non teniamo conto dei consigli gramsciani).

L’uso di questi fondi serve per studiare nuove forme tecnologiche di produzione, nuovi rapporti funzionali all’interno del ciclio produttivo, nuovi investimenti da effettuare in campo produttivo. Le determinazioni di questo organismo potrebbero generare una dialettica positiva con la governance tradizionale dell’impresa.

Tale fondo potrebbe essere anche titolare della proprietà intellettuale delle eventuali invenzioni o brevetti realizzati, costituendo un’altra fonte di alimentazione del fondo stesso.

In questo scenario si inserisce funzionalmente la contrattazione di secondo livello che lega i livelli salariali ai livelli di miglioramento della produttività raggiunti.

Non è chi non veda che in questo modo il prodotto della produttività invece di essere appropriato al 100% dal capitale come è stato nel passato andrebbe a incidere sulla distribuzione del reddito tra le classi sociali.

Non è chi non veda come una maggior produttività si trasforma in maggior competitività e quindi in un allargamento della base produttiva e in un incremento delle opportunità di lavoro.

Stiamo ripercorrendo le finalità del protocollo Ciampi del 1993, che è risultato un fallimento politico. La moderazione salariale che doveva permettere maggiori profitti da destinare all’incremento della produttività, è servita invece ad incrementare profitti che sono usciti dalla circolazione produttiva alimentando la bolla speculativa e deprimendo la domanda interna. I meccanismi proposti in questa sede non lasciano alla buona volontà del capitale la scelta se investire in produttività o in utili speculativi, ma introduce una riforma di struttura che incardina nel sistema quella discrezionalità prevista dal protocollo del 1993.

Per quel  che riguarda invece le piccole imprese la nostra proposta segue le seguenti linee.

Una politica per le piccole imprese individuiamo i punti deboli ed i punti forti delle piccole imprese per poter impostare un progetto strategico per uscire dalla crisi.

Punti deboli:

  • Le piccole imprese non conoscono la dualità imprenditore/capitalista. Il buon imprenditore che individua il prodotto giusto, combina in modo ottimale i fattori della produzione; riesce a trovare nuovi mercati di sbocco, non corrisponde necessariamente ad un buon capitalista.
  • Le piccole imprese, infatti, di norma sono cronicamente sottocapitalizzate; il capitale proprio nominale è sempre al minimo livello e molto spesso non è mai stato effettivamente versato. Gli investimenti che necessitano di denaro a lungo termine sono finanziati con il denaro a breve delle banche; alla prima stretta creditizia la delicata situazione finanziaria entra in crisi irresistibile; si rifiuta pregiudizialmente di allargare il confine familistico dell’azienda, non si vogliono capitali di terzi per una gelosa contrarietà all’ingerenza esterna.
  • La dimensione dell’impresa poi proibisce, nella maggioranza dei casi, una politica di innovazione di prodotto e/o di processo;  gli investimenti in ricerca e sviluppo tendono a zero (e chi li fa subisce la beffa del click day per il credito d’imposta).
  • In numerosissimi casi le piccole imprese operano nell’indotto di imprese più grandi, spesso in distretti monoprodotto. La crisi dell’azienda leader comporta una crisi a macchia d’olio di molte imprese dell’indotto, senza grosse capacità di queste a trovare alternative.

       Punti forti:

  • La piccola dimensione permette un’agilità ed una flessibilità che ha creato il mito del “piccolo è bello”.
  • Il rapporto con le maestranze è spesso solidale (anche se paternalistico) e di buona collaborazione. (Spesso il padroncino è un ex operaio che si è messo in proprio).
  • La dedizione all’impresa è fortissima. L’impegno di lavoro è altissimo e contagioso anche nei confronti dei dipendenti.

Dall’esame dei punti deboli e forti ne consegue, almeno a mio giudizio, la seguente diagnosi: i punti di forza concorrenziali oltre a basarsi sulla genialità dell’imprenditore (ma solo per certe produzioni autonome non certo per le imprese dell’indotto) si riversano necessariamente sul costo della mano d’opera. Voler competere oggi basandosi sul costo della mano d’opera è folle.

Necessariamente l’imprenditore se la prende con i sindacati, con la burocrazia, con le tasse. Sono indubbiamente elementi che potrebbero essere migliorati, ma non sarebbero solutivi. E’ chiaro poi che alle prime difficoltà, che si evidenziano immediatamente a livello di cassa, si cerchino rimedi laddove si trovano meno ostacoli: non si paga l’iva (non per evadere ma per finanziarsi), non si pagano i contributi, si ricorre al lavoro nero, agli extracomunitari, si vede nell’abolizione dell’Irap più che una soluzione uno scarico di responsabilità.

Sbaglia Franceschini a chiedere scusa ai piccoli imprenditori, talora la pietas è peggio della trasparente consapevolezza dei limiti congeniti alla struttura imprenditoriale.

E’ con questa consapevolezza che giudico positivamente il piano proposto dalla CONFAPI  che prevede:

Costituzione di un fondo a capitale pubblico/privato finalizzato alla costituzione della T-Holding
Costituzione della T-Holding dove pervengono i fondi del punto precedente e  i conferimenti di azienda dei piccoli capitalisti.
Le banche stipulano una apposita convenzione con la suddetta T-Holding con garanzia statale delle linee di credito
La T-Holding gode dei bonuses fiscali per le aggregazioni.

Da socialisti, dovremmo poter inserire in questo progetto: la garanzia del posto di lavoro dei dipendenti delle imprese conferite; la garanzia della continuità del TFR, la sperimentazione di forme partecipative alla gestione e alla proprietà della T-Holding.

Si potrebbe ad esempio concordare che il premio di produttività viene pagato con quote azionarie della T-Holding e prevedendo una presenza dei rappresentanti dei lavoratori nel consiglio di amministrazione della stessa. 

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