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La Sinistra Socialista
e la Lega dei Socialisti

IL DIBATTITO e le  CONCLUSIONI
del COMITATO DIRETTIVO
di
SocialismoeSinistra
del 30/7/2010

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PostHeaderIcon Verso il convegno sul lavoro (2) La disuguaglianza


Premessa
Se essere riformisti significa voler le riforme, logica vorrebbe che ci chiarissimo quali riforme voliamo. Le riforme che vuole la destra le conosciamo, noi a sinistra corriamo il pericolo di rincorrere, come succede da 15 anni a questa parte, la destra senza avanzare un percorso, un’agenda nostra. Gramsci chiamava questa capacità di scrivere l’agenda, di indicare i valori, di convincere ed ottenere consenso egemonia,  ed indicava negli intellettuali (il partito come intellettuale collettivo) i costruttori dell’egemonia.

Oggi i costruttori di egemonia sono gli opinion leaders, gli obiettivi ed i valori li indicano i sondaggi di opinione, gli intellettuali anziché formare inseguono (talora cavalcano) la pancia del Paese, non ci si scandalizza di avere al governo la stessa gente che in quel filmato di Anno zero da un paese vicino a Brescia ha raggiunto un livello di barbarie, di razzismo, di intolleranza che fa rizzare i capelli a chi abbia ancora un minimo di pudore. Fa impressione che la violenza sia quella di Tartaglia contro Berlusconi e nessuno, dico nessuno, ricordi la violenza premeditata, pregna di odio, finalizzata a distruggere l’avversario, fondata su dati falsi, fatta da persona non squilibrata ma lucidamente pensata ed attuata, di destra fatta da Feltri contro Dino Boffo. Violenza mille volte peggio di quella dello squilibrato Tartaglia. Ma quante volte è passata in video la prima violenza e quante volte la seconda? Feltri invece di essere espulso dall’ordine dei giornalisti è ancora invitato ai talk shows.

Riprendiamo la ricerca dell’egemonia, questo mi sembra l’intervento di Franco all’assemblea nazionale di SeL: rivendichiamo i nostri valori, non omologhiamoci al sentire comune oggi prevalente, ma forti delle nostre ragioni, facciamo politica, facciamo cultura, diventiamo egemoni. Se non ci rassegniamo a morire tutti liberisti, individuiamo le nostre riforme. Poi da riformisti ci confronteremo con la fattibilità delle nostre proposte rifuggendo da massimalismi anti-pragmatici, ma avendo la barra ferma di dove vogliamo andare senza farci distrarre dalle rotte altrui.

 Cambiamo anche i termini, gli indici, gli strumenti del capitalismo, modifichiamo mentalità per modificare il modello di sviluppo, ma soprattutto usciamo dal vago ed elenchiamo le riforme che vogliamo e, proposta centrale di questo mio intervento QUANTIFICHIAMO le riforme. 

Quali riforme

Oggi la necessità delle riforme è all’ordine del giorno, ma se facessimo un sondaggio di opinioni, credo troveremmo al primo posto la riforma dell’esecutivo che vuol dire presidenzialismo, premier eletto dal popolo, immunità per il premier, riforma della giustizia; in seconda battuta troveremmo la fine del bicameralismo puro, la riforma degli organi di garanzia costituzionali, il nuovo ruolo del Presidente della Repubblica. Insomma l’egemonia della destra si concretizza nel mettere queste riforme (ovvero il piano Gelli) all’ordine del giorno.

Giustamente Bersani dice parliamo di questo ma anche di riforme sociali.

Noi di sinistra, materialisti di formazione anteponiamo le riforme di struttura, alle riforme di sovrastruttura, da riformisti accettiamo di parlare contestualmente delle due tipologie di riforma, ma poniamo come irrinunciabile ragionare sul modello di sviluppo.

La politica è la fissazione di un obiettivo, e la conseguente elaborazione di interventi congrui con l’obiettivo posto. La scrittura di questa funzione obiettivo, l’elaborazione delle equazioni che sottostanno alla funzione obiettivo, la quantificazione delle variabili dipendenti, l’intervento su dette variabili per rendere raggiungibile la massimizzazione della funzione obiettivo sono a mio parere gli strumenti che noi abbiamo per recuperare egemonia nel discorso politico; uscire dal vago e dall’indeterminato, ma elencare obiettivi, strumenti quantificati.

Anche ai fini comunicativi dovremmo abbandonare l’egemonia culturale degli indici oggi prevalenti e iniziare un linguaggio nuovo anche tra di noi.

Quando ci parlano di deficit chiediamo che ci parlino anche e soprattutto di avanzo (o disavanzo) primario; quando ci parlano di disoccupazione chiediamo che ci parlino anche e soprattutto di monte ore lavorate, quando ci parlano di ripresa chiediamo che ci parlino anche e soprattutto di produttività.

Si dice che è necessario superare l’indice del PIL come misura sovrana e totalizzante del nostro ragionamento. Nel mio articolo “Maneggiare con cura” dimostrai la falsità del fatto che il nostro PIL avesse superato quello della Gran Bretagna, ma indicavo indici alternativi al PIL o che almeno dicessero qualcosa in più su come il PIL fosse distribuito utilizzando la curva  gaussiana.

Oggi voglio introdurre l’indice di concentrazione del reddito o indice di Gini (Corrado Gini) e la conseguente curva Lorenz. Questo indice è sintetico ma ci permette di approfondirlo nelle sue implicazioni causali e temporali per permetterci, come diceva Luigi Einaudi di “Conoscere per decidere”. Quindi quando ci parlano di PIL chiediamo di parlarci anche e soprattutto di indice Gini.

 

L’indice di Corrado Gini, obiettivo livello 0,289

(Per questo intervento mi sono avvalso del lavoro di Maurizio Branzini e Michele Raitano su www.nens.it e sul bollettino Istat Distribuzione del reddito e condizioni di vita in Italia (2005-2007).

 

Come costruire l’indice Gini

La popolazione familiare è ordinata in senso crescente di reddito e divisa in raggruppamenti di 10 parti (decili) oppure di cinque parti (quinti) o anche di 20 parti (quintili).

Si avrà allora per ogni raggruppamento qual è la percentuale di reddito (vedremo poi “quale reddito”)   posseduto dalla percentuale di popolazione; ad esempio nel 2005

 

ANNO 2005

 

 

 

 

QUINTI

Xi

Xi cum

reddito

redd cum

0

0,0%

0,0%

0,0%

0,0%

1

20,0%

20,0%

7,0%

7,0%

2

20,0%

40,0%

12,8%

19,8%

3

20,0%

60,0%

17,3%

37,1%

4

20,0%

80,0%

23,0%

60,1%

5

20,0%

100,0%

39,9%

100,0%

 

Che si legge per esempio al rigo 3 che il 60% della popolazione possedeva il 37,1% del reddito, mentre l’80% della popolazione possedeva il 60,1% del reddito.

Se il reddito fosse distribuito equamente la scala redd. cum. dovrebbe essere uguale alla scala Xi cum. Se fosse fortemente disequalitario la scala redd. cum. sarebbe 0% nei righi da 0 a 4 e sarebbe 100% al rigo 5.

Si può visualizzare questa situazione con l’elaborazione della curva Lorenz:

 

 

 

L’area compresa tra la distribuzione egualitaria e quella effettiva rappresenta l’area della disuguaglianza che  misurata in percentuale rispetto a 100 (rappresentato da tutta l’area sottesa dalla linea egualitaria)   da l’indice di Gini. In tal caso, anno 2005 l’indice Gini è pari a ,0304.

 

Il significato dell’indice Gini.

Dalla costruzione dell’indice Gini deduciamo che l’indice va da 0 (nel caso di distribuzione egualitaria ovvero area effettiva = area egualitaria) a 1 (ovvero una sola famiglia possiede tutto il reddito). E’ ovvio che la situazione reale sarà una situazione intermedia, non avendo alcun elemento, tuttavia, per dire quale sarebbe la distribuzione ottimale. Nessuno ritiene che sia equa una situazione egualitaria (negherebbe ogni considerazione al merito) mentre ci ripugna la situazione opposta. Si aggiunga che non è rilevabile alcuna correlazione significativa tra distribuzione del reddito e produzione dello stesso: non è detto che una maggior eguaglianza porti ad una maggior redditività, ma non è neppure provato che (come sostengono i liberisti) una maggior disuguaglianza permetta maggiori investimenti (e quindi maggiori redditi) da parte dei più ricchi. Avventurarsi in questo terreno è piuttosto ardito.

La considerazione sul merito sarà svolta più avanti, per ora ci sarà più facile fare comparazioni sincroniche e diacroniche tra nazioni o gruppi di nazioni abbastanza omogenee. Noteremo allora differenze significative che possono dirci qualcosa in più su questo indice.

Creiamo allora i seguenti 4 gruppi di nazioni: Usa-Gran Bretagna, Francia-Germania, Danimarca-Finlandia-Paesi Bassi-Norvegia-Svezia ed infine Italia. Gruppi che chiameremo Anglo, Euro, Nordico e Italia.

 

I confronti internazionali

 

Vediamo allora l’indice Gini nell’anno 2000, in questi quattro gruppi in ordine decrescente, ovvero dal meno egualitario al più egualitario:

 

 

Gini 2000

Anglo

0,3515

Italia

0,3290

Euro

0,2675

Nordico

0,2256

 

Non a caso abbiamo formato questi gruppi di paesi, abbiamo pensato infatti alla coppia Reagan-Tatcher, alle economie del centro Europa ed ai Paesi socialdemocratici (che tali rimangono anche se al governo vanno i liberali) per vedere il nostro paese a quale modello si avvicina di più.

 

Possiamo allora confrontare gli indici Gini per gli stessi gruppi nel 1979 e nel 2000 (già riportato sopra) per vedere l’effetto causato in questi cruciali anni di fine secolo.

 

 

Gini 2000

Gini 1979

delta

Anglo

0,3515

0,2675

131,40%

Italia

0,3290

0,2980

110,40%

Euro

0,2675

0,2595

103,08%

Nordico

0,2256

0,2098

107,53%

 

La situazione ha subito uno spostamento anti-egualitario in tutti i raggruppamenti ma in modo enorme nel gruppo anglosassone (modello Reagan-Tatcher) e molto sostenuto in Italia. Molto meno rilevante nel gruppo Euro dove addirittura la Francia vede una diminuzione dell’indice tra il 1979 e il 2000 (si registra una diminuzione anche in Danimarca e Paesi bassi).

 

La mala-distribuzione cui abbiamo fatto cenno in molte delle nostre analisi ritorna qui evidenziata dai numeri.

E’ qui importante sottolineare che l’aggravarsi della situazione corrisponda ad un periodo, verso la fine degli anni ’90, di “creazione di posti di lavoro senza crescita”. Ovvero succede che in quel periodo si creano molti posti di lavoro ma a parità di monte ore lavorate, vale a dire più occupati per lo stesso lavoro quindi ciascun lavoratore produce e percepisce un reddito proporzionalmente inferiore, accrescendo perciò le fasce basse dei quinti su cui calcolare l’indice Gini. E’ questo il risultato, una specie di “lavorate meno, lavorate tutti”, che consegue alla piena diffusione dei contratti atipici di lavoro, il frutto della flessibilità e della precarietà. Va da sé che se il PIL rimane uguale ed aumentano gli occupati (anche se a tempo parziale o a termine) la produttività non ne beneficia affatto. In quegli anni infatti essa rimane maglia nera del panorama economico mondiale.

 

Un flash sulla componente territoriale italiana

Solo come informazione che non approfondiamo possiamo indicare l’indice Gini per macroarea geografica in Italia nell’anno 2004

 

nord ovest

0,3160

nord est

0,2980

centro

0,2830

lazio

0,3370

sud

0,3210

isole

0,3540

 

Rileviamo quindi che la macroarea più egualitaria è il centro Italia (Lazio escluso) mentre la meno egualitaria sono le isole, seguite dal Lazio. Le altre aree, tuttavia, sono molto meno egualitarie di quelle euro e di quelle nordiche, inferiori solo all’anglo.

 

Le politiche redistributive

I redditi ai quali si è fatto finora riferimento sono i redditi disponibili, costituiti cioè da un primo livello derivante dai redditi da lavoro, cui si aggiungono le retribuzioni di altri membri del nucleo familiare e le altre fonti di reddito determinando così il reddito di mercato dei nuclei familiari.

Va rilevato che in Italia la quota di reddito nazionale che si ottiene attraverso il lavoro è la più bassa tra i paesi nostri concorrenti, la forte diminuzione dei redditi da lavoro dipende in larga misura dall’evoluzione del salario reale che, secondo le stime dell’OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) a parità di potere d’acquisto fa riscontrare una diminuzione del 16% tra il 1988 e il 2006

Tornando al reddito di mercato delle famiglie occorre considerare l’entrata in funzione dell’attività redistributiva dei welfare state, imperniata sul prelievo fiscale e sull’erogazione di trasferimenti alle famiglie arrivando così ai redditi disponibili.

Mettendo a confronto le distribuzioni dei redditi di mercato con quelli disponibili si può, per differenza rilevare l’efficacia delle politiche redistributive attuate dalle politiche nazionali di welfare.

Confrontando l’effetto dell’intensità delle politiche redistributive per i gruppi di paesi sopra identificati nei due anni 1979 e 2000, potremo chiarirci meglio le idee: meglio conoscere per meglio decidere.

 

 

welf 2000

welf 1979

delta

Anglo

0,0910

0,0760

119,74%

Italia

0,0370

0,0400

92,50%

Euro

0,1105

0,0725

152,41%

Nordico

0,2812

0,2502

112,39%

 

Le politiche redistributive sono state estremamente efficaci in Euro (in particolare in Germania), apprezzabili in Anglo e Nordico ma addirittura regressive in Italia.

Con tutti i limiti che queste rilevazioni possono avere non si può che trarre un giudizio univoco sull’andamento degli indici rilevati.

Parlavamo in uno dei paragrafi precedenti, del fattore “merito”, certamente dicevamo siamo lontani da un’idea di una uguaglianza dei punti di arrivo dove tutti, qualsiasi sia il contributo loro personale e responsabile alla comunità, hanno un reddito uguale (a ciascuno secondo i propri bisogni), mentre ci è più vicina l’idea di un reddito che partendo dagli stessi “punti di partenza” riconosca il merito di chi più contribuisce rispetto a chi meno contribuisce.

Siamo entrati in un campo di filosofia economica che non può mai dimenticare la determinatezza e la precisione con cui Luigi Einaudi ha teorizzato la pregiudiziale di una politica che premi il merito: ovvero che ogni politica meritocratica deve partire da una eguagliana “dei punti di partenza”. Le pagine scritte da Einaudi (Lezioni di politica sociale edizioni Einaudi 1964 pagg. 231 e seg.) sono indelebili nella nostra memoria.

Si tratta allora di esaminare quella che viene chiamata l’elasticità intergenerazionale dei redditi.

 

La meritocrazia

Con l’analisi dell’elasticità intergenerazionale si cerca di individuare la tendenza delle disuguaglianza a trasferirsi da una generazione all’altra, facendo in modo che il destino dei figli sia in larga misura dipendente da quello dei genitori. Laddove la trasmissione intergenerazionale dei vantaggi è più forte significa che l’assetto dell’eguaglianza dei punti di partenza è disatteso, e che quindi l’effetto meritocratico è fortemente penalizzato. E’ come se in una corsa qualcuno partisse avvantaggiato e qualcun altro partisse con l’handicap. Si distingue così una società fluida rispetto ad una società corporativizzata, scarsamente premiale del merito.

Vediamo allora di esaminare i nostri gruppi di paesi in funzione di questo indice:

 

 

elast.

Anglo

0,4850

Italia

0,5100

Euro

0,3650

Nordico

0,1925

 

I paesi Nordici sono quindi caratterizzati da una forte fluidità mentre il gruppo anglo presenta una forte persistenza intergenerazionale, che diventa enorme per l’Italia.

Si noti come ad una forte persistenza intergenerazionale corrisponda un’alta concentrazione dei redditi ovvero una maggior disuguaglianza, peraltro crescente nel tempo tale da far un crescente “disagio sociale”, una intolleranza ad una società più ingiusta, più corporativa, meno solidale.

 

Poveri e super-ricchi.

Si distinguono due tipi di povertà: quella relativa (ovvero un reddito inferiore al 50 o al 60% del reddito medio) e quella assoluta (ovvero l’insufficienza del reddito a coprire l’accesso ad un paniere di consumi ritenuto essenziale).

Secondo le più recenti rilevazioni dell’Istat nel 2008 le famiglie in povertà relativa erano l’11,3% delle famiglie (2.737.000 famiglie ovvero 8.078.000 persone). Se guardiamo ai dati europei troviamo che il nostro paese occupa una delle peggiori situazioni, superata solo da Polonia, Lituania, Spagna, Irlanda e Grecia.

Per quel che riguarda la povertà assoluta secondo l’Istat nel 2008 erano assolutamente povere 1.126.000 famiglie pari a 2.893.000 persone (4,9% della popolazione).

Sarà interessante rilevare che in Italia la quota di lavoratori dipendenti full-time con salario mensile netto inferiore alla soglia di povertà (fenomeno noto come quello dei working poor) era nel 2004 del 2,6% dei lavoratori a tempo indeterminato e di ben il 14,5% dei lavoratori a tempo determinato.

 

Per quanto riguarda i super-ricchi a partire dal 1993 il fenomeno della crescente concentrazione del reddito tra i super-ricchi ha conosciuto un notevole impulso. In particolare il reddito dello 0,1% più ricco tra il 1993 e il 2004 è cresciuto del 40% e quello dello 0,01% più ricco è cresciuto del 75%. Di notevole interesse è il fatto che il 40% dei redditi compresi nello 0.01% più ricco sia costituito da percettori di lavoro, una percentuale che è più del triplo di quella di un decennio prima.

Da ricordare anche come su questa crescita dei redditi disponibili più alti sia dipesa dalla diminuzione dell’aliquota fiscale marginale: dall’82% vigente negli anni ’70 si è passati a 62% nel 1988 all’attuale 45%.

Val la pena ricordare il compromesso keynesiano per cui il processo di formazione del capitalismo industriale è fondato su un “doppio inganno” ovvero i lavoratori si appropriano di una piccola parte della torta che avevano contribuito a produrre, mentre i capitalisti ricevevano “la miglior parte” con la tacita condizione di non consumarla, ma di destinarla prevalentemente all’accumulazione del capitale. Dopo la crisi del ’29 il processo è invece parso basarsi su una diminuzione delle disuguaglianze che ha stimolato la domanda globale (il secolo breve della socialdemocrazia) Ma dagli anni ’70 le disuguaglianze sono tornate a crescere (reagan-tatcherismo) con l’aggravante che la “miglior parte della torta” ha alimentato prevalentemente la speculazione piuttosto che gli investimenti reali. Qui sta la base della crisi dell’attuale modello capitalistico.

 

Conclusioni statistiche

Le rilevazioni statistiche sono molto condizionate dalle procedure e definizioni degli elementi presi in considerazione, così come sono limitate ai dati rilevabili escludendo quindi i dati non conoscibili.

La coerente applicazione di criteri discrezionali garantisce tuttavia la comparabilità dei dati fornendo di conseguenza una certa attendibilità dei trends. La cosa naturalmente vale a livello nazionale così come vale, a maggior ragione, a livello internazionale. Fortunatamente negli ultimi anni le rilevazioni inatrnazionali si sono standardizzate fornendo sempre maggior credibilità e comparabilità dei dati stessi.

Più problematico invece è l’elemento “sommerso” cioè dei dati di chi sfugge alle rilevazioni statistiche. Per questo mondo sommerso si può tuttavia ragionevolmente presumere che l’occultamento dei dati riguardi le fasce estreme dei più poveri (i lavoratori in nero, sottooccupati, immigrati, marginalizzati) e quella dei più ricchi (gli incalliti evasori clienti degli scudi fiscali). Ciò non può non far concludere che il riconoscere i dati del sommerso peggiorerebbe ulteriormente la misura dell’indice Gini italiano.  

Conclusioni politiche

 

La situazione rilevata per il nostro paese è decisamente deprimente e scoraggiante. Siamo nel peggior solco del Reagan-tatcherismo, in una società corporativa, dove le politiche del welfare sono addirittura regressive.

Un paese soprattutto che non conosce la ricerca dell’einaudiana “eguaglianza dei punti di partenza” e per il quale ogni sforzo meritocratico (tipo la detassazione degli straordinari) ha l’amaro ghigno della beffa.

Una situazione intollerabile, dove è stata addirittura soppressa l’imposta sulle successioni (anche se blandamente reintrodotta da Prodi) che ci introduce ad un altro argomento, la distribuzione della ricchezza (non quindi più solo dei redditi) che però non affrontiamo in questa sede.

Se ci parlano quindi di PIL chiediamo che ci rendano conto anche e soprattutto dell’indice Gini, usciamo dalla sudditanza intellettuale!

La situazione desolante che ci attornia ci chiama alla ribellione a questo stato di cose; ci riporta alle contraddizioni marxiane, al solidalismo socialista, alle rivendicazioni del mondo del lavoro, al liberalismo einaudiano dell’eguaglianza dei punti di partenza, al ruolo critico del sindacato e degli intellettuali, alla lotta alle forme di lavoro precarie apportatrici di inefficienza e di povertà, alla lotta alla rendita, all’income by appropriation.

Insomma, compagni, c’è tanto ma tanto bisogno di socialismo (e non intendo certo quello di Nencini bensì quello di Riccardo Lombardi), di recupero di egemonia e di non cedere mai alla nostra missione di contrastare il capitalismo e la sua logica alienante. 

 
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