Post n°13 pubblicato il 15 dicembre 2008
Dalle colonne di Repubblica almeno due volte M.L.Salvadori ha denunciato “il silenzio della socialdemocrazia” nel momento della massima crisi dell’ideologia neoliberista. Sembrerebbe naturale che dopo il crollo del muro di Berlino (e dell’ideologia comunista con esso) e di fronte alla più grave crisi dell’ideologia liberista, il pensiero socialdemocratico debba porsi come naturale punto di riferimento per il superamento riformistico dell’attuale fase economica mondiale. Purtroppo, continua l’intellettuale socialista, il silenzio del pensiero socialdemocratico denuncia una crisi di proposta e di egemonia che rende necessario un’autoanalisi dello stato di salute della socialdemocrazia europea. Pia Locatelli, dal sito del partito, risponde che “Non è così: soltanto poche settimane fa il presidente del partito del socialismo europeo Rasmussen ha ottenuto nel Partito Europeo il consenso alla sua relazione sul controllo dei prodotti finanziari e la regolazione dei mercati” per un mondo finanziario più trasparente e più responsabile.
La Locatelli continua ricordando che “ Recente è anche la riunione a New York della presidenza dell’Internazionale socialista appositamente convocata per reagire alla situazione economica. (Allegato 1) La discussione poi è continuata sul web-site Manifesto del Partito Socialista Europeo sotto il capitolo “What can we do to tackle the financial crisis?” dove possiamo leggere interessanti interventi. Interviene infine Giorgio Ruffolo che chiude il suo intervento con queste amare parole “ Il capitalismo, il più grandioso sistema di mobilitazione della ricchezza e del benessere che sia mai esistito nella storia ha imboccato la deriva fatale di una crescita insensata. Ricondurre l’economia sotto la responsabilità della volontà politica a livello mondiale è compito supremo che sarebbe finalmente compito della sinistra riassumere pienamente. Purtroppo reduce da infauste ubriacature la sinistra si è rifugiata o in uno sterile mugugno o in una muta rassegnazione. In questa occasione drammatica abbiamo ascoltato inviti alla “cautela”. Tutto, dicono anche intelligenti e autorevoli reduci della sinistra, tornerà come prima. Questo è il messaggio rassicurante. E’ proprio vero che quando per troppa cautela viene meno il sentimento profondo della sinistra, che è la sete di giustizia, si perdono anche le buone idee”. Mi piace sottolineare una considerazione che traggo dal documento dell’Internazionale socialista, che traduco a braccio “Il collasso delle politiche neo-liberali presenta due specifici sfide che chiedono di essere affrontate. Prima, le risposte alla crisi non devono riproporre gli stessi insani concetti del passato, e secondo, il collasso non porta necessariamente al rafforzamento delle politiche del progresso, ma potrebbero far assistere all’emergere di politiche estremistiche di destra causate da paura e marginalizzazione”. Non voglio entrare nella polemica del silenzio o meno del pensiero socialdemocratico in questa circostanza, ma sento forte l’esigenza che tale pensiero si faccia sentire con ancor maggior vigore dopo aver approfondito l’analisi di ciò che è accaduto ed elaborato proposte consone al nostro bagaglio ideale. Dare cioè un contributo affinché l’uscita dalla crisi sia dalla parte del rafforzamento delle politiche del progresso e non dalla parte di politiche estremistiche di destra. Vorrei quindi proporre tre specifici punti di discussione: 1.Analisi delle cause della crisi attuale 2.Proposte per il superamento dell’emergenza 3.Visione a medio-lungo termine in particolare nel nostro paese. Comincerei quindi a dire quel che penso io sui tre specifici punti. 1.Le cause della crisi attuale sono indicate (vedasi anche il rapporto Rasmussen) in una insufficienza di controllo dei prodotti finanziari e della regolazione dei mercati. In particolare sono state messe sotto accusa: la legge Gramm-Leach-Bliley del 1999 che aboliva la legge Glass-Steagall del ’33 e permetteva da capo ogni sorta di attività speculative tanto alle banche commerciali che alle banche d’investimento; l’emendamento Gramm di 262 pagine alla finanziaria del 2001 che istituiva il Commodity Futures Modernization Act (Cfma) che deregolamentava il trading dei derivati. Il piano Bush per allargare il mercato dell’acquisto della prima casa anche a chi ha bassi redditi. Il 7 gennaio 2004 il dipartimento del Tesoro Usa decide che le banche interstatali sono esentate dalle norme statali contro i “prestiti predatori”. Il Cfma sottraeva quasi per intero i prodotti finanziari derivati alla regolazione e alla sorveglianza sia della Sec (la Security Exchange Commission) sia della meno nota Commissione per il commercio dei titoli Future. Il collasso ha inoltre evidenziato l’inaffidabilità delle società di rating spesso soggette di clamorosi conflitti di interesse. Il discredito delle società di rating segue di pochi anni il discredito delle auditing companies travolte dai casi Enron e Worldcom. Ma dietro tutto questo, volendo indagare nella struttura economica di un modello che ha visto generarsi questa demenziale proliferazione di strumenti di credito che hanno raggiunto una cifra pari a 12 volte il PIL mondiale, qual’era la ragione sistemica, strutturale che sta alla base di strumenti che certo non sono sorti a caso né sono frutto della distorsione mentale di qualcuno. Nell’instant book edito dal Sole 24 ore, nel capitolo “Libertà totale su derivati e banche: tutte le colpe della deregulation” si legge l’affermazione illuminante di un ex banchiere centrale europeo “ In un modello di bassi salari come quello Usa, il sostegno al consumo può venire solo dal credito”. C’è quindi una crisi della domanda che in Italia ad esempio corrisponde al fatto che 10 punti di PIL (150 miliardi di €) sono stati dirottati dai salari ai profitti, e che negli States ha spinto ad inventarsi strumenti finanziari creativi ma allo scopo di finanziare il credito al consumo (ricordate la finanziaria Tremonti di qualche anno fa?) per drogare il ciclo produttivo e di valorizzazione del plusvalore. Ecco che allora dietro alla crisi finanziaria c’è un modello di economia reale incapace di sostenere la domanda interna (il modello di bassi salari Usa) che crea domanda aprendo ed inventando canali di indebitamento delle famiglie che ha retto per un ventennio, pur tra un succedersi di bolle. Il modello di valorizzazione marxiano D-M-D’ conosce una variante in C+D-M-D’ dove il credito si affianca al capitale per supportare, spingere esasperare il processo di valorizzazione e di produzione di plusvalore. E’ questo modello, in cui si consuma il capitale delle generazioni future, che a un certo punto esplode e il cui riprodursi in futuro va evitato. La contraddizione di base sta allora nel basso reddito spendibile a causa del peggioramento della redistribuzione del reddito dai salari ai dividendi, a fronte della necessità di tenere un alto livello di consumi per far funzionare il processo di produzione del plusvalore. Questa distorsione non nasce dalla perversione del capitale finanziario (alla Hilferding) ma nasce dalla necessità contradditoria di spingere ad alti consumi in presenza di bassi salari. La presa di coscienza che la crisi non è esclusivamente finanziaria ma denuncia una contraddizione strutturale del modello capitalistico, è fondamentale per pensare a manovre correttive che agiscano solo sugli strumenti finanziari o al contrario prendano di petto la contraddizione strutturale dell’attuale fase capitalistica. Se come ricordava Ruffolo, molti sono convinti che tutto tornerà come prima, allora possono essere anche accettabili aggiustamenti congiunturali. Se siamo convinti del contrario le nostre proposte devono affrontare e proporre riforme strutturali che tendano ad una nuova fase del capitalismo adeguata alle nuove realtà. 2.Proposte per il superamento dell’emergenza Passando ai rimedi immediati essi si sono rivolti negli USA a riacquistare i titoli tossici, ma questo provvedimento è stato in seguito sostituito dal modello Gordon Brown di capitalizzazione se non nazionalizzazione delle banche. Tali provvedimenti vanno nel senso di aumentare il range del Core Tier One dal 6 all’8% per rafforzare la patrimonializzazione delle banche smentendo quindi la scuola di management che ha enfatizzato il ruolo del debito come fattore di creazione di valore, tendenza che si è tradotta in un utilizzo diffuso della leva finanziaria, con una sottovalutazione degli effetti che ne sarebbero derivati. Il perseguimento di obiettivi di risultati a breve (quali il Wacc, il Roe e il Total shareholders return) ha favorito la diffusione di comportamenti (buy back e dividendi) che hanno in realtà indebolito la struttura finanziaria delle imprese. Un rapporto equità/asset che nelle situazioni migliori è pari a 1/15 e in quelle più critiche approssima 1/30 non consente agli istituti bancari di trasmettere stabilità e liquidità al sistema economico e addirittura ne mette in discussione la loro stessa solvibilità. Lo sviluppo del modello “originate-and-distribute” ha radicalmente mutato l’approccio al credito delle banche che a partire dagli anni 2000 hanno trasferito in misura crescente una parte dei propri impieghi ad altre istituzioni finanziarie. Hanno cioè concentrato la loro attività nell’erogazione di finanziamenti che successivamente venivano assemblati, enucleati in special purpose vehicles e cartolarizzati attraverso l’emissione di titoli Cdo (collateralized debt obligations) la cui unica garanzia era costituita dai predetti finanziamenti.
Questi strumenti hanno poi trovato la complicità delle società di rating che trovavano la maggior contribuzione ai loro profitti proprio nei clienti di cui dovevano giudicare la solidità. E’ difficile non essere d’accordo con l’emergenzialità dei provvedimenti che vanno nel senso di un rafforzamento della patrimonializzazione delle banche (pur affiancate da provvedimenti che penalizzano la catena di S.Antonio dei derivati. Ma sia chiaro, almeno a chi, come i socialisti, hanno sete di giustizia che il management che ha sbagliato deve pagare (principio che per inciso è già stato abbandonato dai provvedimenti italiani), ma soprattutto non bisogna fermarsi nell’analisi di questi provvedimenti a ciò che appare, senza andare al fondo dei rapporti tra le classi sottostanti a tali interventi. I repubblicani americani gridano al comunismo ed al socialismo il solo fatto che lo Stato entri nel capitale delle banche. Essi non si accorgono che si tratta esattamente del contrario. Non è lo Stato che si appropria delle banche ma è il settore famiglie che tramite una colossale redistribuzione viene disappropriato di ingenti capitali che si riversano come un regalo al settore bancario e anche al settore imprese. Le banche non sono nazionalizzate nel senso che diventano uno strumento di potere dello Stato, ma lo Stato attraverso il “monopolio del potere” di cui dispone, in forme tecniche diverse (tassazione, dirottamento di fondi, emissione di debito pubblico i cui interessi vengono pagati dai lavoratori) sottrae al settore famiglie ingenti quantità di capitali e li regala alle banche e alle imprese. Siamo quindi all’opposto del socialismo. E’ l’ultimo disperato tentativo di sfruttamento fatto dal settore capitalistico alle spalle degli sfruttati. Nel nostro riformismo sarebbe interessante trasformare questo ingente trasferimento di capitali dal settore famiglie al settore banche e imprese (di cui condividiamo la necessità di rafforzamento) da esproprio forzato ad accumulazione forzata. La capitalizzazione delle banche e delle imprese potrebbe essere eseguito facendo emettere a banche e imprese azioni da collocare forzosamente presso le famiglie che quindi trasformerebbero una disappropriazione forzata in un investimento forzato. Chi avesse necessita di liquidi potrebbe sempre vendere quelle azioni, e d’altro canto avremmo fatto un passo verso quel modello di public company che ha in sé qualcosa in più in fatto di riformismo socialista. Un’altra contropartita che si potrebbe chiedere al settore bancario è quello di commisurare il tasso variabile sui mutui prima casa, non sull’euribor ma sul tasso fissato dalla BCE più uno spread. In questo caso tuttavia, la redistribuzione verrebbe fatta solo su una parte del settore famiglie che finanzia la capitalizzazione delle banche. La risposta cui stiamo pensando va nel senso della socializzazione dell’economia (così come pensata dagli articoli 42/47 della costituzione), piuttosto che ad una governizzazione della stessa. 3.Visione a medio-lungo termine in particolare nel nostro paese. Se negli USA la crisi è nata per un’abnorme espansione della domanda drogata dal credito, in Europa noi ci troviamo di fronte ad un fenomeno diverso. Le vicende statunitensi tenderanno necessariamente a tagliare il credito al consumo (incombe la bolla delle carte di credito) e di conseguenza tagliare la domanda che esporterà a tutto il mondo recessione se non depressione. L’Europa e l’Italia si troveranno a dover affrontare una pesante recessione che occorre cercar di far in modo che non si trasformi in depressione. Qui le proposte del governo sono ancora molto criptiche e il Pd si limita a proporre una “compassionevole” detassazione delle tredicesime. Più chiare le idee del fronte confindustriale che chiede aiuti a pioggia alle imprese, accantonamento degli studi di settore, allentamento della pressione fiscale. A mio parere occorre partire da due considerazioni fondamentali: a) per combattere la recessione occorre un piano keynesiano di rafforzamento della domanda anche a costo di peggiorare la situazione del debito pubblico, b) siamo la maglia nera nella classifica della produttività del nostro sistema imprese. Occorre quindi cogliere questa occasione di necessità di espandere la spesa pubblica mirando questa espansione all’obiettivo di dimezzare la distanza che ci separa dal primo nella classifica della produttività. Alcune cifre? Le traiamo dall’Ocse Factbook 2008 e dal rapporto 2008 della Fondazione Cotec: l’Italia è l’ultima per il tasso annuale di crescita della produttività del lavoro (0.0 nel periodo 200/2005 contro il l’1.2 della UE e il 1.9 dell’Ocse), paragonando i dati con quelli della Norvegia abbiamo questi due dati: ore lavorate pro-capite 83 Norvegia, 87 Italia ma il PIL per ora lavorata è pari a 138 in Norvegia e pari a 77 in Italia. Ora la definizione del termine produttività va chiarito in modo profondo. Io nego che la produttività sia quella della concezione del governo che la intende come fatica fisica, impegno e devozione del lavoratore dipendente. La detassazione degli straordinari non ha nulla a che fare con la produttività; un po’ più coerente è la detassazione dei premi aziendali. Più interessante potrebbe essere una detassazione degli utili reinvestiti; insomma una reintroduzione anche sotto forme più semplificate della Dual Income Tax la famosa DIT di cui questo governo deve ancora spiegarci la cancellazione. La produttività concepita come “far faticare di più i dipendenti fannulloni” è una visione settecentesca; oggi la produttività include: forma di governance e di relazioni industriali; forme di organizzazione del lavoro; contenuto di tecnologia dei fattori della produzione; valorizzazione del capitale umano; contenuto di ricerca nella tecnologia; sinergia tra università, enti di ricerca e mondo delle imprese.
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Renato Gatti
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