
L’articolo di Fragiacomo Norberto è dell’agosto di quest’anno. Il mio articolo E se Marchionne avesse ragione è del luglio, mentre l’altro mio articolo Il Marchionne del grillo è di ottobre. Ciò per dire che l’agire di Marchionne è decisamente cruciale per il futuro delle relazioni industriali e che di ciò in molti da tempo se ne sono accorti.
La sostanza
Partirei da un punto fermo: i problemi produttivi posti da Marchionne sono veri; essi esistono e vanno affrontati. Sulla carenza di produttività dell’azienda Italia ho versato fiumi di inchiostro, e l’exit strategy per il nostro paese se vuole avere un ruolo nel mondo selettivo post crisi, se vuole mantenere il suo tenore di vita senza declinare lentamente a paese del terzo mondo, non può essere altro che la ricerca di produttività e competitività.
Sarò provocatorio, ma parlare di diritti violati è una scelta perdente anche se ineccepibile sul piano giuridico costituzionale. Le lotte, le rivoluzioni non si vincono con il codice in mano, ma facendo proposte di soluzione della crisi più credibili e più efficienti di quelle proposte dal padrone, che, sembrerà un’ovvietà, non può far altro che proposte padronali.
Solo una proposta forte che copra le scelte strategiche (auto elettrica, mobilità urbana ed ecologica, contenuto scientifico e innovativo dei prodotti etc.) può contrapporsi alle proposte di Marchionne; solo prendendo in mano la bandiera della produttività tradita dagli imprenditori, si disegna un sentiero percorribile.
La partecipazione
Penso che il punto chiave della proposta Marchionne non sia tanto la riduzione dei costi della mano d’opera; la sua proposta anzi aumenta i livelli salariali; il punto chiave è rappresentato dai tempi di produzione, dal ritmo dei turni, dalla completa sottomissione ai ritmi produttivi, e quindi alla ricerca di comportamenti che non pregiudichino in alcun modo i piani produttivi. Malattia, assenteismo, scioperi etc. sono inconcepibili con una precisissima tempistica di lavoro ( in MTM un lavoro di Dario Fo degli anni 60, le lavoratrici non si potevano staccare dalla catena neppure per fare pipì)), quella tempistica che rende concorrenziale il prodotto.
Ora questa alienazione totale del lavoratore, di tutti i lavoratori alle esigenze dei ritmi di produttività necessari alla sopravvivenza può essere raggiunta, secondo Marchionne, solo con la subordinazione globale dell’uomo lavoratore alle esigenze del cronometro mercato.
Si tratta di quel tipo di partecipazione che Baglioni definirebbe integrativa. Questo tipo di partecipazione è figlia della filosofia sociologica “funzionalista”. Secondo questa filosofia il conflitto di interesse tra capitale e lavoro è frutto della sola ignoranza e del pregiudizio degli attori sociali che non si rendono conto che le due parti (capitale e lavoro) hanno gli stessi interessi e gli stessi fini e che rendersi consapevoli di ciò rende migliori i rapporti tra le parti stesse con riflessi positivi sulla produttività e sulla competitività (è la filosofia di Menenio Agrippa e, duemila anni dopo, di Veltroni).
In mancanza di ragioni per il conflitto, non ha alcun senso l’antagonismo, ma è anche inutile la ricerca di un compromesso o di una trattativa tra le parti. Sarà il caso di rilevare che l’assenza di conflitto corrisponde ad una adesione incondizionata dei lavoratori alle esigenze obiettive e stringenti dell’impresa, interpretata in chiave capitalistica. Anzi, sulla scorta del modello giapponese della “qualità totale”, i lavoratori hanno un atteggiamento entusiasta nell’immedesimarsi nei fini aziendali, partecipando anzi attivamente al miglioramento del processo produttivo sia attuando un severissimo controllo sulla qualità della produzione durante la fase produttiva, sia partecipando ai “circoli della qualità” per ideare e proporre nuove soluzioni produttive più efficienti ed efficaci.
Ma c’è un altro tipo ci partecipazione: quello collaborativo in cui le parti condeterminano e/o cogestiscono le problematiche aziendali. Si tratta del famoso modello tedesco noto come Mitbestimmung in cui il comitato di vigilanza (recentemente introdotto anche nella legislazione italiana) di un impresa è composta per la metà di rappresentanti del capitale e metà da rappresentanti dei lavoratori. Quando quindi Marchionne, e soprattutto Sacconi, parlano di partecipazione si riferiscono a quella integrativa o di completa subordinazione al padrone, e non certo a quella collaborativa tedesca, anche se ammiccano a quel modello. Ha mai parlato Marchionne di un consiglio di vigilanza 50/50 capitale e lavoro, tutt’altro il suo modello di rappresentanza ha il principale scopo di limitare lo spazio dei sindacati o subordinandoli (CISL e UIL) o escludendoli (FIOM), cosa che pare essere l’unico obiettivo di Sacconi e di un governo assente.
C’è quindi una totale differenza sul piano filosofico tra le proposte padronali e quelle sindacali della CGIL. Certo merita una profonda riflessione l’atteggiamento di CISL e UIL che sarebbe ingeneroso liquidare con sprezzo. Occorre invece tener conto delle loro osservazioni soprattutto a quella per cui “Se non c’è fabbrica, non ci sono neppure diritti”. A fronte di questa ovvietà, e così difficile partire dalla comune volontà che la fabbrica rimanga in Italia ma che ciò non esclude che il modo di proporre soluzioni sia quello dialettico-collaborativo piuttosto che quello del dictat senza alternative.
E’ su questo tipo di approccio che guardo con molto interesse al lavoro che sta facendo Susanna Camusso. Resistere alle richieste legalistiche della FIOM per affrontare, anche con Emma Marcegaglia, la sostanza del problema: il tavolo per la ricerca comune di un nuovo modo di realizzare la produttività. Tavolo cui Marchionne non vuole partecipare, tanto da uscire da Federmeccanica e tavolo al quale il governo è totalmente assente, preferendo dare un appoggio sospetto e non so quanto gradito alla linea Marchionne.
I diritti
Parlando poi di diritti, giusto distinguere l’abuso dell’esercizio dei diritti che dovrebbe essere combattuto dai sindacati in modo anche più fermo di quello adottato dal padrone, dal corretto utilizzo degli stessi. Senza ammiccamenti o secondi pensieri. Certo i diritti possono essere ridiscussi e non sono mai conquistati per sempre; il cammino verso la libertà passa attraverso allargamenti e restringimenti dei diritti, si tratta di gestirli intelligentemente senza irrigidimenti ideologici di fronte alle nuove condizioni di contorno. Cercando di evitare che l’irrigidimento sia di ostacolo al superamento delle problematiche oggettivamente esistenti, e testando nel concreto la congruità e la coerenza dei diritti rivendicati con la soluzione dei problemi pur riconosciuti.
Ma c’è un altro aspetto mai sollevato. Dopo la caduta del muro di Berlino, abbiamo delegato all’imprenditore quella che ritenevamo essere la sua maggior capacità: quella di combinare al meglio i fattori della produzione. Su richiesta imprenditoriale abbiamo eliminato la scala mobile, abbiamo fatto le privatizzazioni, abbiamo dato flessibilità al mondo del lavoro precarizzandolo, abbiamo dato pace sociale, abbiamo perseguito la moderazione salariale, abbiamo cioè creato tutte le condizioni di contorno atte a far svolgere al meglio la funzione imprenditoriale di combinare i fattori della produzione. Ogni volta veniva garantito che rivedendo quel certo diritto si sarebbe data via libera ad un volo virtuoso dell’impresa.
Eppure dopo anni di egemonia imprenditoriale siamo la maglia nera della produttività nei paesi occidentali. Parliamo allora di diritti, ma dei diritti del padronato; il loro diritto di dirigere l’impresa non può essere un semplice derivato del diritto di proprietà; deve essere inteso anche come mandato, incarico della collettività a chi è ritenuto essere il più adatto a svolgere un certo lavoro, in tal caso di combinare i fattori della produzione.
Se a questo compito non si è in grado di adempiere, ebbene anche in tal caso i diritti vanno rivisti e se del caso revocati.
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