Un punto chiaro sulla globalizzazione
Un commento all'articolo di Cirinei

L’articolo di Claudio Cirenei sulla globalizzazione costituisce un punto chiaro sulla questione globalizzazione.
Questo termine che si è ammantato di un’aura mitica nel bene e nel male, costituisce un ulteriore passo avanti nello sviluppo di ciò che una volta si chiamava “la divisione internazionale del lavoro”.
Come tutti gli sviluppi, anche quello cui stiamo assistendo genera problematiche nuove. Compito della politica è affrontare dette tematiche e proporre strategie politiche che necessitano della piena comprensione del sistema.
Come socialisti accantoniamo la globalizzazione come male assoluto (madre dei no-global) ed accantoniamo una visione oleografica. Affrontiamo il problema per quello che esso è.
Un primo punto fermo che dobbiamo avere è il no alla chiusura autarchica dei nostri confini. E’ la linea della lega, ma anche il ministro Tremonti ha sempre avuto in mente una difesa europea, non solo economica ma soprattutto culturale, contro l’oriente ed in particolare la Cina.
Protezionismo, chiusura nei propri confini, rifiuto del diverso, arroccamento culturale o religioso non esistono nel nostro vocabolario.
Secondo punto è quello dei diritti civili, nel senso che dobbiamo accettare la competizione ma non quella di paesi che non rispettano i diritti civili, in particolare verso i lavoratori, i minori e le donne. Aggiungerei tra i diritti civili i diritti sindacali; la nostra apertura è basata con la solidarietà con i lavoratori di tutto il mondo, non certo è apertura verso i tiranni che sfruttano i lavoratori stessi.
Terzo punto è la consapevolezza che più cadono i confini più il costo del lavoro tende ad uniformarsi; è sicuramente un equilibrio instabile quello di un informatico indiano, bravissimo, che costa un decimo di un informatico italiano. Occorre essere consapevoli che il mercato del lavoro tende necessariamente ad uniformare i costi. E’ in quest’ottica che se da una parte occorre lavorare affinché i diritti sindacali negli altri paesi spingano in alto le retribuzioni, da parte nostra dobbiamo difendere i salari esistenti lavorando sul contenuto tecnologico del nostro lavoro. Non si fa concorrenza al lavoratore cinese con il modello leghista di lavoro sottopagato (grazie alla legge cosiddetta Biagi) ed evasione fiscale. La strada è quella di riempire il contenuto tecnologico del nostro lavoro perseguendo innovazione, ricerca e sviluppo. Non a caso ho spesso parlato di un socialismo “dei camici bianchi” versus un socialismo rigidamente blue collar. Non a caso nella mozione presentata da Franco Bartolomei al recente Consiglio Nazionale al punto quarto si indica:
“Una sinistra che sappia valorizzare nelle imprese, nella politica anticiclica del governo e nella cultura dei lavoratori, il ruolo determinante della ricerca, dello sviluppo e dell’innovazione; costruendo una politica salariale che faccia della produttività globale dei fattori della produzione un parametro condiviso e corresponsabilizzato, in un nuovo protocollo tra produttori.”
Quarto punto che dobbiamo considerare è quello che riguarda gli aspetti non difensivistici che abbiamo davanti. Intendo dire che l’Europa ha, nel Mediterraneo, uno sbocco naturale verso il continente africano. Così come il continente asiatico ha rivoluzionato la divisione internazionale del lavoro, dobbiamo chiederci quale potrà essere il ruolo del continente africano. L’elemosina del G(, 20 miliardi di dollari non servono quanto servirebbe l’abbattimento dei dazi doganali sui prodotti agricoli africani da parte di USA ed Europa.
La sinergia tra paese sviluppato e paese in via di sviluppo è sempre stata economicamente proficua, la nostra (come europei) opportunità per un sistematico intervento nel continente africano (vi ricordate che diceva Olof Palme?) atto a sviluppare la loro capacità produttiva e quindi la loro capacità di consumare e quindi di aumentare gli scambi con l’Europa mi sembra argomento di cui discutere. Essendo consapevoli che oggi chi sta lavorando in Africa è la Cina (oltre al fondamentalismo islamico).
Renato Gatti




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