Noam Chomsky- “Pirati e imperatori”

Noam Chomsky è un celebre studioso di linguistica e professore emerito in tale settore al Massachusetts Institute of Technology. E' considerato il fondatore del più importante indirizzo di linguistica del XX secolo, la 'grammatica generativo-trasformazionale'.
Ma l'importanza del pensiero di Chomsky va ben al di là della linguistica, e coinvolge la politica, la filosofia, la psicologia, la logica e la scienza della comunicazione.
Il suo impegno politico e sociale risale agli anni Sessanta, quando si impegnò in una posizione chiara e netta contro la guerra in Vietnam. La sua acuta, tagliente e profonda critica nei confronti della politica estera di diversi Paesi, ma soprattutto degli Usa, lo hanno reso la coscienza critica dell'Occidente ed uno degli intellettuali più celebri e più seguiti dalla sinistra radicale in America e nel mondo.
Noam Chomsky ha duramente denunciato la strumentalizzazione dei media statunitensi da parte dei potenti gruppi economici di quel Paese e la politica fortemente aggressiva degli Usa a partire dalla seconda guerra mondiale.
Nonostante sia stato criticato per le sue chiare e forti posizioni, Chomsky è anche stimato e tenuto in gran considerazione dalla stampa, tanto da far scrivere ad un giornale come 'The Guardian' che "Insieme a Marx, Shakespeare e alla Bibbia, Chomsky è tra le dieci fonti più citate nella storia della cultura".
Il suo testo "Pirati e imperatori" è senza dubbio uno degli strumenti più validi e più profondi che siano stati scritti sul tema del terrorismo. L'apertura della prefazione, a chiarimento del titolo, è di un acume sorprendente: "Sant'Agostino racconta la storia di un pirata catturato da Alessandro Magno, il quale gli chiese come osasse creare scompiglio sul mare. 'Come osi tu creare scompiglio in tutto il mondo?' gli rispose il pirata. 'Poiché io lo faccio con una piccola nave, mi chiamano malfattore; mentre tu, che lo fai con una grande flotta, sei chiamato imperatore". La risposta del pirata, giudicata da Sant'Agostino 'elegante ed eccellente', sta a rappresentare esattamente l'atteggiamento odierno dell'Occidente, che dà per scontato che i suoi nemici debbano sopportare ogni sorta di prepotenze e di aggressioni che, se fossero dirette contro 'l'imperatore' e i suoi vassalli, scatenerebbero una violenza inaudita, sia mediatica che militare.
Gli esempi riportati sono innumerevoli. Ma uno in particolare è esemplare, perché gli esempi specifici rivelano L’ atteggiamento occidentale di fronte al terrore ancor più di un'analisi dettagliata del quadro generale.
Tutti ricorderanno il caso dell'uccisione brutale di Leon Klinghoffer, un anziano statunitense paralitico, durante il sequestro dell'Achille Lauro nell'ottobre del 1985. I media ne parlarono ampiamente e l'Occidente ne fu giustamente inorridito. Tale crimine non avrebbe certo potuto essere ignorato o giustificato dalla rivendicazione dei sequestratori, secondo i quali era stata una rappresaglia per il bombardamento israeliano di Tunisi, come sempre appoggiato dagli Usa, in cui la settimana precedente erano rimasti uccisi settantacinque tunisini e palestinesi.
Ma nessuno certamente ricorda il caso del palestinese Kemal Zughayer perché gli stessi media occidentali reagirono in maniera completamente diversa di fronte al ritrovamento dei resti schiacciati di una sedia a rotelle nel campo profughi di Jenin, dopo l'attacco violento di Sharon. Anche in questo caso si trattava di un povero paralitico, ma questa volta era un palestinese, sul quale erano passati i carri armati israeliani mentre cercava di spingersi per la strada. Quando fu ritrovato, gli mancavano la gamba e le due braccia, mentre la faccia era aperta in due. Tale testimonianza venne riportata da alcuni giornalisti britannici. "Evidentemente - commenta Chomsky - questo episodio non meritava neppure di essere riportato dai media statunitensi e, se lo fosse stato, sarebbe stato smentito con l'accompagnamento di un fiume di accuse di antisemitismo, che avrebbero probabilmente indotto alla richiesta di scuse e alla ritrattazione. Se riconosciuto, questo crimine sarebbe stato liquidato come un errore involontario nel corso di una rappresaglia giustificata; non è certo lo stesso atteggiamento adottato nel caso dell'atrocità dell'Achille Lauro. Kemal Zughayer non entrerà negli annali del terrorismo insieme a Leon Klinghoffer".
Gli esempi di questo comportamento ambiguo ed ipocrita dell'Occidente riportati nel testo di Chomsky sono innumerevoli. Ma ancor più sconcertante è l'inesistenza di memoria storica, che permette la diffusione di ogni genere di asssurdità nel mondo 'libero e democratico'.
Si parla di 'guerra al terrorismo' come se fosse un'invenzione di George W. Bush dopo l'11 settembre. In realtà, fa notare Chomsky, George Bush non dichiarò la 'guerra al terrorismo', ma la rilanciò. Tale 'guerra', infatti, era stata già dichiarata nella metà degli anni Ottanta dall'amministrazioine Reagan-Bush, con lo stesso linguaggio propagandistico e perfino con gli stessi attori della fase odierna. Responsabile diplomatico negli anni più violenti degli attacchi americani in America centrale era l'ambasciatore John Negroponte, poi nominato nel 2001 da Bush alla guida della componente diplomatica della nuova 'guerra al terrorismo' presso le Nazioni Unite. L'inviato speciale in Medio Oriente quando furono compiute le più gravi atrocità in Libano e nei Territori Palestinesi era Rumsfeld, che sarebbe stato poi a capo della componente militare nella nuova fase. Oggi sappiamo che è a lui che risale la responsabilità degli orrori commessi nel carcere iracheno di Abu Ghraib.
Ma lo sconcerto è ancora più grande quando veniamo a sapere che tale seconda fase della 'guerra al terrorismo' è guidata dall'unico Stato che sia stato condannato per terrorismo dalla Corte internazionale, cioè dalla massima autorità internazionale in materia. La 'guerra al terrorismo' degli anni Ottanta fu condotta infatti dagli USA 'con una barbarie indicibile e lasciò sul campo circa duecentomila morti e un milione di profughi e orfani in Paesi devastati'.
Tali attacchi terroristici colpirono diversi Paesi, ma furono particolarmente spaventosi in Nicaragua, ove lasciarono migliaia di vittime e un Paese distrutto. Il Nicaragua si rivolse allora alla Corte Internazionale, che dichiarò gli Stati Uniti 'colpevoli di uso illegale della forza' ed ordinò al Governo americano di porre fine ai suoi atti di terrorismo, imponendo anche notevoli risarcimenti. Washington ignorò ovviamente tale sentenza e continuò i suoi attacchi con intensità ancor maggiore, in totale dispregio del diritto internazionale.
A questo punto molte sono le riflessioni da fare e le domande da porsi, le cui risposte sono, direi, scontate:
A chi giova la cancellazione della storia?
Perché tutto il mondo politico tace, cioè perché nessun politico di nessun orientamento politico in Occidente sa o dice che i paladini della 'lotta al terrorismo' sono in realtà il primo governo dichiarato da un Tribunale Internazionale” colpevole di un uso della forza illegale”.
E che dire dell'ipocrisia di un linguaggio che parla di ritiro dall'Iraq entro il 2011, invece di parlare di altri tre anni di occupazione?
O dell'altra grande ipocrisia che prevede l'aumento delle truppe in Afghanistan e allo stesso tempo ammanta le operazioni militari con una vuota retorica 'pacifista'?
E' di oggi la notizia che l'esercito israeliano ha colpito la sede dell'Onu, ha colpito la sede della Mezzaluna rossa, ha colpito un grande ospedale, ha colpito il palazzo della stampa internazionale, ha ucciso il ministro degli Interni di Hamas. Ovviamente il ministro della Difesa israeliano Barak si è scusato per il 'grave errore', il Segretario dell'Onu si è mostrato 'indignato' per l'attacco, mentre il premier Olmert si è giustificato dicendo che dal palazzo dell'Onu erano in corso attacchi contro gli Israeliani. Ma provate a ribaltare la situazione: immaginate che Hamas abbia bombardato il palazzo delle Nazioni Unite, che abbia colpito un ospedale o che abbia ucciso un ministro israeliano. Quale sarebbe stata la reazione delle istituzioni internazionali occidentali, degli Usa e dei loro vassalli? Veramente pensate che si sarebbero limitati ad una generica indignazione o che avrebbero tentato di giustificare in qualunque modo attacchi così gravi?
Marcella Guidoni
dott.sa in Antropologia




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