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La Sinistra Socialista
e la Lega dei Socialisti

IL DIBATTITO e le  CONCLUSIONI
del COMITATO DIRETTIVO
di
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del 30/7/2010

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La globalizzazione vista da un socialista

Con il termine globalizzazione si può intendere la tendenza verso uno sviluppo impetuoso delle relazioni internazionali, delle comunicazioni, degli scambi commerciali, degli spostamenti di milioni di persone da un continente all’altro, delle relazioni culturali, dello sviluppo degli insediamenti produttivi multinazionali.

La nascita e lo sviluppo delle multinazionali hanno un’origine anteriore rispetto a quello dell’uso comune del termine globalizzazione. Infatti quest’ultima si pone come un ulteriore sviluppo del sistema delle multinazionali, in quanto non coinvolge solo aspetti economici e produttivi, ma porta con sé implicazioni culturali, demografiche e politiche profonde.

Per inciso, la fine del comunismo sovietico, alla fine degli anni ottanta, si deve anche alla sua incapacità di dare una risposta ai cambiamenti posti dalla globalizzazione. I paesi occidentali intensificavano gli scambi, a vari livelli, con gran parte del mondo, accrescendo la loro influenza e la loro capacità di penetrazione. Il comunismo sovietico, invece, rimaneva tagliato fuori da questo processo, proponendo un modello di sviluppo che si presentava inadeguato rispetto ai processi mondiali in corso e che si poneva ormai, principalmente, come una mera potenza militare, sempre meno capace di influenzare i processi economici e politici mondiali; finché esso stesso non si è trovato travolto dalla globalizzazione stessa, che ha finito per scardinare i sistemi politici ed economici dell’ex blocco sovietico.

La globalizzazione ha un carattere fortemente innovativo, progressista e rivoluzionario. Essa infatti supera i confini nazionali mettendo a confronto culture e nazionalità profondamente diverse. E’ in tal modo internazionalista. Le distanze tra uomini e paesi sono sempre più ravvicinate; gli ostacoli alla comunicazione ed al confronto vengono rimossi. Per reazione assistiamo ad atteggiamenti difensivi di carattere anche nazionalistico, o, comunque di difesa della propria identità culturale. Questi atteggiamenti e queste reazioni avvantaggiano la destra.
Tuttavia dobbiamo chiederci cosa resterà in futuro del concetto di nazione, di etnia, di razza e di identità culturale dopo decenni di scambi, di comunicazioni, di spostamenti di milioni di persone. Penso che la globalizzazione abbia la forza di poter scardinare un concetto millenario quale quello di nazione.
Se, come socialisti, crediamo che le condizioni relative alla nascita di una persona non debbano determinare le possibilità di sviluppo umano di un individuo, né determinare ineluttabilmente la sua propria condizione sociale, vediamo la grande portata rivoluzionaria del fenomeno globalizzazione. Il concetto di nazione si rafforza solo apparentemente, per reazione, mentre in realtà viene attaccato nelle sue stesse fondamenta, con forza tremenda.
Cosa resterà alla destra quando gli uomini avranno imparato ad agire in un contesto interculturale e ad essere interculturali? Cosa le resterà quando il concetto di nazione verrà superato? Cosa resta, già oggi, alla destra, di fronte al fatto che un uomo di colore guida la più potente nazione del mondo?

D’altro canto la globalizzazione presenta anche altre caratteristiche, quale quella di mettere in competizione i lavoratori occidentali con i lavoratori di altre parti del mondo. La competizione avviene in modo diretto con l’immigrazione dei lavoratori verso i paesi più ricchi, oppure in modo indiretto tramite la produzione di merci a basso costo nei paesi in via di sviluppo. E’ pertanto mistificatorio il discorso xenofobo secondo cui si salvaguarderebbero i salari e le possibilità di trovare lavoro dei lavoratori occidentali impedendo l’immigrazione; la competizione avverrebbe comunque in modo indiretto.

Di fronte a queste difficoltà si misurano i sindacati occidentali costretti ad una linea difensiva provocata dalle dinamiche economiche della concorrenza mondiale che, tramite la competizione internazionale con paesi in cui la produzione avviene a costi bassissimi, tende a ridurre il costo del lavoro ed il potere di acquisto di salari e stipendi.
In relazione a ciò assistiamo ad una situazione di difficoltà anche da parte dei partiti socialisti e socialdemocratici europei, costretti anche loro a mantenere una linea difensiva nel garantire diritti e redditi ai lavoratori; essi vedono anche diminuire i loro consensi a causa dell’offensiva xenofoba che apre una breccia tra gli stessi lavoratori, alimentando sentimenti ostili verso gli immigrati.

La difesa dell’identità etnica è chiaramente, da un punto di vista di sinistra, una risposta inaccettabile poiché si basa sul concetto che una condizione relativa alla nascita di un essere umano debba determinare la possibilità di accedere o no a determinati livelli di esistenza. Condizione d’essere del socialismo è proprio quella di rimuovere le cause che limitano le possibilità di realizzazione e di raggiungimento di livelli di vita migliori e dignitosi, a cominciare proprio da quelli determinati dai condizionamenti derivanti al fatto di nascere in un determinato contesto. I moderni partiti di destra ripropongono il concetto di privilegio derivante dalla nascita non certo più in termini di nobiltà e non solamente in termini socio-economici, ma in termini etnici, dividendo l’umanità in persone di serie A o B, per il solo fatto di essere nate.
Vi sono inoltre ricerche che dimostrano come il confronto interculturale sia un elemento di potenziamento delle facoltà intellettive degli individui, poiché li costringe a confrontarsi ed adattarsi; inoltre li arricchisce di punti di vista culturali.

La risposta socialdemocratica può ottenere risultati in un tempo non breve lavorando sul concetto di unità ed integrazione dei lavoratori, facendogli prendere coscienza dei loro interessi. La destra, invece, si adopera per dividere, contrapponendo i lavoratori italiani ai lavoratori stranieri, i lavoratori del pubblico a quelli del privato, i lavoratori stabilizzati ai ‘precari’, in modo da poter togliere dignità e valore al lavoro nel suo complesso. Occorre unire e trovare fronti comuni, affinché il lavoro in quanto tale venga valorizzato.
Per fare ciò nell’ottica della globalizzazione sono necessarie almeno tre cose: 1) La valorizzazione delle risorse umane; 2) La valorizzazione del territorio; 3) Il potenziamento dei servizi pubblici.
E’ tuttavia necessario che le ondate migratorie avvengano in modo graduale, per permettere di offrire una accoglienza decorosa ai nuovi arrivati e per non alterare troppo repentinamente gli equilibri sociali.
La valorizzazione delle risorse umane porta con sé una valorizzazione della produttività del lavoro, e, quindi, genera maggiore margini per una distribuzione sociale della ricchezza. Essa passa attraverso forti investimenti nella ricerca, nell’istruzione, nella formazione degli adulti. Praticamente è il percorso opposto rispetto a quello intrapreso dall’attuale governo.
La valorizzazione del territorio implica un intervento pubblico volto a valorizzare il contesto in cui viviamo, con la creazione di strutture ed infrastrutture, la modernizzazione, l’edificazione di alloggi popolari per le famiglie e locali di edilizia pubblica per le imprese, a sostegno dei redditi e dei profitti di coloro che vivono e producono nel territorio, anche per ammortizzare alcuni effetti negativi della globalizzazione. Per incentivare le imprese a produrre nel territorio è bene che lo Stato offra loro strutture a canone agevolato.
In generale un potenziamento dei servizi resi dallo Stato creerebbe posti di lavoro e, quindi, secondo le note teoria di Keynes, un sostegno ai consumi; nonché un miglioramento della qualità della vita di coloro che usufruiscono dei servizi dello Stato ( potenziamento dell’assistenza sanitaria, istruzione, asili nido, sport, tempo libero, mense per i lavoratori e per i disoccupati, alloggi popolari ecc.). Ciò inoltre costituirebbe una fonte di profitto per tutte le aziende private che collaborano con quelle pubbliche per la produzione di tali servizi, nonché una qualificazione del territorio con benefiche ricadute su tutti coloro che vi operano.

In conclusione la socialdemocrazia può vincere la sfida della globalizzazione favorendo una cultura internazionalista e dell’integrazione, agendo nello stesso tempo per una qualificazione del territorio e delle risorse umane, tramite una politica di interventi pubblici che produca una pluralità di servizi ed una certa distribuzione sociale delle risorse economiche.

Prof. Claudio Cirinei
Membro del Comitato di Redazione del Forum di SocialismoeSinistra

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