
Il seguente è il pensiero tratto dal diario di una giovane architetto che ce la sta mettendo tutta per vivere e lavorare nel suo paese ed avere dei figli ...
"Roma, 1 dicembre 2005
Oggi ho acquistato la mia libertà.
L’ho pagata 300 euro circa: questo quanto non mi sarà corrisposto per il mese di novembre nel passaggio dal mio vecchio lavoro al nuovo. Io ho lavorato tutti i giorni, metà giornata da una parte e metà dall’altra per 2 settimane, per molto di più di 8 ore al giorno, ma nonostante ciò guadagnerò meno. Solo una sera ho finito di lavorare alle 19:30, gli altri giorni sono uscita alle 20:30, alle 22:00, una volta a mezzanotte e mezzo; ieri, giorno prima della consegna, ero in studio alle 2:00 del mattino.
Però ho lavorato part-time.
In questo periodo i giorni lavorativi sono stati solamente 10, perché di solito sono 12, includendo la mezza giornata del sabato, che immancabilmente si allunga fino alle prime ore del pomeriggio. Questi giorni in cui ho lavorato part-time (15:00-19:30; 15:00-20:30; 15:00-22:00; 15:00-24:30; 15:00-02:00 e così via) sono stati considerati equivalenti ad 1/3 del mese per cui percepirò 1/3 del mio stipendio (800 euro netti più 200 euro di ritenuta d’acconto) diviso 2. In cifre: invece di 500 euro avrò 166 euro lordi.
Oggi ho acquistato la mia libertà e mi chiedo perché valga così poco.
Provo euforia e sollievo, ma allo stesso tempo mi sento una nullità perché la mia persona non “vale” nulla.
Dopo anni di studio ho conseguito la laurea con 110, conosco 7 programmi di computer, parlo inglese (sembra l’inizio delle mie lettere d’accompagnamento dei circa 80 curricula spediti) e tutto sommato non sono un ignorante. Importanti studi mi hanno scelto per lavorare con loro eppure ho 31 anni e non ho nulla. Quello che ho, oltre agli affetti, che sto distruggendo perché lavoro sempre e sempre sono nervosa, me l’hanno dato i miei genitori, costruendolo in altri tempi e accantonandolo per i figli. Io sebbene lavori dalla mattina alla notte non costruisco nulla. Per me. Figuriamoci per i miei figli.
Non sono neanche adirata con il mio oppressore, in parte è colpa mia se lo lascio fare, in parte lo vedo sfruttato dall’aguzzino più potente, ne scorgo il lato umano che si deforma come la sua faccia sotto il peso della stanchezza. Ma chi è l’aguzzino che sta sopra di tutti?
C’è differenza fra me e l’operaio della prima rivoluzione industriale? Quello senza diritti, quello della lotta di classe.
Eppure so di valere. So che se tutti incrociassimo le braccia, il potere tornerebbe a noi. E la mancanza di una coscienza collettiva, l’accettazione globalizzata dello sfruttamento, mi deprime ancora di più.
Vorrei averla conquistata la mia libertà.
Un architetto"
NB.
Il titolare dello studio che a suo tempo liquidava miseramente la collaborazione è stato di recente inquisito, pare si sia risaliti alla "CRICCA" dalle sue dichiariazioni.......
La non più tanto giovane architetto prova a fare la libera professione, il suo reddito è sotto la soglia di povertà e i figli tardano a venire.
Per fortuna il papà le paga il mutuo dell'appartamento a suo tempo regalatole e il marito parte delle spese!
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