La settimana lavorativa di quattro giorni
Post n°49 pubblicato il 18 gennaio 2009
Esaminiamo questa proposta, sorta in Germania e prontamente riproposta in Italia dal ministro Sacconi, da due punti di vista: come strumento di ammortizzazione sociale, come strumento di supporto alla domanda aggregata.
Cominciamo con il primo aspetto: immaginiamo una struttura economica in cui si producono beni da parte di 4 lavoratori per 5 giorni la settimana per 8 ore al giorno. Il tempo di lavoro sarà quindi 4 x 5 x 8 = 160. La produttività è pari a 1, i salari (1 € l’ora) pari a 160€.
Il crollo della domanda la porta a richiedere beni per sole 120 ore di lavoro, per cui l’imprenditore licenzia un lavoratore riducendo la produzione a 3 x 5 x 8 = 120. Se non esiste la cassa integrazione l’operaio licenziato si aggiungerà al popolo dei poveri. Se c’è la cassa integrazione il sistema di welfare si farà carico del lavoratore disoccupato secondo le norme in vigore.
Se invece di licenziare il lavoratore si riduce la settimana di una giornata lavorativa e si riduce la giornata lavorativa a 7.5 ore, si avrà allora una produzione pari a 4 x 4 x 7.5 = 120. In questo modo si è applicata un comportamento solidaristico cui le forze sindacali sono molto sensibili. Ancora però, si deve considerare se alla riduzione del tempo di lavoro il sistema preveda o meno un intervento della cassa integrazione. Se questa non interviene i lavoratori si vedranno decurtati i loro salari in proporzione al minor tempo lavorato, se al contrario interviene la cassa integrazione il sistema del welfare si farà carico di integrare la decurtazione di salario secondo le norme in vigore.
Abbiamo quindi quattro casi: due che incidono sui salari erogati a causa del licenziamento ovvero della riduzione del tempo di lavoro. Altri due casi prevedono invece l’intervento della cassa integrazione che reintegra in parte o in toto il salario perso nei due casi precedenti.
In tutti e quattro i casi precedenti l’imprenditore scarica completamente l’effetto del calo della domanda sui suoi dipendenti che solo in due casi, con l’intervento della cassa integrazione ed al sistema di welfare, riescono ad attenuare la perdita di salario.
Se dovessimo considerare tre macrosoggetti ovvero; i salari, le imprese, il sistema di welfare, vedremmo che le imprese non ci rimettono mai, se non gli effetti di scala delle minori produzioni; i salari ci rimettono in tutti e quattro i casi e solo in due riescono ad attenuare le conseguenze negative facendo ricorso al sistema di welfare.
Considerando questi quattro casi dal punto di vista del supporto alla domanda aggregata, vediamo subito che le quattro soluzioni non servono in alcun caso allo scopo.
Nei due casi in cui interviene la cassa integrazione il supporto alla domanda è uguale alla condizione di partenza solo se il supporto della cassa reintegra il 100% del salario perso. Se l’integrazione è inferiore al 100% la domanda già diminuita, subisce un ulteriore decremento che rischia di mettere in moto una spirale recessiva.
Nel caso in cui, poi, la cassa integrazione guadagni non interviene, ci troviamo di fronte ad un effetto molto netto e negativo sulla domanda aggregata.
Quindi in presenza di effetti recessivi che potrebbero a loro volta generare ulteriore sottoimpiego dei fattori della produzione, con conseguente ulteriore riduzione della domanda aggregata, l’intervento del sistema del welfare è fondamentale per attutire gli effetti negativi, anche se è inefficace quale strumento di rilancio della domanda.
Dobbiamo ora approfondire un aspetto, e cioè quello relativo al finanziamento della cassa integrazione. Da un’analisi formale la cassa è finanziata in parte dai lavoratori (non tutti però ne contribuiscono e ne godono) ed in parte, preponderante, dai contributi a carico del datore di lavoro.
Ma occorre esser chiari; il datore di lavoro ragiona in termini di costo aziendale della mano d’opera, ivi inclusi tutti i contributi conseguenti ed ivi inclusa anche l’irap – anche se questa non sempre è calcolata sul totale costo dl lavoro (cuneo fiscale) né sempre è dovuta (come nel caso in cui la perdita ecceda il valore imponibile del costo del lavoro). Ciò significa che il contributo alla cassa integrazione guadagni non è altro che una modalità di pagamento dei salari che invece di essere messi in busta paga sono versati al fondo Cig: ne consegue che la cassa è finanziata in toto dai lavoratori ed il contributo formalmente a carico del datore di lavoro è una componente del costo del lavoro aziendale unico parametro considerato dal datore di lavoro nel suo calcolo economico. Ne deriva che la cassa integrazione è finanziata dal monte salari per cui l’attenuazione dei disagi di cui parlavamo analizzando i quattro casi di effetti derivanti dalla riduzione della domanda, è dovuto unicamente al sistema solidale dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali.
Certo è che il ricorso alla cassa integrazione in quantità inusitate (generalmente la cassa espone utilizzi inferiori alle contribuzioni) potrebbe portare all’esaurimento delle disponibilità.
Sarebbe allora raccomandabile che il sistema fiscale contribuisse a rafforzare le potenzialità di questa cassa in particolare nei momenti di difficoltà. E se è giusta la nostra analisi secondo cui la crisi attuale è una crisi di domanda a sua volta derivante da un inedito spostamento di punti di PIL dai salari ai profitti, ci sembra logico proporre che il finanziamento della cassa integrazione guadagni avvenga con i proventi di una rinnovata imposta sulle successioni, misura peraltro presa dal governo francese
Tale tipo di finanziamento avrebbe da una parte un benefico effetto redistributivo, dall’altro costituirebbe un supporto alla domanda aggregata.
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Renato Gatti
Dottore commercialista- esperto in economia aziendale




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