
Le manifestazioni dei precari che si sono tenute in tutte le città, hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica, quella che è la vera emergenza sociale del paese, e cioè che un’intera generazione di giovani e una generazione di 40enni e 50enni sono di fatto emarginate dalla società, non riescono ad entrare o a rientrare nel sistema lavorativo e non hanno , allo stato attuale, nessuna certezza sul proprio futuro.
Solo una sinistra, impallata su se stessa, sempre a rincorrere le agende della destra, presa da una smania giustizialista, non poteva, nemmeno quando era al governo, non rendersi conto che stava esplodendo la questione occupazionale e salariale.
Si può essere impotenti rispetto a questa situazione, può un partito come il nostro, pur meno influente del passato, ma sempre il partito che fondò in Italia il movimento dei lavoratori, non cercare di affrontare questa emergenza, può noi far finta di niente e andare dietro ai processi di Berlusconi e basta?
Io credo di no! Non possiamo e non dobbiamo, e allo stesso modo abbiamo l’obbligo di essere capaci di affrontare e analizzare il problema e capire perché si è arrivati a tale situazione, valutando i numeri reali e non le percezioni della gente.

La legge 30, così va chiamata, non ha introdotto il lavoro precario nel nostro paese, come da vulgata popolare. E’ una legge scritta male, inutile e per alcuni aspetti dannosa, con buona pace del pseudo-socialista Sacconi.
La realtà è sotto i ns. occhi.
Si è creato un mercato duale, con lavoratori di serie a e serie b, ma specularmente ai capolavori del governo di centro destra fatti da Maroni e Sacconi. Allo stesso modo il PSI deve dire chiaramente che nemmeno l’ultimo governo Prodi è intervenuto minimamente sul sistema del mercato del lavoro.
Togliere lo staff leasing, che prevedeva contratti di assunzione a tempo indeterminato, che coinvolgeva solo 1500 lavoratori, non introdurre sistemi di garanzia e tutela per le persone escluse dal mercato del lavoro o espulse, quando i soldi c’erano (cfr. “tesoretto”!), non aver contrastato l’abuso delle CO.CO.CO., soprattutto nelle PP.AA., ha permesso la creazione di condizioni, tanto più in un momento di crisi mondiale dell’economia, di uno stato di precarietà e d’insicurezza di larga parte della popolazione italiana.
Una sinistra riformista, un partito che si richiama al mondo del lavoro, deve evitare di fare semplici azioni propagandistiche e buttare via il bambino con l’acqua sporca. Deve avere il coraggio di dire, senza esitazioni, che bisogna tornare allo spirito e alla filosofia che animava nel profondo la riforma di Treu, che vide il consenso di tutto il mondo sindacale. Si deve chiaramente affermare che un conto è parlare di precariato, altro è parlare di flessibilità, in un’economia globale , in un mercato altamente competitivo. Non si può considerare la flessibilità del lavoro, da parte di un partito riformista quale il Psi, da parte di un centro sinistra che vuole governare il paese, il tabù del terzo millennio.
Il Psi deve quindi indirizzare la propria iniziativa politica avendo l’obiettivo di conquistare il consenso di quei lavoratori che sono stati assunti nei luoghi di lavoro con contratti precari, che si sentono sempre più lavoratori di serie b, e che sono lasciati al loro destino dalle aziende, dallo stato, e in moltissimi casi anche dal sindacato. Il partito, la sinistra riformista devono mettere in campo, come priorità delle priorità, tutte le azioni e leggi conseguenti che permettano a questi cittadini di entrare a pieno titolo e con tutte le garanzie nel mondo del lavoro, proponendo una totale e radicale modifica dell’intero sistema degli ammortizzatori sociali.
Va messa in campo una vera e propria azione riformista che porti a una vita fatta di tempi di lavoro, che devono essere pagati congruamente, con eventuali tempi di non lavoro, nei quali le persone entrano in un regime di formazione continua. Tale periodo deve essere a carico dello Stato ed eventualmente gestito dalle Regioni, che pagano a questi lavoratori, un salario minimo garantito e consentono loro di avere un minimo di contributi. Lo Stato, così facendo, non presta assistenza, ma investe sulla propria classe lavoratrice, che formata può rientrare in un mercato mondiale dove la professionalità dei propri lavoratori diventa la risorsa più importante per i paesi, i soldi ci sarebbero basterebbe riformare radicalmente il sistema della formazione professionale, e finalizzarla all’inserimento lavorativo e non come oggi al mantenimento delle strutture burocratiche che la esercitano.
Certo le proposte su cui stiamo lavorando come dipartimento lavoro anche con la collaborazione della FGS e che presenteremo in un convegno prossimo, partono dalla considerazione che le cose così non vanno, che un paese non può permettersi di avere intere generazioni fuori dalla società, non può permettersi di non dare un futuro ai propri figli.
La sinistra deve riflettere su questa situazione, affrontandola nel profondo. Si deve riformare l’intero assetto della formazione professionale, rendendo attuale un nuovo statuto non più solo dei lavoratori, ma dei lavori, ricreando un vero collegamento fra scuola e mondo del lavoro. Va creato un vero e proprio sistema di salari d’ingresso per i giovani (qualcosa di simile alla famosa legge 285 degli anni 70) togliendo l’apprendistato per i ns. laureati che li mortifica per l’investimento in tempo, denaro e fatica per loro e la società.
Si deve realizzare nuove relazioni industriali basate sulla partecipazione, rilanciando come valore imprescindibile l’unità della classe lavoratrice, facendo diventare tutto questo l’asse e la priorità del programma di una sinistra di governo, nella quale il riformismo socialista sia un importante valore di riferimento.
Marco Andreini
Responsabile settore mercato del lavoro
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