
La sinistra è decisamente in crisi; una crisi afasica che lascia un disperante senso di impossibilità di cambiare le cose, di poter immaginare un’alternativa, una sostituzione.
In termini strategici la sinistra non offre più la prospettiva del “sol dell’avvenire” ma sembra ingabbiata in una miscela di nostalgie senza vedere un’uscita dal tunnel, senza presentare una via percorribile e condivisibile. Anche i recenti fatti corruttivi non aprono l’ipotesi di un ritorno della sinistra, una sana rivolta contro mariuoli e birbantelli e loro burattinai, ma aprono prospettive tetre di decadenza e di disfacimento di un paese.
L’afasia della sinistra ha cause profonde, non facilmente superabili con volontarismo o facili entusiasmi. La ricerca di queste cause è nostro compito storico. Il mio contributo in questa ricerca è semplice: si è persa la coscienza di classe, la consapevolezza che la storia è il risultato di conflitti di classe.
Quando parlo di classe, di classismo, non intendo per nulla rifarmi all’oleografia che della classe operaia fu fatta nel secolo scorso. Si osannava la classe operaia acriticamente come modello da imitare o da prendere ad esempio; paradigma della soluzione dei problemi e oggetto di perfezione; la classe generale che risolvendo i suoi problemi avrebbe risolto i problemi di tutti.. In una bellissima scena del Deserto rosso di Antonioni, Monica Vitti ritrovava un senso per la sua vita assurda, mordendo un panino datole da un operaio. L’ossimoro poi era che la condizione della classe operaia era quella da emancipare , da disalienare da umanizzare per il livello di sudditanza cui era tenuta. Insomma si indicava come modello ciò che invece si indicava come condizione da cambiare anche rivoluzionariamente. Gli estremi di questa impostazione sboccarono nell’operaismo dei gruppi extraparlamentari.
Quando parlo di classismo, intendo invece la capacità di interpretare i fatti storici e politici con lo strumento dell’interpretazione materialistica della storia; la più grande scoperta filosofica di Marx. Storicamente e giustamente la via rivoluzionaria è stata abbandonata per una via riformatrice (anch’io preferirei, come si usava negli anni ’60 la parola riformatrice opposta alla parola riformista) si è lasciato Marx per Bernstein, ma si è trovato Palme e Meidner. Nella fase successiva l’anelito riformatore, e penso al primo centro sinistra degli anni ’60, si è trasformato in un più pallido riformismo; abbiamo perso Lombardi, Amendola e ci siamo ritrovati Blair e Nencini.
Il discrimine è l’atteggiamento verso il capitalismo: da superare o comunque da criticare (alla kant) continuamente, per evidenziarne e combatterne le contraddizioni ed i limiti, nel caso dei riformatori; da accettare così com’è per vedere come “esserne inglobati, inclusi, diventarne partecipanti” nel caso dei riformisti.
Se oggi noi amiamo parlare e ci identifichiamo come fautori delle “riforme di struttura” è perché ci sentiamo riformisti nel senso di riformatori e non riformisti nel senso di riformisti.
La logica riformista-riformista parte dall’accettazione del capitalismo come ineluttabile e quindi si preclude la possibilità di vederne e combatterne le contraddizioni. Si accetta tutto e si cerca di trovare uno spazio per sé, non più tanto come classe ma come ceto. L’accettazione acritica del riformista-riformista lo rende incapace di criticare i rapporti di classe esistenti, i conflitti di classe derubricati a malessere e disagio di un cattivo funzionamento delle regole, del mercato, del sistema. La crisi economico-finanziaria, secondo la visione riformista-riformista, è un errore di percorso non è la crisi sistemica di una fase del capitalismo.
Il riformista-riformatore, invece, si rende conto di vivere in una società classista, ove ogni argomento va affrontato avendo presente l’ineluttabile conflitto di classe e di cui deve tener conto nelle sue proposte di riforme, che per essere tali non sono riforme all’interno del sistema ma per modificare, nel grado concesso dall’esistente rapporto di forza tra le classi, il sistema stesso.
E’ di classe il fisco. Le norme fiscali ed i risultati del gettito fiscale rispecchiano in modo evidente l’impostazione di un fisco di classe che colpisce i produttori che vivono, lavoratori e piccoli imprenditori, del loro lavoro. Penso alle varie norme che privilegiano la rendita, la speculazione, i profitti non guadagnati, la creazione di valore dal nulla, appropriato da altri.
E’ di classe l’evasione dal fisco. Non basta un fisco di classe, ma è di classe anche l’evasione, la fuga dal fisco, che al massimo premia la fuga con lo scudo fiscale.
Si esentano i ricchi dall’Ici sull’abitazione principale, i comuni rimangono senza fondi, non fanno gli asili nido, e le madri non possono andare a lavorare. Ecco come un’agevolazione di classe danneggia la classe subalterna.
E’ di classe la giustizia. Tutte le riforme che da 15 anni il regime berlusconiano porta avanti è quello di dare impunità ai colletti bianchi (eufemismo per indicare una classe) e carceri all’altra classe. Le statistiche dell’appartenenza di classe dei carcerati, dei condannati, dei processati va confrontata con la statistica dell’appartenenza di classe dei prescritti.
E’ di classe l’informazione, sempre più legata al potere esistente, ma soprattutto espressione della stravincente cultura berlusconiana. Quanti litri di inchiostro versati per San Remo, e quanto silenzio per le vittime delle morti bianche.
E’ di classe la mobilità sociale. L’indice Gini, che spero ormai sia familiare a tutti noi, denuncia un congelamento delle presenze nella classe di appartenenza generazione dopo generazione. Un “catrame” (come lo chiamava Mastronardi) che oggi si definisce “gelatina”, fatta di “nobili” ladri e “plebei” depauperati.
E’ di classe il mondo del lavoro! Esistono i “padroni” (i vip, i faccendieri, i “milano da bere”, i managers, i commis di stato, gli appaltatori amici, gli amici degli amici, le amiche degli amici, e chi va a raccogliere preservativi), i “garantiti” (a rischio di licenziamento), i “precari”, gli stranieri comunitari, gli “extracomunitari”, i “neri”. Sono classi che si stanno consolidando, che stanno diventando così rigide come lo erano prima della rivoluzione francese, con la differenza che non si vede alcun Robespierre all’orizzonte. Il senso comune fa accettare a ciascuno, come un fato ineluttabile, la sua condizione. E ristagna nel suo indice Gini senza reazione. Apparente, per ora.
E c’è un ulteriore elemento peggiorativo; i “padroni”, alcuni di essi, si stanno coalizzando con la mafia, ‘ndrangheta, et similia; nuove alleanze simili a quelle nella massoneria e nella P2.
Non utilizzare lo strumento interpretativo “classe” nella lettura e nella proposizione politica odierna significa semplicemente operare da cervelli alienati e subalterni.
La sinistra può rinascere solo se torna ad una logica critica di classe, e tenta di far risorgere la coscienza di classe delle masse gelatinose che si lasciano vivere l’oggi.
Il brodo veltroniano “non esiste più lotta di classe”, la melassa paternalistica “siamo tutti una famiglia”, la gelatina sociale “siamo tutti su una barca”, il catrame borghese “non sputare nel piatto dove mangi”. Ecco un elenco di luoghi comuni di cui dobbiamo disfarci, per tornare ad usare l’interpretazione materialistica della storia come usiamo il gps, a guardare all’indice Gini come si guarda ai messaggi nel nostro telefonino, ad usare la critica dialettica come usiamo il nostro personal computer.
Parafrasando Marx possiamo dire che noi non siamo sudditi perché i padroni sono padroni; ma i padroni sono padroni solo perché noi agiamo come sudditi.
Forse la sinistra tornerà a dare speranza.
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