QUANDO SI CREDEVA ALLA PROGRAMMAZIONE
Nelle mie ricerche, mi è capitato questo stralcio del Comitato centrale del PCI dell'aprile del '50 relativo al famoso Piano del lavoro della CGIL.
Penso fare cosa utille, pubblicandolo per studio ed approfondimento o curiosità storica
Stralcio del Comitato centrale del PCI del 28/4/50 sul “Piano del lavoro”
Il piano del lavoro proposto dalla CGIL, dopo il rifiuto del governo e delle classi padronali, diviene ora motivo di agitazione e di lotta per le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori. Il perdurare di una situazione in cui la maggioranza della popolazione lavoratrice è costretta ad una vita intollerabile di stenti e di miseria, con una disoccupazione permanente di milioni e milioni di lavoratori; provato ormai che la politica economica governativa, basata sulla difesa dei privilegi dei ceti dominanti, è incapace di risanare le piaghe più dolorose di cui soffre il popolo italiano; impone in modo sempre più urgente la esigenza di una nuova politica che, ispirandosi alle necessità ed ai bisogni delle classi del lavoro e della produzione, crei condizioni e possibilità di maggior lavoro e di più alto sviluppo delle sane forze produttive del paese. A questa esigenza risponde il piano del lavoro.
Nella concezione ed impostazione del piano è implicito un particolare giudizio sul carattere della attuale depressione economica, la quale non è una “crisi” tradizionale, né comunque un fenomeno occasionale e transitorio, ma è in larga parte dovuta alla attuale struttura della nostra economia. Invero, sono fattori di depressione l’arretratezza quasi feudale in vaste zone dell’agricoltura, che mantiene ad un troppo basso livello la capacità di acquisto del mercato interno; il predominio assoluto dei grandi monopoli capitalistici, che ostacolano e limitano il normale sviluppo delle forze produttive, gli squilibri profondi ereditati dalla guerra, che paralizzano l’iniziativa privata in vasti settori della attività economica. Perciò il Piano del lavoro, con la bonifica e la riforma agraria; la nazionalizzazione dell’industria elettrica e la costruzione di nuovi impianti; lo sviluppo delle costruzioni edilizie, tende appunto a dare impulso a tutta l’attività produttiva ed a superare il marasma della depressione.
Il Piano del lavoro non è un programma generico di lavori pubblici che tende ad occupare temporaneamente un certo numero di disoccupati, ma un piano di “investimenti produttivi” che tende a creare la possibilità di una maggior occupazione permanente di lavoratori. Esso esplica una influenza generale su tutta la economia del paese. Infatti l’aumento della produzione significa aumento dell’occupazione, quindi dei consumi e della capacità di acquisto del mercato, nel suo complesso. Di conseguenza aumentano le importazioni e così creano nuove possibilità per le esportazioni, il che significa nuovo impulso alla produzione e nuove possibilità di lavoro. E’ necessario perciò che le nostre esportazioni siano libere di espandersi in tutti i paesi; di qui l’esigenza di liberarci dai vincoli ed impedimenti che il Piano Marshall pone ai nostri cambi con i paesi dell’Europa Orientale.Ed è pure necessario mantenere la nostra indipendenza economica, per assicurare alla nostra economia la possibilità di svilupparsi secondo le esigenze del nostro interesse nazionale, e non in funzione di interessi stranieri; il che significherebbe per il nostro paese distruzione di ricchezza, più alti costi di produzione, più basso tenore di vita del popolo italiano.
Per il finanziamento, il Piano riporta giustamente il problema finanziario al suo fondamento economico e produttivo. Si tratta cioè di trovare il modo di riportare nel processo produttivo il risparmio reale esistente, ma tuttora inerte e inutilizzato. Il finanziamento ha perciò importanza e valore decisivo solo per la fase iniziale. Le fonti possono essere diverse: riserve valutarie e auree, fondo-lire, risparmio monetario tesaurizzato, tributi, espansioni del credito e della circolazione nei limiti di un effettivo impiego produttivo. Questa politica non è inflazionistica. Il Piano del Lavoro è per principio contro l’inflazione, poiché questa ne renderebbe impossibile la realizzazione.
Il Comitato centrale del partito ha dichiarato di approvare il Piano del lavoro, nel senso e nei limiti sopra indicati, riaffermando che esso non è un progetto di pianificazione socialista, né un utopistico tentativo di “organizzazione” dell’economia capitalista. Il piano significa una nuova politica economica, democratica e nazionale che tende a realizzare il massimo di produzione e di occupazione possibile nell’attuale sistema economico.
Contro il Piano del lavoro si è decisamente dichiarata la grande borghesia terriera e industriale, i cui privilegi di classe sono legati proprio a quei residui feudali ed a quelle posizioni di monopolio che il Piano tende ad eliminare nell’interesse dell’economia nazionale. La stessa posizione è stata sostanzialmente assunta anche dal governo, il che rivela e conferma quali interessi ed egoismi di classe siano predominanti nella sua politica. Per rafforzare tale predominio si è costituito un blocco agrario-industriale che rifiuta qualsiasi riforma o concessione, e con rinnovato spirito fascista minaccia aperta reazione contro le forze democratiche e le classi lavoratrici. In tale situazione è necessario impegnare una lotta politica per la realizzazione del Piano del lavoro. A tale lotta il Partito comunista darà tutto il suo appoggio.
La lotta per il Piano deve legarsi alle lotte per le rivendicazioni immediate dei lavoratori, e per la difesa dei ceti produttori ostacolati o minacciati dal predominio di grandi monopoli. Ogni azione sindacale per obiettivi parziali deve divenire agitazione e lotta per il Piano: salari, licenziamenti, chiusure di fabbriche, metodi di sfruttamento del lavoro, ecc., nell’industria; collocamento e imponibile di manodopera, migliorie fondiarie, patti agrari, democratizzazione dei Consorzi di bonifica, ecc., nelle campagne, sono tutte questioni che si legano al Piano del lavoro. La lotta in difesa degli interessi dei lavoratori si identifica sempre più con la lotta per il rinnovamento e il progresso nazionale, e può mobilitare e legare alle classi lavoratrici le più diverse classi sociali.
A tale sviluppo positivo e costruttivo dell’attività sindacale devono essere interessate le masse lavoratrici delle città e delle campagne con le “Conferenze di produzione” e la preparazione di “Piani di produzione” da agitare e dibattere nel paese per creare un movimento di opinione pubblica favorevole alla realizzazione del Piano del lavoro. In questa attività assumono particolare importanza i “Consigli di gestione” e i “Comitati per la terra” la cui attività deve svolgersi in stretta connessione con la azione dei Sindacati.
Il Piano del lavoro è un programma organico che esprime un determinato indirizzo di politica economica. L’attuazione di qualche sua parziale rivendicazione non significa realizzazione del Piano. D’altra parte il Piano non supera i limiti dell’attuale sistema economico e può in esso avere piena attuazione. Sarebbe perciò un errore considerarlo come motivo di pura propaganda: esso risponde ad una esigenza nazionale immediata ed attuale.
Il Piano del lavoro è un appello alla solidarietà nazionale , è un’offerta di collaboraione dei lavoratori a tutte le classi disposte a compiere uno sforzo comune per eliminare le miserie più gravi e dare un minimo di sollievo alle grandi masse popolari.




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