CONVEGNO “LA SINISTRA EUROPEA AL TEMPO DELLA CRISI”: LE CONCLUSIONI DEL SEGRETARIO LdSNE

Per formarsi un quadro minimamente realistico della situazione attuale è opportuno, come sempre, partire dall’analisi dei fatti: da questo punto di vista, la vicenda greca è altamente istruttiva, e non solo perché anticipa quello che, temiamo, sarà il futuro del nostro Paese.
Nell’ultimo biennio, il popolo ellenico è stato affamato a colpi di manovre, derubato dei diritti fondamentali (politici, sociali, economici), condotto alla disperazione - e qual è il risultato? Che il debito pubblico della Grecia è aumentato in rapporto al PIL, perché il reddito nazionale è crollato (-8,1% nel primo trimestre, -6,9% nel secondo), a causa dei sacrifici inumani imposti dalla troika FMI-BCE-UE. E’ evidente che, tagliando tutto il tagliabile, i problemi si aggravano anziché risolversi, e l’economia di un Paese non cresce: affonda. Nulla di nuovo sotto il sole, secondo l’economista Fabian Lindner, che scrive: “Un Paese affronta un abisso economico e politico; il governo è sull’orlo della bancarotta e impone severe politiche di austerità: i dipendenti pubblici subiscono forti decurtazioni di stipendio e le tasse aumentano drasticamente; l’economia va a fondo e il tasso di disoccupazione esplode; le persone si scontrano nelle strade mentre le banche collassano e i capitali internazionali abbandonano il Paese. La Grecia nel 2011? No, la Germania nel 1931. Il capo del governo non è Lucas Papademos, ma Heinrich Brüning (…)[1]”.
Se errare è umano (in fondo, la crisi del ’29 non aveva precedenti), perseverare è indubbiamente diabolico. Dobbiamo allora concludere che i funzionari di Fondo Monetario e BCE sono una massa di dilettanti allo sbaraglio? Forse è così, o forse la spiegazione è diversa, più complessa. Può darsi che l’obiettivo di tutta l’operazione “lacrime e sangue” – che colpisce lavoratori, pensionati e welfare, non le classi privilegiate, e già questo dovrebbe dirci qualcosa - non sia quello dichiarato, e che la crisi non nasca nel 2007, bensì molto prima… diciamo trent’anni orsono.
L’indebolimento, e poi il crollo, dell’URSS privano le classi lavoratrici europee di un padrino ingombrante, ma utilissimo – perché la minaccia sovietica, spaventando le elite occidentali, le aveva indotte a “comprarsi” la fedeltà dei ceti subalterni, facendo ampie concessioni. Diritti, un certo grado di Democrazia e Stato sociale appaiono un investimento, un buon investimento – che, però, allo svanire dello spauracchio orientale, diventano un costo. I primi a reagire alla nuova situazione sono i capitalisti più lontani dal “fronte” - cioè quelli americani e britannici - che decidono di riprendersi i doni fatti in precedenza, e agiscono senza indugiare (prima metà degli anni ’80). Ecco le origini dell’odierna crisi – e non è un caso che, in greco antico, il termine krisis abbia come primo significato “scelta, decisione, giudizio”. Scelta discrezionale, perché frutto di un preciso disegno politico, il disegno neoliberista di smantellamento del welfare, che la crisi odierna – cioè la fase acuta della patologia già in essere - porta a compimento. Il continente subisce, al principio degli anni ’90, un attacco su tre fronti: quello economico-speculativo, che conduce a massicce privatizzazioni; quello propagandistico, teso alla conquista dell’egemonia culturale da parte dei liberisti (che riescono a far passare lo slogan “privato è bello, pubblico è brutto”); quello politico, con la nascita, a Maastricht, di un’Unione economico-commerciale ma non politica, basata sul feticcio della concorrenza e su parametri ora elastici, ora drammaticamente rigidi. Già nel corso del decennio 1990-2000, la legislazione europea impone ai governi scelte liberiste (ad esempio, in materia di servizi pubblici), di fatto esautorandoli. L’accoglimento di tutti gli Stati nella zona euro – senza andar troppo a sottilizzare sui bilanci – segna una tappa evolutiva ulteriore. Quella successiva è la crisi “acuta”, causata dalla finanza anglosassone che – dopo aver beneficiato di giganteschi aiuti governativi – si convince definitivamente della propria forza, ed esporta il bacillo in Europa. Perché? Perché quello europeo è ancor oggi il primo mercato al mondo; e perché, dopo aver saturato il continente di beni di consumo, il Capitale individua ricchissimi terreni di pascolo nella sanità, nell’istruzione, nella gestione dell’acqua – in tutti quei campi ancora presidiati dallo stato, che dunque va tolto definitivamente di mezzo. Si realizzerà così la “profezia” fatta nel ’31 da Adolf Berle jr, elemento di punta del think tank rooseveltiano: dopo Chiesa e Stato, tocca adesso al potere economico privato reggere il mondo. Che il primo assalto sia stato rivolto alla Grecia non deve sorprendere. Il Paese ellenico era l’anello più debole della catena, e si prestava magnificamente all’esperimento, per via della corruzione diffusa, di uno Stato sociale generoso e di una popolazione fiera e combattiva. Via via verrà il turno di tutti gli altri: non c’è persona (o nazione) virtuosa che non abbia i suoi vizi, e su questi si fa leva per giustificare campagne “senza alternative” di massacro sociale.
L’attuale è dunque una crisi eminentemente politica, in cui ognuna delle star dell’economia finanziaria (banche, multinazionali di seconda generazione, istituzioni sovranazionali “tecniche”, governi emergenziali e società di rating) si mette al servizio della squadra. Ai politici tradizionali, invece, spetta l’ingrato ruolo di comprimari, proprio perché, dovendo rispondere ad elettorati ansiosi, cercano di esporsi il meno possibile, e magari, per incompetenza e miopia, neppure comprendono quanto sta avvenendo. Alcuni ritengono che Frau Merkel stia ammazzando l’Europa (e quindi anche la Germania ): si tratta però di un omicidio – rectius: di un concorso - colposo, causato da macroscopica imperizia. Il dolo sta altrove.
Capitolo sinistra: qui la questione si ingarbuglia, e non poco. Il problema è politico, non solo terminologico: dopo la caduta del muro, la maggioranza delle forze di ispirazione marxista e socialdemocratica si converte bruscamente al liberismo trionfatore, abbracciando il pensiero unico. La prova? Ad un certo punto, negli anni ’90, quasi tutti i Paesi dell’Unione sono governati da forze nominalmente di sinistra, ma lo Stato sociale arretra ovunque, si procede con le privatizzazioni ecc.
L’equivoco nasce dal considerare “di sinistra” personaggi come Blair e Schröder. Oggi, “grazie” alla crisi, la linea di faglia tra destra e sinistra è meglio visibile di quanto non fosse 10 o 15 anni fa. Essa consiste nell’accettazione, o meno, dell’impostazione e delle politiche liberiste: chi non vede alternative al sistema esistente, ritiene che la famosa lettera della BCE sia un “programma di governo” da applicare (e non un vulnus alla democrazia) e vota una manovra che penalizza i poveri “perché non c’è alternativa” è un conservatore, di destra, anche se si dichiara riformista o progressista; chi, al contrario, rifiuta ricette inique e controproducenti, giudica i diritti più importanti di spread e profitti e, soprattutto, pretende il superamento del sistema attuale è un innovatore, di sinistra. La crisi è uno specchio fedele, e se ci svela che, perlomeno in materia di politiche economico-sociali, i c.d. “liberal” del PD stanno più a destra di Forza Nuova non c’è ragione di non crederle.
Alla luce di questa fondamentale distinzione, viene meno quella tra Sinistra socialdemocratica e radicale o, per meglio dire, massimalista. La volontà di superare il sistema attuale è rivoluzionaria per definizione, dunque massimalista – d’altra parte, è anche ciò che distingue la sinistra dai conservatori. Quindi, delle due l’una: o i socialdemocratici sono “massimalisti” – il che non impedisce loro, attenzione, di condurre doverose battaglie interne al sistema per attenuare gli effetti delle misure più gravose e ingiuste – oppure non stanno a sinistra. Tertium non datur.
Pertanto, l’esigenza di un compattamento delle forze di sinistra è oggi ineludibile – a livello europeo, perché nessuno Stato è in grado di contrapporsi, da solo, allo strapotere della finanza globalizzata. La parte non contaminata del PSE e la Sinistra Europea devono costituire un fronte comune, aperto ai Verdi, ed elaborare insieme un piano di uscita dal capitalismo e di costruzione di una nuova società, ispirata ai valori del Socialismo, della solidarietà e dell’uguaglianza sostanziale.
L’obiettivo non è perseguibile attraverso cartelli elettorali con forze conservatrici: bisogna restituire concretezza all’ideale scendendo in piazza, diventando Popolo, coinvolgendo i movimenti che, talvolta senza saperlo e quasi sempre disdegnando sigle e bandiere, combattono una battaglia contro l’esistente, una battaglia – dunque - oggettivamente di sinistra. L’indignazione deve mutarsi in consapevolezza che il sistema liberalcapitalista produce, per sua natura, diseguaglianze sociali, sopraffazione e miseria, e che, avendo acquisito una connotazione religiosa, non è riformabile dall’interno. Ormai, per edificare non il comunismo ma semplicemente una società a misura d’uomo, in cui i diritti siano assicurati e vi sia un minimo di giustizia, è indispensabile una Rivoluzione anzitutto culturale. Se saremo uniti, questa Rivoluzione potrà essere pacifica, e accompagnarci verso una nuova alba.
Altrimenti ci saranno soltanto schiavitù e cruente, ma improduttive jacquerie, che muteranno il nostro continente in un inferno secentesco.
Norberto Fragiacomo




image:http://www.scarpe4calcio.com/i...
link:http://www.nhlshopusa.com/nhl-j...
There are dozens of conventional lin...
Don't think that you will link:http...
By the time I obtained home that nigh...
Questo è bello..da portare a scuola. ...
For hire and it is at link:http://w...
There are a few things link:http://w...
By wearing replica link:http://www....
Per me è un'ottima sintesi di tutte l...
Cari Compagni invito tutti i compagni...
Abbiamo infatti ritenuto di pubblicar...
E' grave aver impedito a Marco Ferran...
Although link:http://www.hermesrepli...
Everything link:http://www.replicach...