IL TURCO ALLA PREDICA (DELLA SINISTRA)

Su invito di alcuni compagni, sono andato a leggermi, domenica scorsa, un’analisi dedicata da Marco Ferrando (leader storico della sinistra trotzkista e del Partito Comunista dei Lavoratori) al c.d. movimento dei forconi, che in questi giorni tiene in ostaggio la più vasta regione italiana.
Una doverosa premessa: stimo Ferrando per la sua coerenza e dirittura morale; mi è capitato, non di rado, di dargli ragione su singoli punti. Nel caso di specie, la ricostruzione “ambientale” era convincente, e le conclusioni, nel loro complesso, abbastanza condivisibili. Sin dalle prime righe ho tuttavia avvertito che c’era nel testo qualcosa che non andava, qualcosa di “sbagliato”: non è stato arduo realizzare che si trattava del lessico.
Badate: non sto accusando il segretario del PCL di scrivere “male” o di usare termini impropri; dico semplicemente che il linguaggio del documento mal si adatta al tempo presente. Un esempio – e un dato – chiariranno il concetto: “Forza Nuova sta agendo per fare del movimento dei Forconi la leva di una rivolta popolare reazionaria, in Sicilia, nel Sud, in Italia. Il PCL, nei limiti delle sue forze, lavora per la prospettiva esattamente opposta: entrare nel varco aperto dalla rivolta dei forconi in funzione della rivolta sociale contro la dittatura degli industriali e delle banche; della sua estensione e propagazione a partire dal meridione e dalle isole; dell'egemonia di classe e anticapitalista sulla rivolta popolare; della prospettiva generale del governo dei lavoratori.” Nello scritto, le parole “borghesia” (o “borghese”) e “proletariato” (o “proletario”) ricorrono, rispettivamente, 15 e 5 volte: sulla carta (anzi, sullo… schermo) la contrapposizione è netta; nel mondo reale, invece, le tinte si fondono in un grigiore indistinto. L’operaio che - finché ha un posto di lavoro – prende 1.200 euro al mese è un proletario, siamo d’accordo; ma come definire l’impiegato o il piccolo funzionario che guadagnano, se va bene, 200 o 300 euro in più? Borghesi piccoli piccoli, al pari dell’edicolante e del tabaccaio, o veri e propri proletari? Forse, oggi come oggi, la domanda è meno sensata di quanto apparisse cento o centocinquanta anni fa. Come è abbastanza noto, il proletario è chi possiede, oltre alla propria forza lavoro da vendere al mercato, soltanto una riserva di braccia – cioè la “prole”; nell’Inghilterra di metà ‘800 descritta da Carlo Marx questo tipo umano abbondava, ed era facilmente distinguibile dagli altri (proprietari, capitalisti, funzionari e ceti intellettuali). Pur formalmente libero, il proletario era di fatto uno schiavo, che viveva ai margini della società in condizioni subumane. L’operaio odierno è spesso proprietario dell’appartamento in cui abita, ha l’automobile e diritti (sempre meno) garantiti: la sua situazione è dunque – almeno in apparenza – diversissima da quella del “collega” britannico di un secolo e mezzo fa, e presenta spiccate analogie con quella dell’insegnante o del funzionario laureato, che pure apparterrebbero alla classe “borghese”. Ironia della sorte, il maestro, più colto, ma non raramente più povero del lavoratore manuale, sostiene in genere i partiti “di sinistra”, mentre il proletario doc presta sovente orecchio alle sirene del populismo di destra. Il punto è proprio questo: oltre a rifiutare istintivamente la qualifica di “proletario” (che per lui è sinonimo di morto di fame), l’operaio medio incontra enormi difficoltà ad intendere i ragionamenti del leader/intellettuale socialcomunista, che parla “difficile”, gli addita un modello poco seducente e non si tiene al passo con i tempi. Questo ci riporta all’articolo di Marco Ferrando (ma la patologia, sia chiaro, è diffusissima, e il sottoscritto non ne è affatto immune!) che, datato gennaio 2012, potrebbe benissimo risalire a cent’anni fa: le formule e le modalità espressive non sono cambiate.
In un universo plasmato da pubblicità e marketing la confezione conta più del contenuto: ecco spiegato il relativo successo di movimenti come Forza Nuova, che suscita – in tanti attivisti di sinistra – una frustrazione incredula e rabbiosa. Ben prima che i suoi striscioni facessero capolino nelle manifestazioni siciliane, FN è assurta a bestia nerissima dei movimenti che si battono contro la dittatura della finanza in Europa: al timore che i due messaggi (il nostro e il loro) vengano confusi si somma lo sconcerto per la visibilità acquisita di recente da organizzazioni che non fanno mistero di richiamarsi al fascismo. Reagire scagliando anatemi è abbastanza puerile, e non porta da nessuna parte: meglio sforzarsi di comprendere come mai, in certe occasioni, la voce dei neri sovrasti la nostra. Passeggiando per le strade di Trieste, mi sono imbattuto in alcuni manifesti di Forza Nuova, che ho anche fotografato. Al di sotto di due brevi slogan (contro le banche e per una non meglio precisata "moneta di popolo"), vediamo una mano che, afferrato lo stivale tricolore, lo intinge nella m....; alla scena assistono alcune mosche (appunto!) con la faccia di Monti, Bersani, Berlusconi ed altri. "Tipica violenza fascista!", ha commentato una compagna. Può darsi, ma l’efficacia della comunicazione è indiscutibile: ci vuole poco a capire che la mano "assassina" è quella delle banche (straniere), che senza un deciso cambio di rotta il nostro Paese finirà... in rovina, e che il politicume nostrano tiene il sacco ai grassatori. Vero, falso? Certo siamo di fronte a una semplificazione, che però raggiunge il suo scopo. Inoltre, l'immagine attira lo sguardo, provoca un'amara risata e si imprime nella memoria: chiamiamola pure rozzezza, ma è una rozzezza assai "raffinata", che coglie - e sfrutta - lo spirito dei tempi, immerso nella volgarità e nel turpiloquio (salire su un autobus per credere!).
Con questo, non voglio suggerire di imitare pedissequamente il modello: nella gara di rutti con le destre e il leghismo, per fortuna, la Sinistra perderà sempre. La ragione è evidente: i populisti vanno in cerca di capri espiatori e scorciatoie, noi di soluzioni. Le apparenti analogie derivano, nel caso della Lega Nord, da opportunismo politico; in quello dei movimenti di estrema destra (in ogni caso, più coerenti e meno cialtroni di Bossi, Stracquadanio e compagnia orrenda), dal fatto che il fascismo è figliastro del Socialismo, e ne eredita talune concezioni, che però, all'ombra del drappo nero, si involgariscono. Il nostro compito è, dunque, già in partenza estremamente arduo: non rendiamolo impossibile trasmettendo in cifra.
Adeguarsi al periodo in cui viviamo non equivale ad arrendersi ad esso. Questa volta traggo il mio esempio dall'esperienza personale: appassionato di storia, ho avuto modo di assistere, ultimamente, ad una serie di lezioni/conferenze davvero affascinanti. Più che soffermarsi sui rapporti economici tra le classi, le cause prime e ultime della guerricciola ics ecc., il docente ci raccontava il passato alla maniera antica, descrivendo uomini, battaglie e fatti più o meno memorabili. Desideroso di sapere qualcosa di più su una battaglia navale tra turchi e veneziani cui aveva fatto cenno, ho ripescato, nella mia biblioteca, un volume della Storia popolare d'Italia che amavo consultare da bambino. L'opera ha una particolarità: è stata composta da tale Oscar Pio nel lontano 1870, e difatti termina con la presa di Roma. Di conseguenza, scorre come un romanzo di Ken Follett, e risulta scritta in un italiano piuttosto "esotico". Naturalmente vi ho trovato una vivida descrizione dello scontro avvenuto nel 1717 nel mare Egeo (cui i più scientifici testi successivi non dedicano manco mezza parola), di cui reputo utile riportare qualche frase: “I Veneziani, fatti più arditi per la prosperità della fortuna, mandarono sotto guida del capitano Flangini ventisette vascelli di fila verso i Dardanelli. (…) al mattino seguente vedendosi alcuni legni, che furono creduti la vanguardia del naviglio turco, il valoroso uomo reggendo con lo spirito il corpo languente (…) Ma nello scuotimento del moto perse la vita.” Avrete intuito dove voglia arrivare: se il nostro professore avesse adoperato il linguaggio del libro, ci saremmo sentiti presi in giro, e qualcuno avrebbe pure abbandonato la sala; narrandoci i fatti di ieri secondo l'impostazione di ieri, ma impiegando - non senza una dose di ironia - la lingua di oggi, è riuscito a catturare, e poi a tener desta, l'attenzione dei presenti.
Qualcuno ribatterà che ciò che vale per la Storia - che, in fondo, è una narrazione - non vale per il Marxismo: quest'ultimo è, per definizione, una dottrina scientifica, e le dottrine scientifiche vanno esposte nella maniera e con la terminologia appropriate. Passano i secoli, ma la "massa" resta massa, e il "proletario" proletario.
Questo non è del tutto vero - anzi, per certi aspetti, non lo è affatto. Nell'opera "Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari" (1612), Galileo Galilei, il padre della moderna fisica sperimentale, limita l’oggetto dell'indagine scientifica alle proprietà osservabili empiricamente (cioè suscettibili di misurazione matematica) dei corpi. L'impostazione galileiana è oggi universalmente accettata... ma nessuno scienziato contemporaneo si sognerebbe di chiamare queste proprietà "affezioni", come invece fa Galileo! Al pari dei vestiti, le parole risentono delle mode, vanno e vengono - mentre il concetto resta. Piuttosto che alle scienze (naturali o sociali che siano), le "formule magiche" sono indispensabili alle dottrine esoteriche, tra le quali una posizione di rilievo spetta alle religioni. Cionondimeno, succede (è successo in anni vicini ai nostri) che le raffiche del rinnovamento scuotano anche le cattedrali: mezzo secolo fa, il Concilio Vaticano II rivoluzionò il linguaggio e - in parte - gli atteggiamenti della Chiesa cattolica nei confronti del mondo, pur senza toccare i fondamenti dottrinari della fede. Non è questa la sede per dare un giudizio sugli esiti del concilio; ma, senza dubbio, il passaggio dal latino alle lingue nazionali e la discesa del sacerdote dal pulpito modificarono il rapporto tra il clero ed i fedeli, consentendo - al prezzo, secondo i critici, di una svalutazione del sacro – una proficua osmosi tra istituzione e corpo sociale, e l'ingresso della chiesa nella modernità. Se il Papa può rinunciare ad un Pater noster, non si vede per quale ragione i marxisti non dovrebbero aggiornare il loro vocabolario: il pensionamento dell'invettiva "filisteo" è perfettamente compatibile con lo studio e la diffusione della teoria del plusvalore.
Tralasciando il fatto che a qualche... lefevriano del Marxismo questa proposta non piacerà (d'altra parte, ribatto io, a che serve avere ragione se le famose masse non ci stanno a sentire?), non va dimenticato che, ad avviso di certuni, l'attuale difficoltà a far breccia della "predicazione" marxista deriverebbe dai marchiani errori di analisi commessi, a metà Ottocento, dal pensatore di Treviri, dalle sue previsioni errate ecc. ecc. Non è casuale che - in un'era in cui persino nelle roccaforti del capitalismo statunitense si finanziano seminari sul pensiero marxiano (testimonianza di Eric Hobsbawm) e molti economisti ortodossi ammettono tra i denti che sulla dinamica delle crisi il vecchio Karl ha ancora parecchio da insegnarci - gli attacchi più violenti vengano dai "rinnegati", cioè da quanti, per compiacere i nuovi padroni, si offrono di fare il lavoro sporco in vece loro. Di solito, la passione (lautamente compensata) è inversamente proporzionale ai contenuti: prima si confeziona la stroncatura, poi si cuciono insieme quattro-cinque frasi avulse dal contesto per "giustificarla". Non mancano neppure eccentrici personaggi che, "scontenti" del Marx tramandatoci dalla Storia, se ne creano uno di comodo, basandosi - a loro dire - su documenti straordinari rinchiusi in qualche museo fuori mano. A tutti costoro non resta che ribattere: onus probandi incumbit ei qui dicit (trad. dal latinorum: chi afferma una cosa ha l'onere di provarla). E' troppo comodo, e pure scorretto, strepitare: Marx ha sbagliato questo, ha sbagliato quello, e poi pretendere che siano a difensori a dimostrare che, al contrario, il nostro aveva ragione.
Provino dunque i critici che su questioni centrali come la progressiva concentrazione del Capitale o l'inevitabilità delle crisi il filosofo di Treviri ha avuto torto: temiamo che non sarà agevole, specie dopo che la caduta dell'URSS e la conseguente rottamazione del welfare occidentale hanno spazzato via le illusioni bernsteiniane sull'ottenibilità dell'uguaglianza per via democratico-parlamentare.
Carlo Marx non ci ha consegnato le tavole della legge, bensì uno strumento d'indagine duttile ed eccezionalmente efficace - un metodo che è fonte di speranza, ma non va retrocesso a dogma. Per quanto ognuno di noi sia sentimentalmente legato ai simboli, alle bandiere e finanche ai sostantivi, il Marxismo - per ridiventare alternativa pratica, non teorica al sistema - deve imparare ad esprimersi in modo comprensibile agli uomini e alle donne del XXI secolo.
Prendiamo ispirazione da Vladimir Lenin, che prima di essere il più grande rivoluzionario del '900, fu traduttore, interprete dell'idea e precettore (in senso letterale) del suo popolo.
Norberto Fragiacomo
Ultimo aggiornamento (Venerdì 27 Gennaio 2012 17:43)




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