Le riforme di struttura

Diceva il testo proposto “L’Italia è una repubblica democratica.
La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.”
La formula definitiva fu proposta da Fanfani che precisò “Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui”.
I padri costituenti hanno cioè voluto affermare un valore privilegiato alle attività, ai redditi, alla ricchezza derivante dal lavoro rispetto ad altre fonti di reddito e di ricchezza non derivanti dall’attività lavorativa; al punto che potrebbe, ad esempio, considerarsi “anticostituzionale” un’aliquota fiscale sui redditi da lavoro superiore a quella applicabile ai redditi diversi da quelli derivanti dal lavoro.
Ci troviamo quindi nella necessità di individuare e definire i redditi da lavoro rispetto a quelli che non lo sono.
- I redditi lavorati e quelli che non lo sono.
Nelle teorie della distribuzione proprie degli economisti classici, tra cui Smith, Ricardo e Marx, si individuano tre fattori della produzione: terra, capitale e lavoro, ognuno dei quali produce un diverso tipo di reddito, ovvero: rendita, interesse e salario. (E’ con Alfred Marshall che il reddito del capitale viene individuato nell’interesse, mentre il reddito dell’attività imprenditoriale viene definito profitto.)
Sono sicuramente redditi da lavoro quelli da lavoro dipendente, da lavoro autonomo, quello dell’imprenditore, dell’artista etc. quelli cioè la cui fonte è l’attività umana, la sua operosità.
Sono sicuramente “non lavorati” quei proventi che non derivano dalle fonti sopra elencate: sono le cosiddette rendite e gli interessi. Lo sono sicuramente tutti quei “capital gains” che sono alla base delle “bolle speculative”.
Vediamo un po’ più in dettaglio.
2.1 La rendita
In economia la “rendita” è definibile come quel provento percepito in virtù della proprietà di una risorsa naturale scarsa o come la remunerazione eccedente il costo opportunità di un fattore produttivo. Nell’ottica classica la rendita deriva dalla “scarsità” ineliminabile del fattore terra, termine con il quale i classici indicano genericamente le risorse naturali, ed è in qualche modo residuale: la rendita è ciò che rimane dal sovrappiù una volta che siano stati remunerati al saggio naturale i lavoratori ed i capitalisti.
2.1.1 Ricardo, in particolare, ha sviluppato la teoria della rendita differenziale (o ricardiana) derivante dal fatto che man mano si passa dallo sfruttamento delle terre più fertili a quelle meno fertili il valore di scambio diminuisce. I terreni più fertili, le case del centro storico, i negozi del centro godono di un sovrappiù generato dalla loro posizione, indipendentemente dal “valore naturale” del bene stesso.
Ritorna costantemente, nei classici, questo concetto di “valore naturale” su cui torneremo più avanti.
2.1.2 La rendita ricardiana, di posizione, differenziale, approfondita successivamente da Johann Heinrich von Thunen, è l’elemento principale che causa il differente costo della vita tra città e campagna , tra nord e sud. La richiesta di gabbie salariali tende a compensare, con costi (non si capisce perché) a carico dell’impresa, il maggior costo della vita di un residente al nord ovvero in città. Invece di andare a colpire la causa dei maggiori costi, ovvero invece di andare a colpire la rendita ricardiana, si scarica sul capitale produttivo il costo del finanziamento di quella rendita.
2.1.3 La stessa logica di scaricare sul lavoro innanzitutto, ma più in generale sul processo produttivo il costo di una rendita parassitaria, è una costante di economie dominate da lobbies e da corporazioni.
2.1.4 Nel processo della circolazione del capitale è molto facile che il flusso destinato alla rendita esca dalla circolazione produttiva per incanalarsi in una preferenza per la liquidità che esamineremo più avanti, parlando di Keynes.
2.2 I redditi da capitale
Nessuno nega l’indispensabile ruolo che il capitale svolge nel processo produttivo; Marx stesso ha scritto la sua maggior opera cui ha dato il nome de “Il Capitale”. La critica marxiana non è rivolta al capitale ma alla sua travolgente prepotenza egemonica nella gerarchia dei fattori produttivi, ma soprattutto alla sua capacità di appropriarsi del plusvalore derivante dallo sfruttamento del fattore produttivo lavoro.
Il capitale può aver origine da una accumulazione primaria derivante da una attività lavorativa, ma perde questa sua origine quando si presenta sotto la forma di capitale. Sul fatto che il capitale generi interessi si è avuta la spaccatura tra religione cattolica e protestantesimo, e non vogliamo qui fare metafisica su questo argomento; vogliamo solo affermare che l’interesse fa sicuramente parte dei redditi “non lavorati” non privilegiati dall’articolo 1 della costituzione.
Una figura particolare dei redditi da capitale è rappresentata dal capital gain ovvero: la differenza tra il valore di vendita ed il costo di acquisto di un asset senza che a detto asset sia stato apportato alcun “valore aggiunto”.
La finanziarizzazione del capitalismo è basato in gran parte su questo tipo di transazione, fonte peraltro di quel fenomeno denominato “bolla speculativa”.
2.2.1 Gli economisti definiscono “bolla speculativa” la situazione in cui si registra una deviazione sistematica dei prezzi di mercato dal valore che essi avrebbero nell’ipotesi di mercato efficiente. Esiste infatti la possibilità teorica che i prezzi mostrino una dinamica apparentemente non giustificata dalle informazioni “fondamentali”, ma trovino una spiegazione nella propria stessa dinamica.Un eventuale rialzo dei prezzi tende così ad avere effetti cumulativi e accelerativi, finchè il livello da essi raggiunto è così ingiustificato che ad una minima avvisaglia, ad una minima contraddizione, ad un minimo dubbio sulla possibilità di ulteriore crescita segue il crollo dei prezzi repentino, sgonfiando questa patologia finanziaria.
2.2.2 La speculazione, intesa come tentativo di approfittare dei cambiamenti nei prezzi del mercato, e che più precisamente consiste nell’acquisto e nella rivendita, abitualmente in tempi successivi, di attività reali o finanziarie allo scopo di ricavarne un profitto, risulta conforme ad un sistema finalizzato alla valorizzazione del capitale indipendentemente dall’attività produttiva. La speculazione è quindi filosoficamente omogenea al capitalismo finanziario, ma è estranea alla filosofia del capitalismo basato sul “lavoro produttivo” così come lo intendeva sia Smith che Marx.
2.2.3 Si noti, ad esempio, che la variante giapponese del capitalismo fa perno su uno stato onnipresente (un poderoso ministero dell’economia dirige tutta l’economia nazionale) e dove il sistema finanziario è al servizio dell’industria che detiene pertanto un accesso privilegiato ai capitali a basso costo. L’obiettivo del turbo-capitalismo è il profitto; la produzione è un mezzo (non necessario, come nel caso delle transazioni finanziarie) per realizzare il profitto. L’obiettivo del capitalismo giapponese è invece la produzione; il capitale è un mezzo per incentivarla. Negli anni 80 il perseguimento del profitto per il profitto è sbarcato in Giappone creando un’euforia che tuttavia alla fine lasciò il paese alle prese con profondi traumi e i danni causati dal turbo-capitalismo si riversarono anche sul capitalismo produttivo. L’attività speculativa svolta in quegli anni ha creato guasti e problemi che il Giappone deve ancor oggi, a distanza di oltre dieci anni dalla fine dell’economia-bolla, affrontare.
2.2.4 Nella teoria della “bolla speculativa” di Dow (quello dell’indice Dow Jones) e di Kindleberger si individuano due gruppi di speculatori: uno dentro (insiders) e l’altro fuori (outsiders). Gli insiders destabilizzano facendo salire i prezzi sempre più in alto e vendono al massimo agli outsiders, che comprano al massimo e vendono al minimo quando gli insiders spingono il mercato al ribasso. Le perdite degli outsiders sono pari ai guadagni degli insiders e il mercato nel suo complesso è in posizione equivalente.
2.2.5 I redditi degli outsiders sono quindi assolutamente “non lavorati” ; Marx definiva questi surplus come “income by appropriation” ovvero come guadagno sottratto ad un altro non derivante dalla produzione. Si tratta quindi di un provento sottratto da una parte ai danni di un’altra senza che l’economia nel totale ne abbia alcun beneficio.
2.2.6 Anzi, l’economia in generale subisce danni enormi dalle conseguenze dello scoppio della bolla speculativa; conseguenze dovute ai fallimenti delle banche, alla insolvenza delle imprese, al crollo della domanda, al licenziamento di lavoratori. Chi ci rimette più di tutti sono i lavoratori che perdono il loro posto di lavoro senza esserne per nulla colpevoli: vittime innocenti della follia altrui, di un capitalismo incapace di risolvere le sue contraddizioni interne. La mano invisibile che i liberisti assicurano che prima o poi riporta l’equilibrio, pare essere talmente invisibile che viene il dubbio che non esista.. Gli stati uniti hanno speso 2.500 miliardi di dollari dei contribuenti per rimediare i danni di un capitalismo che si riteneva perfetto. La disoccupazione che sta salendo al 10% è la vittima sacrificale di un capitalismo che denuncia tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni.
2.2.7 Un elemento estremamente negativo dei redditi “non lavorati” è quello di sottrarre liquidità al processo produttivo per dirottarlo su investimenti che, come abbiamo visto, sono improduttivi, causando quindi un crollo nella domanda aggregata (consumi più investimenti).
2.2.8 Occorrono riforme di struttura per evitare il ripetersi di un crollo come quello del 2007/2009. Servono con tanta più urgenza quanto i capitalisti tendono a ripercorrere vecchie strade rimovendo i danni causati e ricominciando a ripetere senza sensi di colpa le follie del ventennio passato.
- L’ossimoro del “valore di mercato”
I due fenomeni di “redditi non lavorati” nascono dalla contraddizione insita nel concetto di “valore di mercato” definito dall’incontro tra la domanda e l’offerta. Il “valore di mercato” si oppone al “valore naturale” che si ritrova nei classici da Smith a Ricardo; o anche al “valore lavoro” che si ritrova sia in Ricardo che in Marx..
“Gli economisti definiscono “bolla speculativa” la situazione in cui si registra una deviazione sistematica dei prezzi di mercato dal valore vero del bene oggetto della bolla”. Ora se il valore vero è, per i marginalisti, il “valore di mercato” si genera l’ossimoro per il quale “si registra una deviazione sistematica dei prezzi di mercato dal valore di mercato”.
L’altro assurdo economico che si riscontra nell’analizzare la bolla è che generalmente all’aumento del prezzo la domanda diminuisce, mentre nel caso della bolla all’aumento del prezzo la domanda aumenta, almeno fino al momento in cui gli insiders si rendono conto che le probabilità di aumento sono bassissime per cui i prezzi crollano portando con loro il panico e i riflessi negativi sull’economia reale.
In un recente articolo di economisti statunitensi si affermava che ormai da tempo le quotazioni di mercato non sono prese in considerazione ma vengono “stimate” con modelli econometrici, il cui contenuto può essere differenziato. Quello che vogliamo sostenere è che il valore vero di un bene (casa, azione, ovvero tulipani) non è necessariamente il valore di mercato: questo anzi dovrebbe essere monitorato evidenziando il suo scostamento dal valore “vero”.
Assumiamo per esempio di essere in grado di determinare il valore “naturale” di un bene (sia esso il valore-lavoro ovvero il valore di stima calcolato da un computer trasparente e integerrimo) potremmo calcolare pubblicare per quel bene: il valore di mercato, il valore vero e lo scostamento tra i due termini.
3.1 I grandi finanzieri (Greespan ad esempio) sostiene che è impossibile individuare e combattere le bolle speculative che diventerebbero così la malattia genetica dell’economia di mercato. Non so quanto questo sia verità e quanto sia giustificazione per non aver saputo prevenire quel gran guaio che è successo nel 2007/2009. Mi sembra tuttavia necessario trovare meccanismi adeguati ad evitare che il fenomeno bolla si produca e che il fenomeno “rendita ricardiana” divenga causa principale delle diversità nei costi della vita tra città e campagna, tra nord e sud.
3.2 Notiamo che la bolla così come la rendita finanziaria si generano solo per determinati beni: non sono immaginabili bolle per beni di consumo anche durevoli (pane, auto, frigoriferi etc) di cui sia facilmente calcolabile il valore d’uso ed il valore-lavoro. Abbiamo un solo esempio di bene di consumo oggetto di bolla: si tratta dei famosi tulipani ricordati da Padoa-Schioppa nel suo recente libro. Si tratta di un bene che aveva tuttavia perso il suo valore d’uso essendosi trasformato in una specie di “mito” di una specie di “ipostatizzazione” di “feticcio” al di fuori della valutabilità. Peraltro esiste una classe di beni di cui è assolutamente impossibile calcolare il “valore naturale o il valore-lavoro ovvero il valore d’uso” ; si tratta delle opere d’arte (cui il tulipano può essere assimilato) per le quali in effetti l’unico valore è quello dell’incontro tra domanda e offerta. Per le azioni, specialmente per quel che riguarda gli outsiders, esiste l’incapacità di calcolare il valore naturale, cosa che invece un auditor potrebbe determinare anche con procedure complesse e tutt’altro che semplici. Ma per le azioni un valore “naturale” può essere determinato così è determinato con i modelli econometrici cui facevano cenno più sopra.
3.3 Se l’income by appropriation danneggiasse solo gli outsiders arricchendo gli insiders, potremmo anche disinteressarci dal combattere le bolle ma, come abbiamo visto, le vittime finali sono i lavoratori, i risparmiatori, i produttori. Pensiamo allora che una tassazione pesante sul differenziale tra valore di mercato e valore “naturale” possa avere due effetti differenziati
4, La tassazione dell’income by appropriation:
Allo scopo di prevenire le bolle speculative e rimediare alla rendita ricardiana pensiamo che una tassazione pesante sul differenziale tra valore di mercato e valore naturale avrebbe questi effetti:
4.1 Nel caso di bolla speculativa una tassazione pesante scoraggerebbe i raids degli outsiders che vedrebbero falcidiati dalla tassazione gli utili “non lavorati”. E’ da notare che la Tobin tax potrebbe essere un disincentivante a queste pratiche speculative, nel senso che rende meno convenienti gli utili realizzabili.
4.2 Nel caso della rendita ricardiana la tassazione pesante non evita che chi vuol acquistare la casa in centro paghi prezzi esorbitanti, ma la tassazione potrebbe diventare una tassa di scopo atta a finanziare programmi di case popolari per lavoratori, studenti, classi disagiate. Si rimedierebbe così alla causa principale del differente costo della vita tra città e campagne; tra nord e sud.
- Conclusione
Il privilegio dato dall’art. 1 della Costituzione ai redditi da lavoro, è una scelta culturale che privilegia l’operatività nei confronti della finanza creativa, i capital gains, l’high speed trade, le invenzioni dei derivati, dei titoli tossici, dei sub primes, insomma una inconciliabile cultura del lavoro produttivo opposto alle furbizie del “diventar ricchi in pochi secondi”. Purtroppo dopo lo choc della crisi 2007/2009 il turbo-capitalismo sta riprendendo la vecchia strada dell’income by appropriation: dell’utile frutto di appropriazione, di furto, di utili di breve respiro strapagati con bonuses ai managers. E’ il mdo di ritornare a breve termine ad una nuova crisi. Ma, come dice Obama, i contribuenti non saranno più disposti a pagare i danni generati dal turbocapitalismo. Torna il messaggio “O socialismo o barbarie”.
Ci siamo dedicati in questo articolo ad aspetti patologici del turbocapitalismo; patologie che si possono e si debbono prevenire. Ma il male profondo del turbocapitalismo, la malattia di base su cui possono innestarsi effetti patologici è un’altra. Occorre riconoscere che in Italia gli effetti patologici, almeno per la bolla speculativa, hanno avuto meno effetto che in altri paesi e ciò o per arretratezza del modello turbocapitalista o per un controllo delle banche più efficace. Ma il male profondo è in Italia presente da più tempo e in forma più grave. E la malattia di fondo è la mala-distribuzione, quel funzionamento nella circolazione che deve alimentare la fase economica della riproduzione. Il passaggio di punti di PIL dai salari ai profitti è alla base della mala-distribuzione che è il male profondo che richiede un intervento deciso di riforme di struttura di stampo socialista.
RENATO GATTI




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