CHE COS’E’ LA RIFORMA? di Pierre MOSCOVICI

CHE COS’E’ LA RIFORMA? di Pierre MOSCOVICI della Direzione Nazionale del Partito socialista francese
A mo’ di apertura del dibattito ideologico ed intellettuale che si svolgerà durante l’anno venturo, voglio porre qui una questione essenziale, perché preliminare all’accostarsi all’insieme dei progetti che la sinistra dovrà proporre ai francesi: che cos’è la riforma? Per farlo, riprenderò qui l’essenziale dei discorsi che ho pronunciato durante gli “Stati generali della sinistra”, organizzati a Grenoble da “Libération” e “Le Nouvel Observateur” il 19 giugno 2010.
Tale questione, certamente, è determinante per la sinistra. Perché la riforma è il suo patrimonio, la sua ragion d’essere. Perché la riforma è il compito, l’appuntamento che forse avremo con il paese nel 2012. Non si può negare che la sinistra, su questo terreno, si trova di fronte ad un tentativo di appropriazione ideologica da parte di una destra sarkozista che ha conservato i suoi fondamentali - vuole incarnare l’ordine e la sicurezza, gioca con la xenofobia… - ma che tenta anche di appropriarsi del movimento, dell’intervento dello Stato, e pretende di promuovere la regolazione e difendere la giustizia. C’è una sfida che noi dobbiamo raccogliere e alla quale dobbiamo dare delle risposte, fornire della repliche. Per farlo, cominciamo col dire ciò che la riforma non è, e per essere chiari, che non c’è riformismo di destra probante. Per questo basta evocare la storia. Essa mostra in abbondanza che tutte le avanzate sociali di questo paese - le 40 ore, poi le 39 e le 35 ore, la Sicurezza sociale e lo Stato-provvidenza, la progressività dell’imposta [….] - sono state decise per iniziativa della sinistra - che si trattasse dell’attuazione del programma del Consiglio nazionale della Resistenza, o dell’azione dei governi di Pierre Mauroy, Laurent Fabius, Michel Rocard, Lionel Jospin.
Al contrario, la destra francese procede ad una vera deviazione della nozione di riforma. Nicolas Sarkozy e François Fillon non hanno che questa parola sulla bocca, tentando al contrario di far passare la sinistra, e i socialisti, per i campioni del conservatorismo, per gli avvocati dello “statu quo”. Il percorso seguito sulle pensioni prova l’impostura del preteso riformismo sarkozista. Esso è stato contrassegnato, in effetti, dal doppio linguaggio: la finalità teorica della “riforma” è la giustizia, la realtà delle misure proposte è la concentrazione di tutti gli sforzi, essenzialmente demografici, sui soggetti all’assicurazione sociale, attraverso l’aumento dell’età legale della pensione a 62 anni. […]
Questa incompatibilità della nozione di riforma con le concezioni della destra ha un fondamento. Non c’è riforma degna di questo nome senza una finalità progressista, senza volontà di far avanzare la coesione sociale. Questa realtà è tanto più forte trattandosi del potere sarkozysta, che incarna nei fatti una destra reazionaria, più ancora che conservatrice, votata alla difesa di interessi ristretti ed anche meschini.
Eppure ciò non permette di chiudere il dibattito sulla riforma a sinistra. Il confronto è cambiato di natura, non oppone più la riforma alla rivoluzione. L’opposizione tra questi due termini è stata la fonte della scissione tra Partito comunista e SFIO durante il Congresso di Tours (N.d.T.: si svolse nel 1920; come in Italia a Livorno nel 1921, i comunisti si separarono dai socialisti). Essa sottointende così il pluralismo, ed anche la frammentazione, del panorama sindacale francese. L’idea rivoluzionaria può ancora sedurre, ma è largamente obsoleta. Più nessuno crede seriamente alla possibilità di cambiare sistema, l’eventualità di una contro-società, di un modello alternativo non ha più corso. Resta possibile, tuttavia, cambiare il sistema, cambiare radicalmente nel sistema: è così che bisogna pensare i nostri rapporti con il capitalismo. La caduta del comunismo ed il crollo del muro di Berlino hanno certamente messo fine all’ideale comunista; essi hanno attenuato le divisioni a sinistra, ma non le hanno fatte sparire.
Il riformismo non è ancora un principio unificatore. Le sfumature - se non le divergenze - al nostro interno sono ancora molto significative. Esse riguardano innanzitutto l’analisi della crisi, percepita da tutti come globale, ma suscettibile di sfociare in soluzioni più o meno radicali. Ciò va di pari passo, certo, con un grado più o meno elevato di accettazione dell’economia di mercato. La sinistra non si mette d’accordo non più sul ruolo dello Stato: questo è riconosciuto da tutte le sue componenti, ma la fiducia nella sua efficacia è più o meno forte, come l’estensione auspicata del suo perimetro. Viceversa, il giudizio riguardante il grado di decentramento delle decisioni è più o meno positivo. Non sorprenderò nessuno ricordando che la sinistra continua a dibattere sul senso, la natura, la forza dell’impegno europeo, che tutti rivendicano a parole, ma che alcuni rifiutano nei fatti.
Infine, si è aggiunto un ultimo dibattito, sempre più di rilievo, sulla crescita che si può anche formulare differentemente, sottolineando l’importanza differente attribuita dagli uni e dagli altri all’economicismo o allo sviluppo durevole.
Il socialismo, per quanto lo riguarda, è necessariamente un riformismo. Esso mira ad una trasformazione sociale graduale, nel quadro di un’economia di mercato che è, certamente, il modo di allocazione delle risorse più efficiente, ma che resta sotto-ottimale, e non permette né la giustizia, né la realizzazione del pieno impiego, né la regolazione in caso di incapacità del capitalismo finanziario. La riforma è la nostra via, non può essere che progressiva, concreta, realista, dotata di risorse finanziarie, suppone l’accettazione di una dose ragionevole di compromesso, non esclude per nulla il tenere conto dei rapporti di forza. Le discussioni che ho appena ricordato possono talvolta separare il Partito socialista dai suoi alleati, ma lo attraversano anche al proprio interno. E’ che restano ancora da operare delle chiarificazioni, ci sono delle coerenze da trovare per definire una piattaforma riformista comune, suscettibile di permetterci di governare un paese complesso, in un mondo in pieno sconvolgimento ed in seno ad un’Europa in crisi. Ci ritornerò la prossima settimana, per delineare meglio i contorni del “riformismo radicale”, che io chiamo dei miei desideri.
PIERRE MOSCOVICI
da www.pierremoscovici.fr 23 agosto 2010
(traduzione di Nicolino Corrado)




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