IL MEETING DI CL

Da anni il meeting di Rimini costituisce la più importante manifestazione politico-culturale dell’estate; ha rimpiazzato come ricchezza di argomenti e valore dei partecipanti quello che una volta era il ruolo della Festa dell’Unità nazionale.
Quest’anno poi, gli interventi di Bonanni, Geronzi, Tremonti, Marcegaglia e Marchionne stanno disegnando la stesura dello statuto del prossimo governo post-berlusconiano; il governo di Luca Cordero di Montezemolo.
E lo statuto in preparazione è quello di un vero governo “pro impresa” che il ventennio berlusconiano non è riuscito ad avviare, essendosi perso nel puro “laissez faire” che è stato interpretato in chiave di non intervento, di ignavia politica. Il governo del fare si è dimostrato il governo della “ricerca del consenso”, della rincorsa alla pancia del paese, senza una politica economica e senza una strategia industriale, tant’è che si è ritenuto inutile avere ancora un ministro per lo sviluppo.
Lo stimolo per elaborare uno statuto per un governo “pro impresa” viene soprattutto da CL e da Confindustria: CL con notevole intuizione ed intelligenza politica ha messo in cantiere questa sessione del meeting centrando il cuore dei problemi dell’azienda Italia, ovvero le nuove relazioni industriali nell’era della globalizzazione; la Marcegaglia ha minacciato di scaricare il governo Berlusconi con una chiarezza inusitata. Leggo dal Corriere della Sera del 26 agosto le parole della presidente di Confindustria:”A noi non interessano i pettegolezzi, i dossier, le amanti, gli appartamenti, ci interessa la politica alta e la concretezza… Questo governo ha avuto per tre volte la fiducia degli italiani, deve andare avanti, se non lo farà lo considereremo un tradimento verso la gente”.
Geronzi denuncia il fatto che “Nonostante le elaborazioni del Financial Stability board i progressi (nella elaborazione delle nuove regole della finanza) finora segnati a livello internazionale non sono rilevanti… e del tutto abbandonata sembra l’ipotesi di una riforma del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Si era anche pensato a una nuova Bretton Woods” ma nel concreto non si sono visti progressi “non si può stare a lungo in mezzo al guado”.
La Marcegaglia ricorda che la crisi è tutt’altro che superata e che la disoccupazione è destinata ad aumentare ancora, e con l’aumento della disoccupazione aumenteranno le tensioni sociali, mettendo a rischio la pace sociale.
Insomma il mondo del “pro impresa” è terrorizzato dagli effetti della crisi, consapevole che l’effetto shumpeteriano che la stessa ha messo in atto comporterà una severa selezione (distruzione creatrice) nel mondo imprenditoriale e in questa selezione l’azienda Italia, tranne poche eccezioni, si presenta debole, non competitiva, svantaggiata e destinata quindi ad essere spazzata via sul ring del mercato.
L’incredibile ministro Tremonti, dopo vent’anni durante i quali ha (con piccoli intervalli) gestito l’economia nazionale si accorge finalmente con colpevole ritardo, che “La competizione oggi si fa tra giganti, mentre gran parte del Pil italiano è generato da piccole imprese sotto i 5 dipendenti”. Eppure Tremonti (eletto nelle file del Pdl) sale sul palco di una riunione leghista che lo osanna al grido di “Lega, Lega” e si sa che la Lega è la strenua difensora del “piccolo è bello”. Ma le contraddizioni di Tremonti sono infinite, dopo aver lodato il Berlinguer dell’austerità, sostiene che la legge 626 è superata, perché in Cina non c’è e noi rischiamo di avere diritti perfetti e fabbriche chiuse. Contrappone poi ai cinque punti su cui si basa il futuro dell’armata Berlusconi otto punti fondamentali per il rilancio dell’economia. Insomma due opzioni distinte per un governo che rischia di non avere più maggioranza. Ed infine, stimolato dalla partecipazione integrativa di Bonanni, lancia l’idea arcaica della “partecipazione dei dipendenti agli utili societari”. Dopo l’esaltazione del posto fisso, la riscoperta dell’economia sociale di mercato; dopo le società senza capitale il cambiamento dell’art. 41 della costituzione. La schizofrenia regna incontrastata ciò che latita è una visione d’assieme, una politica strategica, un’idea, qualunque essa sia.
Ma il vero protagonista è stato Marchionne che, a mio parere, dice cose giuste nel merito ma dice cose inaccettabili sulle relazioni industriali. Le cose giuste che dice sono che sul mercato di oggi si sopravvive (conseguenza della distruzione creatrice) se si raggiungono certi livelli di produttività e di competitività; con questa affermazione boccia 20 anni di gestione berlusconiana dell’economia e di tagli alla ricerca e sviluppo (dove però lo stato è a livelli quasi-europei, ma il privato è catastroficamente carente). Dice inoltre che: o l’impresa si adegua ai nuovi livelli produttivi richiesti dalla globalizzazione; o la logica conseguenza è l’espulsione dal mercato. E su questo tema condivisibile, siamo chiamati tutti a confrontarci.
Le cose inaccettabili sono le modalità proposte per realizzare questo salto di qualità del modello produttivo. Il suo modello di relazioni industriali, non teorizzate ma praticate, sono quelle del ricatto (vedi referendum di Pomigliano), dell’out-out tra Mirafiori e Serbia, quello della “dittatura del padronato”, del “o fate come dico io o siete licenziati”; della cancellazione del contratto collettivo di lavoro e dell’uscita, con la “new-co” dalla Confindustria.
Se è vero, come è vero, che esiste un problema di sopravvivenza nella distruzione creatrice shumpeteriana, occorre affrontare questo problema tra le parti sociali con pari dignità, con le proprie specificità, la propria intelligenza, i propri legittimi interessi. E, come dice il presidente Napolitano, “che nessuno si sottragga al confronto”.
L’invito a non sottrarsi al confronto si rivolge:
1. da una parte al governo che finora ha rifiutato con disgusto ogni forma di concertazione. Il protocollo Ciampi del 93 fu una concertazione fondamentale per uscire dalla crisi che ci aveva colpiti. I sindacati (ricordiamo Trentin) furono coerenti con gli impegni presi, garantendo una moderazione salariale che ancora dura. Furono gli imprenditori a tradire l’impegno di reinvestire i maggiori profitti in investimenti produttivi fuggendo negli investimenti finanziari. Fu il governo a cancellare dalla sua agenda qualsivoglia forma di concertazione avendo come unico obiettivo quello di emarginare la CGIL.
2. dall’altra parte si rivolge agli imprenditori richiamandoli ad avere il coraggio del confronto e del rischio imprenditoriale. E’ noto che l’imprenditoria italiana, tranne meritevoli eccezioni, si è rifugiata in mercati non concorrenziali e di obsoleta incidenza nel mercato. E privilegia la delocalizzazione geografica all’investimento tecnologico.
A mio parere, e sto buttando là una percezione che non analizzo a fondo, si sta creando una frattura tra imprenditori e capitale (laddove esso è separato) facendo balenare una opportunità di avere gli imprenditori dalla parte del mondo del lavoro in una guerra al capitale che punta alla rendita piuttosto che al profitto.
1. da ultimo l’invito si rivolge al sindacato. L’esperienza partecipativa tedesca e svedese richiede la consapevolezza che serve un sindacato unico. La trinità italiana è un ostacolo da superare anche per eliminare la presenza di innumeri sigle sindacali che altro non fanno che inquinare le potenzialità di una politica sindacale incisiva. Anche Marchionne ha diritto di avere un interlocutore unico ed affidabile! Che la concorrenza tra diverse anime sindacali si traduca nella dialettica delle idee e delle proposte e non nel corporativismo delle sigle. In fondo democrazia significa anche capacità di confronto e saper essere minoranza. Un sindacato unico può permettersi obiettivi alti e nobili quali il percorso per unificare il mercato del lavoro comunitario, e potrebbe essere lui a proporre tavoli di concertazione sulla produttività invece di farsi trascinare per i capelli dal capo dello Stato. (Ed in tal senso, mi pare si muova la risposta di Susanna Camusso sulla Repubblica del 29 agosto).
Bersani infine, invitato all’ultimo momento a sorpresa a Rimini ma il significato dell’invito è chiaro, rilancia “il nuovo Ulivo”. La proposta, a mio parere, va assolutamente presa in considerazione da tutta la sinistra se questo “nuovo Ulivo” è l’inizio di un percorso di unificazione della sinistra senza tentativi egemonici, senza posizioni veltroniane di stampo berlusconiano. Anzi questo tentativo, senza richiesta di pubbliche ammende, deve essere il disconoscimento di una certa “vocazione maggioritaria” che tanti lutti addusse.
Il mio eroe è sempre stato Sisifo. Riprendiamo quindi a far rotolare il nostro masso verso la cima della collina dell’unità della sinistra. Accantoniamo, ma non dimentichiamo, antiche offese e, aperti di cuore, ripartiamo come Sisifo. Camus, per altro, riteneva che alla fin fine Sisifo fosse felice (nei limiti di una laica felicità)




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