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La Sinistra Socialista
e la Lega dei Socialisti

IL DIBATTITO e le  CONCLUSIONI
del COMITATO DIRETTIVO
di
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del 30/7/2010

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Il risultato delle elezioni europee ci indica con chiarezza che il tentativo di condurre il sistema politico italiano sui binari di un bipartitismo forzato è fallito.


Il PDL perde il 3% rispetto alle politiche dello scorso anno ed il PD oltre il 7%. Berlusconi fallisce nel tentativo di ottenere il plebiscito che avrebbe definitivamente portato l’Italia nell’orbita ideale di una “repubblica delle banane” (o meglio “delle puttane”), il PD vede confermato il pieno fallimento del proprio progetto politico.
Sul piano europeo si registra una sconfitta delle sinistre, sia di quella socialdemocratica che di quella galassia eterogenea della sinistra radicale. Ma sarebbe sbagliato e fuorviante mettere sullo stesso piano la situazione europea con quella italiana. Sia perché il risultato europeo è condizionato da una altissima astensione (alle elezioni politiche nazionali ci potrebbero essere delle differenze significative), sia perché comunque, nel resto d’Europa, abbiamo partiti che mantengono un significativo e robusto radicamento elettorale (il PSE resta il secondo partito europeo – i socialisti spagnoli ottengono il 38,5%) mentre in Italia abbiamo il PD che non si definisce di sinistra (e non lo è) – e le forze esplicitamente di sinistra arrivano sommate al 6,5%. E’ comunque fuori discussione che anche in Europa vi sia una crisi delle sinistre (sia pur di dimensioni e qualità diverse da quella italiana) di cui parleremo oltre.
In condizioni politiche normali giudicare positivo un risultato del 3,1% come quello di “Sinistra e Libertà” può apparire quantomeno azzardato. Ma le condizioni specifiche in cui si è svolta la campagna ci possono far considerare il 3% come un buon risultato ed una utile base di partenza sempre che si sia in grado di trasformare la lista in un progetto politico compiuto.
Perché dico questo. In una campagna elettorale in cui ci si è presentati con un simbolo completamente nuovo, con un oscuramento mediatico totale, con evidenti difficoltà organizzative, con SeL obbiettivo di una campagna di demonizzazione da parte della lista comunista di Ferrero e Diliberto, nonché del terrorismo psicologico da parte del PD e della stessa lista comunista in nome del “voto utile”. In una campagna elettorale in cui non si è assolutamente parlato di politica e dei gravi problemi che il paese vive, ma delle depravazioni del premier e di tutto lo squallore morale che vi è intorno, insomma con tutta queste condizioni di contorno ottenere circa un milione di voti rappresenta una impresa tutt’altro che facile.
Certo SeL è l’inizio di un percorso politico non breve ed irto di difficoltà; un percorso volto a costruire la sinistra possibile in Italia nel quadro di una profonda regressione politica e culturale di cui Berlusconi è solo la punta dell’Iceberg.
Ma è l’unico progetto in grado di fondare una solida forza collocata nettamente a sinistra del PD, in competizione ma non in antagonismo con esso, in grado di raccogliere il meglio delle tradizioni politiche della sinistra italiana e proiettarle verso il futuro.
In Italia dopo la fine dei partiti storici della sinistra non siamo stati in grado di costruire un partito organicamente legato al socialismo europeo ed in grado di svolgerne le funzioni. I Ds avrebbero potuto farlo. Ma non lo hanno voluto. Hanno perseguito invece la strada della costruzione di un soggetto senza identità e che di fatto ha cancellato la sinistra di governo dal panorama italiano.
La risposta a sinistra al progetto del PD è stata debolissima. L’Arcobaleno è stata una pura e semplice aggregazione elettorale fallimentare che non poteva preludere a nessun progetto politico (oggi tutti lo riconoscono). La Costituente Socialista è stata un fatto penoso perché tutta protesa a ricostruire un assurdo recinto identitario fuori dalla storia in cui si è dato rifugio anche a transfughi del centrodestra.
Ben altra cosa sarebbe stata una Costituente Socialista vera in grado di incrociare il percorso politico di Sinistra Democratica. Ma è ovvio che SD non avrebbe potuto accettare di costruire un soggetto politico con gente come De Michelis! In realtà il gruppo dirigente dello SDI ha visto nella Costituente l’ennesima trovata tattica per salvaguardare il sedere di un ceto politico marginale in attesa dell’evoluzione del progetto PD.
SD ha commesso invece l’errore di eclissare la propria identità ed originalità nell’Arcobaleno.
Il Progetto di SeL, invece rianima l’ispirazione originaria di SD ed offre un importante riferimento a quei settori dell’area socialista che non vogliono confluire nel PD, né riesumare esperienze fallimentari e sbagliate come la “Rosa nel Pugno”, ma contribuire in prima persona alla fondazione di una nuova sinistra. Non dobbiamo dimenticare che l’adesione del PS a SeL è anche il frutto dell’azione di circoli di cultura politica socialista.
Questo fermento si è ulteriormente incontrato con il processo revisionistico serio e sofferto sviluppatosi in Rifondazione grazie a Nichi Vendola, Gennaro Migliore, Piero Sansonetti. Processo che ha segnato una importantissima evoluzione politica e culturale interne alla sinistra radicale nel segno dell’abbandono del minoritarismo e dell’antagonismo a favore di una sinistra costruttiva a vocazione maggioritaria ed in grado di essere punto di sintesi e convergenza di una pluralità di culture politiche.
Nel progetto di SeL si ritrovano il socialismo democratico, il comunismo libertario, l’ecologia sociale, la cultura della laicità e dei diritti civili. Lo stesso nome “Sinistra e Libertà” definisce benissimo il progetto politico. Inscindibilità tra socialismo e libertà, sintesi tra diritti sociali e diritti civili, centralità del valore sociale del lavoro e centralità della libertà e dignità della persona. Insomma è in questa sintesi che si ritrova il meglio della tradizione del socialismo italiano da Rosselli a Nenni a Lombardi. Non certo nel PD che è contraddittorio o balbettante sia sui diritti sociali che sui temi della laicità. E non in una alleanza con i radicali che sui temi sociali e del lavoro hanno una impostazione iper-liberista.
Il discorso aperto resta la collocazione europea. SD e PS hanno come riferimento il PSE, Vendola la GUE (sinistra europea unita).
Ma se esaminiamo con attenzione il momento difficile che vivono tutte le sinistre in Europa ci rendiamo conto di come la stessa dimensione europea potrebbe subire evoluzioni interessanti nei prossimi anni.
Come abbiamo già detto, la crisi delle sinistre in Europa non è minimamente paragonabile alla debacle della sinistra italiana.
Abbiamo visto che i risultati elettorali europei sono stati condizionati dalla bassa affluenza, non sono dati omogenei (in Gran Bretagna i laburisti sono al 18% - con una affluenza del 30%; in Spagna il PSOE è al 38% e via discorrendo); e comunque il PSE resta la seconda forza politica europea. I partiti ad esso affiliati sono comunque partiti che mantengono una solida base di consenso (nonostante l’indubbio spostamento a destra dell’elettorato). E non facciamo paragoni tra i partiti socialisti ed il PD. Quest’ultimo non si definisce partito di sinistra (ma di centrosinistra – che non significa niente – un po’ così, un po’ colà), non aderisce al PSE ma si federa con esso nel gruppo, ostentando anzi la propria autonomia politica e culturale (quale?) rispetto al socialismo democratico.
E comunque (ed evidenziando ancora una volta la profonda differenza tra situazione europea e quella italiana) non possiamo non constatare le difficoltà che sta vivendo il socialismo europeo, insieme alle altre forze di sinistra.
Gli inizi del nuovo secolo si aprono con uno scenario che ha visto il fallimento epocale del comunismo, ma anche l’esaurirsi progressivo di un virtuoso compromesso socialdemocratico.
E’ ovvio la che fine del comunismo e la crisi delle socialdemocrazie non possono essere messe sullo stesso piano, perché il comunismo nella sua esperienza storica concreta ha di fatto segnato la piena negazione dei valori di liberazione umana del socialismo (oltre che della totale soppressione della libertà umana) mentre la socialdemocrazia, pur non oltrepassando l’orizzonte del capitalismo ha costruito i modelli sociali più avanzati al mondo, oltre ad aver ampliato notevolmente gli spazi di democrazia e libertà in Europa.
Ma una esperienza politica non può vivere di rendita sui successi del passato: deve costantemente rinnovare il suo pensiero e la sua azione per dare risposte confacenti ad i suoi ideali.
L’avvio della globalizzazione neoliberista, basata sul predominio del capitale finanziario transnazionale quale motore della stessa economia reale, ha spiazzato gran parte della socialdemocrazia europea, che ha visto corrodersi le basi su cui si erano fondate  le sue importantissime conquiste. Essa non è stato in grado di costruire ed indicare un progetto di società alternativo a quello liberista ma ha piuttosto puntato a limitare il danno. In parte c’è riuscita perché nonostante tutto l’Europa ha il modello di Welfare più forte al mondo, ma ciò  non è stato certo sufficiente a contrastare l’egemonia della destra. Anzi nella parte più moderata della socialdemocrazia sono sorte tendenze che in parte hanno cavalcato i processi di modernizzazione liberista (Blair, Schroeder, D’Alema) e fondato pseudo-teorie : “terza via” in Inghilterra, “nuovo centro” in Germania, “ulivismo” in Italia che di fatto nascondevano la totale assenza di una cultura critica verso il nuovo capitalismo.
In questi vent’anni si sono registrati due eventi-sinbolo di portata epocale: il crollo del muro di Berlino e la crisi grave e di sistema del capitalismo liberista.
Il comunismo occidentale è stato letteralmente travolto dal primo, perché ad esso è mancata la reale comprensione della profonda ed irreversibile crisi a cui era esposto il socialismo reale; ed è mancata una critica profonda delle radici di quel  totalitarismo.
La socialdemocrazia si è trovata tra le braccia la crisi del capitalismo senza avere elaborato collettivamente una proposta alternativa organica.
Anche per questo, la crisi del liberismo segna uno spostamento a destra dell’elettorato europea. Ma non tanto verso la destra moderata, ma verso quella xenofoba, sciovinista, euroscettica. Le crisi generano paure ed insicurezze. In un primo momento è il populismo di destra che ne approfitta perché finisce per intercettare proprio i voti popolari.
E’ chiaro che di fronte a tale scenario occorre una vera e propria rifondazione del socialismo europeo, perché esso ha bisogno di segnare una netta linea di discontinuità, rispetto alle esperienze degli ultimi quindici anni.
Non credo che una alternativa alle socialdemocrazie la si possa trovare nelle forze che fanno riferimento alla GUE. Esse sono profondamente disomogenee perché vi troviamo socialisti di sinistra (la parte occidentale della Linke ed i socialisti olandesi), ecosocialisti libertari (del nord europa), neocomunisti e residui archeologici dello stalinismo (comunisti greci, portoghesi e Diliberto). Inoltre queste forze si sono limitate ad una pura azione di protesta senza proposta e non sono stati in grado di intercettare i voti in uscita dalle socialdemocrazie (che talvolta sono andate verso il populismo di destra).
Credo comunque che nel suo processo di rifondazione il PSE debba coinvolgere la parte più avanzata della GUE (i socialisti di sinistra, gli ecosocialisti, Vendola). E li può coinvolgere sul progetto di un socialismo del XXI secolo che parta dalla constatazione del fallimento del comunismo storico e del superamento del limiti della socialdemocrazia.
SeL, senza voler evidentemente enfatizzare più di tanto può anticipare scelte europee se sarà in grado di trasformarsi in un soggetto politico organico.

Il risultato delle elezioni europee ci indica con chiarezza che il tentativo di condurre il sistema politico italiano sui binari di un bipartitismo forzato è fallito.

Giuseppe Giudice
Sinistra e Libertà

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