Mi chiedo dove sia individuabile il confine vero tra una impostazione di rassegnato supporto ad un sistema sociale che in questi 15 anni le gerarchie vaticane non hanno mai inteso seriamente contestare, ed una tardiva presa di distanza dal suo crollo rovinoso.
"Avvenire": la voce dei vescovi

E’ in corso in Italia un’ offensiva clericale senza precedenti nella storia repubblicana. E' vero, nel dopoguerra la Chiesa è arrivata anche a scomunicare chi votava per la "parte sbagliata", ma un tentativo così massiccio di incidere sull’attività legislativa appare inedito.
In passato, era la DC a tradurre le istanze clericali in un linguaggio più compatibile con la moderna separazione tra Stato e Chiesa. Oggi, le gerarchie ecclesiastiche premono su tutte le forze parlamentari (in ognuna ha persone di fiducia) affinché le leggi sulle materie "eticamente sensibili" esprimano direttamente la dottrina cattolica. Si vuol contrastare il processo di sempre più spinta secolarizzazione che contraddistingue la società europea: la nostra penisola - per le sue peculiari vicende storiche, per la presenza del Vaticano - è diventata una vera e propria trincea in un disegno di "nuova evangelizzazione" del continente. Ciò, nel segno di un accordo spregiudicato con la classe politica e con le sue componenti più conservatrici in particolare, che però non si traduce mai in un abbraccio definitivo con questo o quel partito: la DC non ha veri eredi.
E' per questi motivi che ci proponiamo di evidenziare alcuni aspetti della linea del quotidiano della CEI, Avvenire. Un giornale cui ha dato una impronta forte quel Dino Boffo voluto come direttore dal cardinale Camillo Ruini e che può essere definito un “uomo-chiave” nella strategìa che il presidente dei vescovi italiani (dal 1991 al 2007) “elaborò con la fine dell’unità politica dei cattolici e l’ingresso a tutto campo della chiesa nella discussione pubblica”.1
Dunque, Avvenire è uno strumento decisivo di un’ offensiva che incide nel dibattito italiano e sulla libertà dei singoli ed è bene conoscerne i contorni: l'elaborazione che la sottende e i messaggi rivolti alla base cattolica militante (formulati in modo diverso da quelli destinati al paese nel suo complesso).
Contro tutti
Sul quotidiano dei vescovi una rubrica, ormai storica, è davvero rivelatrice. Si chiama Controstampa ed ogni domenica critica ferocemente quanto viene scritto nei giornali italiani, in particolare sui temi etici. A curarla è Pier Giorgio Liverani, in tempi lontani (anni 1981-1983) direttore del quotidiano, oggi tra i leaders del Movimento per la Vita.
Vediamo, per es., il Controstampa uscito il 15 febbraio 2009, pochi giorni dopo la morte di Eluana Englaro (intitolato "La triste eluaneide del giorno dopo"). Un riquadro di prima pagina segnala gli “approfondimenti” sul caso pubblicati nelle pagine interne, dove sono ospitati il Controstampa ed un forum con i lettori sulla vicenda, con queste parole che riprendono la pesante invettiva del cardinale Cafarra: "Uccisa un'innocente con il permesso dei giudici". Salvo un paio di lettere critiche, prevalgono gli attestati di solidarietà al direttore Boffo e l’esortazione a proseguire nella battaglia per la verità. Qualche titolo delle lettere, per dare un'idea: "I Radicali: difendono Caino, sacrificano Abele", "La legge morale è superiore allo Stato", nonché ad dirittura "il Male ha vinto" ("E' evidente a tutti che siamo stati sconfitti dalla Menzogna, con la maiuscola, che è un sinonimo del Maligno, il vero vincitore di questa battaglia"). Poiché parecchia aggressività la manifestano i lettori, Liverani questa volta usa un tono più pacato del solito, mesto. Commentando un editoriale di Concita De Gregorio su l’’Unità prospetta però una precisa filosofia. L'incipit potrebbe essere condiviso ("anche un solo giorno di vita è una perla preziosa"), ma segue una vera e propria esaltazione “mistica” della sofferenza: "il dolore ha moltiplicato in lei (in Eluana) la dignità umana rendendola più cara a Dio e più amata dagli uomini (non tutti)".
Nel Controstampa di quel giorno Liverani parla anche d'altro: è d'altronde suo costume non concentrarsi su un solo argomento. Per cui sferra un attacco contro il libro di Marco Politi La chiesa dei No e contro il suo recensore Edmondo Berselli (su la Repubblica del 9 febbraio) e, com'è solito fare, mette in dubbio la competenza delle persone che critica. Ora, nessuno può porre in questione la conoscenza della Chiesa italiana da parte di Politi, vaticanista de la Repubblica. Ma a Liverani interessa anzitutto celebrare la Chiesa cattolica, sostenendo che essa "non è una somma di no, ma di sì. Sì alla dignità dell'uomo e della sua sessualità, della relazione uomo-donna, sì alla religione che diventa amore e servizio all'umanità", e per lui incompetente non è chi non la conosce, bensì chi non si fa trascinare dal suo verbo. Contro il parere di Politi e di Berselli, ritiene che il Parlamento faccia sostanzialmente quello che gli pare, anche in barba al messaggio della Chiesa: "Davvero l'ascolto del messaggio cristiano è oggi così forte che l'autorità religiosa vaglia la legittimità dell'operato parlamentare e ne autorizza o meno il procedere?", si chiede citando Berselli e svelando qual è, a suo parere, il rapporto preferibile tra Chiesa ed istituzioni repubblicane.
Veniamo ad un altro Controstampa, quello del 25 aprile 2009 ("Quando lo sconfitto è lo Stato tout court"). Qui i bersagli sono Stefano Rodotà e Gianfranco Fini, i quali hanno commentato positivamente la sentenza della Corte Costituzionale che ha messo in discussione alcuni aspetti della Legge 40 in materia di procreazione assistita. Liverani afferma che “senza un minimo etico che lo giustifichi, lo Stato non può esistere”. Posta in questi termini, la questione potrebbe essere discussa, ma ecco la caduta: “Vietato uccidere, vietato rubare, truffare, dire il falso, negare l’umanità del diverso e del piccolo: che altro è il Codice penale se non la trascrizione in formule giuridiche dei 10 Comandamenti e la traduzione dei peccati in reati?”. Si può ironizzare dicendo che, per fortuna, nel Codice ci si è dimenticati di tradurre in norma il comandamento "Non avrai altro Dio all'infuori di me", ma fa rabbrividire la totale identificazione tra la trasgressione della morale religiosa ed il reato penale.
Le belle famiglie
Sul giornale si alternano toni ed angoli visuali diversi. Non c'è soltanto la polemica astiosa del Controstampa.Avvenire vanta tra i suoi collaboratori uno dei più noti sociologi italiani, il decano Sabino Acquaviva. Questi, in un articolo pubblicato il 9 marzo 2009 ("Il vuoto nella 'buona famiglia'”) affronta il tema degli omicidi in famiglia, che alcuni studiosi ritengono conseguenza dell’ incapacità di questa storica istituzione a reggere i profondi mutamenti in atto nella società italiana. Acquaviva sottolinea che questi omicidi sono più numerosi nel Nord che nel Meridione, dove prevale la famiglia tradizionale. Perché? “Troppo spesso, soprattutto in alta Italia, essere di buona famiglia vuol dire avere, se possibile, abiti firmati, frequentare una buona scuola, lavarsi bene”. In sostanza, nelle regioni più ricche prevarrebbe la logica consumistica, con ragazzi proiettati nella vita in un deserto di principi e valori ed incapaci di contenere gli istinti amplificati dai media. Il prevalere del consumismo viene associato al superamento delle gerarchie tradizionali (non manca un riferimento ai genitori che, con i propri figli, “praticano un’amicizia senza autorità”). I genitori che hanno in mente un progetto educativo basato su ideali faticano, ma debbono sforzarsi. I ragazzi da loro formati potranno contribuire al rilancio di un'Europa in declino. In questo scritto colpisce la rivalutazione della famiglia intesa in senso canonico e l'idea che il superamento della tradizione porti con sé il nulla: non si riconosce a nuove idealità, più al passo con i tempi, la possibilità di riempire il vuoto attuale.
Se Acquaviva si confronta con il “lato oscuro” delle famiglie attuali, Francesco Belletti, direttore del Centro Internazionale Studi Famiglia, sottolinea il ruolo positivo della storica istituzione in tempi particolari con un articolo dal titolo significativo ("La famiglia ammortizzatore della crisi") pubblicato nel supplemento mensile del quotidiano Noi, genitori e figli del 26 aprile 2009 (da notare la copertina con mamma e figlia sorridenti sull'altalena: celebrazione del ruolo tradizionalmente assegnato alla donna). In questo scritto si sostiene che, con la crisi in corso, le famiglie povere con minori a carico vanno sostenute, ma soprattutto, in linea con Acquaviva, si esorta ad una funzione educativa della famiglia: se si hanno figli già in grado di capire è bene spiegargli la situazione di difficoltà ed avviarli sulla strada della sobrietà (la nostra società "è collassata nella corsa al consumismo"). Al centro del discorso di Belletti è l’esaltazione della capacità di farsi carico dei membri più deboli: "la famiglia costituisce un vero e proprio sistema di Welfare alternativo: ne sono testimonianza i casi, sempre più diffusi, di famiglie che si aiutano a vicenda, di anziani che vengono ri-accolti nelle case dei figli". Dunque, le famiglie suppliscono alle sempre maggiori carenze del Welfare pubblico; non risolvono la crisi, ma possono insegnare ad adattarvisi senza traumi, facendo rete tra loro ed educando alla solidarietà. Così, l'esaltazione della famiglia di fatto va di pari passo con l'appoggio alle politiche liberiste che hanno smantellato, in questi anni, i servizi pubblici: gli economisti di Avvenire si richiamano alla valorizzazione della iniziativa privata da parte di Sturzo, fondatore del Partito Popolare, e vanno anche oltre, tessendo le lodi della linea Reagan-Thatcher. In sostanza, mentre si richiede il sostegno economico alle famiglie, si accetta la precarizzazione del lavoro e della vita sociale.
Qual è, allora, il senso di questa critica del consumismo? Senza dubbio, come rileva Acquaviva, il consumismo è corrosivo rispetto ai valori "sani". La critica del sociologo si ferma però agli aspetti più vistosi di un fenomeno indissolubilmente legato alle politiche economiche ed al modello di sviluppo che Avvenire approva. D'altro canto, lo stesso tardivo recupero del valore della sobrietà appare, in questo contesto, sospetto. Esso, cioè, s'impone per necessità, dati i tempi di crisi. Ma siamo sicuri che il quotidiano dei vescovi intenda sobrietà per tutti? O qualcuno mantiene, comunque, il diritto di essere meno “austero” degli altri?
Differenza o specificità?
Tuttavia, se i discorsi di Acquaviva e Belletti possono essere demistificati, è pur vero che evidenziano la notevole articolazione culturale di Avvenire, che negli ultimi anni è riuscito in parte anche a scrollarsi di dosso l'immagine prettamente antifemminista. A parlare di certi argomenti, infatti, non sono più solo maschi che esprimono una sorda incomprensione nei confronti delle istanze delle donne. Una studiosa come Lucetta Scaraffia, che conosce bene il pensiero femminista, ha espresso più volte sul quotidiano il suo punto di vista. Si pensi ad un suo serrato confronto con la filosofa differenzialista Luisa Muraro attorno alla discussa Enciclica Spe Salvi ("Enciclica. Ilcortocircuito dei laici", 7 dicembre 2007).
Muraro2 non ha espresso su quel testo una posizione aprioristicamente negativa, sottolineando anzi la forza di pensiero del Pontefice e questo Scaraffia lo riconosce, ma non ritiene che il Papa sia un’autorità indiscussa e indiscutibile sul piano morale e spirituale. Per Scaraffia, negando questa prerogativa al Pontefice “non ci rimane che un orizzonte piatto di nichilismo”. Se Muraro lamenta la mancata valorizzazione nell’Enciclica del sapere delle donne e che in essa non ci si riferisca alla pratica dell'autocoscienza, Scaraffia arriva a rispondere che “l’idea di partire da sestessi per cambiare il mondo è un’idea che, molto prima del femminismo, hanno diffuso e praticato i cristiani”. Le femministe avrebbero dunque il torto di non rivendicare l'origine ultima di questa prassi rivoluzionaria. E' un passaggio ardito, che dimentica le differenze di contesto storico tra le due rotture: quella operata dai primi cristiani e quella legata al femminismo, con conseguenti diversi significati del "partire da sé".
Questa evidente forzatura ne prepara un'altra: per Scaraffia "l'emanci-pazione delle donne nasce e si afferma solo all'interno delle società cristiane". In sostanza, siamo ad un’estensione illimitata delle implicazioni della nota affermazione di Croce per cui "non possiamo non dirci cristiani". Ossia, il grado di emancipazione femminile raggiunto in Occidente - frutto di lunghe lotte delle donne. per lo più osteggiate dalle stesse leaderships liberali - sarebbe ascrivibile alla radice cristiana delle nostre società. Come se, nel corso dei secoli, le istituzioni religiose non avessero operato prevalentemente in senso negativo rispetto a certe conquiste. E dimenticando che la Chiesa cattolica in particolare, nella sua organizzazione interna, esprime ancora la più netta divisione di ruoli tra donne e uomini.
In chiusura dell'articolo Scaraffia ricorda a Muraro che il suo non è l'unico femminismo in circolazione, anzi sta diventando minoritario e si diffonde invece un femminismo in cui “prevale (…) la dimensione individuale su quella comunitaria”. Ciò, mentre “i cambiamenti sociali si muovono nel senso di cancellare quella specificità femminile capace di amore disinteressato e di cura che Benedetto XVI indica come condizione base per tutti perché sia mantenuta in vita la speranza”.
Qui trapela uno dei cardini della elaborazione di Scaraffia, espresso nel corso degli anni in tanti articoli su Avvenire e alla base anche di un citatissimo fondo scritto in occasione dell’8 marzo per il quotidiano della Santa Sede, L’Osservatore Romano3. Se c’è un femminismo con cui si può interloquire ve ne è anche uno cattivo, quello legato alle teorie del gender. Queste ultime, considerando i generi come costruzioni culturali in continua ridefinizione, negherebbero la specificità femminile, anzi annienterebbero i principi maschile e femminile.4
L’operazione condotta da Scaraffia non è banale: interviene in un dibattito acceso tra correnti del femminismo, opera delle distinzioni tra quelle buone e quelle che minano la società dalle fondamenta. E, perciò, modifica - in modo non immediatamente percettibile - il contenuto di fondo delle teorie ritenute più accettabili.
La differenza, come la intendono Muraro e altre filosofe è anche un altro sguardo sul mondo, una visione complessiva di esso da parte delle donne. Questo Scaraffia non lo riconosce: di visione complessiva per lei ce n'è una sola (quella del Santo Padre); ma prendendo un pezzo del discorso di Muraro e di altre pensatrici, parlando solo di “amore disinteressato” e “cura”, Scaraffia riconduce il concetto di differenza nei binari di quella specificità femminile tanto cara a papa Benedetto XVI.
Stefano Macera
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Note
1 Aldo Cazzullo, “Ruini: Non mi pento di averlo scelto come direttore”, Corriere della Sera, 30 agosto 2009. Dino Boffo, come si sa, è stato costretto a dimettersi in seguito alla campagna scandalistica sferrata contro di lui dal Giornale di Berlusconi diretto dal famigerato Vittorio Feltri. E’ comunque opinione di chi scrive che, anche cambiando direttore, il quotidiano non muterà più di tanto la fisionomia impressagli da Boffo.
2 Luisa Muraro, “Spe Salvi, quello che nessun Dio (e nessun papa) può fare”, Il Manifesto, 6 dicembre 2007.
3 Lucetta Scaraffia, “Uguaglianza nella differenza. La Chiesa e la rivoluzione femminile”, L’Osservatore Romano, 8 marzo 2009.
4 Per avere una idea della meticolosità della battaglia della studiosa contro la teoria e la cultura del gender vedere: La scomparsa delle donne: le teologhe italiane promuovono l’ideologia del gender (Avvenire, 12 dicembre 2007) e “Film e spot: la moda esalta il gender” (Avvenire, 16 gennaio 2008). Questa battaglia ora prosegue sulle pagine de L’Osservatore Romano, con articoli come quello appena citato. E’ stato proprio Benedetto XVI a volere Scaraffia come editorialista di punta dell’organo della Santa Sede.
articolo pubblicato sul sito www.cassandrarivista.it/
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|94.82.108.xxx |2009-10-30 14:45:35 AnonimoUna visione cosi sussidiaria e protettiva della famiglia , con tutto il suo significato sul terreno delle concrete implicazioni sociali della crisi economica che stiamo attraversando, sembra fatta apposta per assorbire ed attutire il disastro sociale prodotto dal fallimento del modello di sviluppo neo-liberista.
Mi chiedo dove sia individuabile il confine vero tra una impostazione di rassegnato supporto ad un sistema sociale che in questi 15 anni le gerarchie vaticane non hanno mai inteso seriamente contestare, ed una tardiva presa di distanza dal suo crollo rovinoso.




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