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PostHeaderIcon Il tramonto del principio antropico


Il principio antropico – dice Hubert Reeves – può essere riassunto così: "dato che esiste un osservatore, l’universo ha le proprietà che si richiedono per generarlo” lasciando a ognuno la possibilità di trarne le conclusioni che crede. Sembra – anche se non osa affermarlo – che l’universo sia stato prodotto per l’uomo e, in ultima analisi, per l’avvento dello scienziato.
Anche se appare un tautologismo, è del tutto evidente che il principio antropico presuppone una visuale antropocentrica che nella storia dell’umanità, ha accompagnato lo sviluppo del pensiero da tempi remoti, ma si è accentuata con la religione e la cultura giudaico cristiana.
Il fatto che il mondo sia stato creato affinché l’uomo ne possa trarre giovamento e che egli stesso sia fatto a immagine e somiglianza di Dio, non può che indurre ad una visuale tesa al dominio e all’esercizio del potere dell’uomo sulla natura e sui suoi molteplici fenomeni.

La riduzione della natura a materia prima è consequenziale a tale principio che, non solo accompagna lo sviluppo della scienza moderna fin dai suoi albori, quando venne fissato il principio secondo cui “sapere è potere”, ma vincola anche l’etica a tale presupposto.

Persino l’etica dei fini o della responsabilità, presuppone infatti un soggetto umano che si misura con altri soggetti umani considerandoli un fine, o assumendosi delle responsabilità, solo nei confronti dei suoi simili.
Oggi è del tutto evidente che tale presupposto è completamente saltato, poiché l’uomo sta scoprendo sempre più rapidamente la sua interdipendenza rispetto a fattori naturali e dunque non umani, che condizionano fortemente la sua esistenza e sopravvivenza, e rispetto ai quali non solo è necessaria un’assunzione di responsabilità ma anche una maggiore consapevolezza della loro fragilità.

La biodiversità, il clima, i popoli indigeni, o anche solo e semplicemente l’acqua, sono ormai soggetti di vitale importanza per capire i nuovi orizzonti dell’etica contemporanea.
Essa non si può limitare, come certuni un po’ affrettatamente credono, forse per mancanza di alternative, ad una sorta di superamento delle etiche precedenti in nome di una etica “del viandante” il quale, volta per volta, scopre e si misura con orizzonti sempre nuovi di senso, privo di una meta o di un riferimento normativo preciso, di un approdo delimitato. E, in itinere, non può nemmeno completarsi nella ricerca della giusta misura, del katà mètron che le stesse circostanze degli incontri anche casuali richiedono.

Perché tale equilibrio instabile è sempre soggetto a quel principio che fa del viandante e non della via o degli elementi della via, il metro di misura, e dunque ci riporta al principio antropico.
Lo stesso viandante dovrebbe accorgersi delle cose ed instaurare un rapporto di consapevolezza con esse tale che non prevalga né la sua egemonia, né la sua sudditanza, ma il soggetto è già di per sé veicolato nell’approccio con le cose dalla sua capacità tecnica di comprenderle e quindi, a sua volta, non solo non è più in grado di ribadire l’essenzialità del principio antropico, ma nemmeno la sua necessità, anzi si trova già deantropizzato a priori. Perché innanzitutto non è più padrone dei suoi fini, già determinati dalla sua appartenenza all’apparato tecnologico che gli fornisce i mezzi persino per conoscere e conoscersi, e poi, perché la stessa necessità dell’agire è una stretta conseguenza di tale appartenenza.

L’uomo oggi è soggetto al principio tecnologico, in base al quale la sua identità è data dall’uso e dall’essere usato da tali strumenti tecnici, e se in passato egli ha ridotto la natura a materia prima, ora e sempre più, nella natura, è divenuto egli stesso materia prima.
E ciò è particolarmente evidente nei casi nei quali il rapporto con la tecnica è più necessario: la medicina interviene secondo protocolli di cura, nei quali il paziente si inserisce come una funzione patologica da verificare, l’informatica ha sviluppato una rete di cui si comprendono solo gli aspetti funzionali, la stessa didattica si propone per “funzioni obiettivo”.

Tutti i settori nevralgici per la cura e la formazione umana, persino la nutrizione che cerca funzioni e funzionari in grado di manipolare gli organismi viventi, vedono ormai l’essere umano ridotto a funzione di un apparato che ha l’unico scopo di autopotenziarsi e che in molti casi è già da tempo soggetto ad automatismi tali da rendere l’intervento umano non necessario per l’orientamento ma solo per la manutenzione e il riciclaggio.
La produzione energetica rischia di usare anche le guerre a tale scopo, perché le scorie radioattive vengono riciclate per produrre armi all’uranio impoverito ed usate senza considerare se possano essere nocive persino a coloro che adoperano tali armi offensive, non solo dunque a chi le deve subire nella veste del “nemico” o per gli effetti umani collaterali sempre più numerosi, specie tra anziani, donne e bambini, nella popolazione civile. 

E’ quindi del tutto evidente che oggi, parlare di principio antropico può aver ancora valore solo considerando la radice che può avere prodotto tale apparato ma non certo per il suo controllo o la sua rimozione.
Tale eventualità che potrà produrre forse anche una prospettiva etica di nuove dimensioni, avverrà solo per implosione e per la scoperta di un nuovo rapporto relazionale degli enti tra loro, e tra di essi c’è da augurarsi che ci sia ancora l’essere umano.

C’è infatti da sperare che a confrontarsi, per allora, non debbano essere prevalentemente gli insetti, già oggi non solo più resistenti alle radiazioni, ma persino più capaci di stabilire rapporti relazionali degli antropoidi.
A tal fine dunque, non sarebbe poi del tutto sbagliato imparare qualche cosa anche da loro.

Carlo Felici
Commenti (14)
  • franco
    E' ormai evidente che l'uomo non puo' piu' pensare la propria esistenza ,individuale e sociale,come esercizio di dominio incondizionato ed illimitato sul mondo che lo circonda.
    Questa considerazione ,apparentemente elementare,contiene alcune implicazioni,sul piano dell'etica e sul terreno dei rapporti economici e sociali,che costringeranno l'umanita'a modificare completamente l'orizzonte culturale nel quale il modo di produzione capitalistico ha costruito la propria assoluta egemonia nei rapporti sociali.
  • peppegiudice
    io credo che alla base di un certo atteggiamento, prevalente fino ad oggi, nel rapporto tra uomo e natura non vi sia tanto il "principio antropico" ma l'utilitarismo su cui si fonda la stessa scienza economica: l'idea della illimitatezza delle risorse naturali.
    Tale paradigma inizia a venir meno nella II metà degli anni 80 quando ci si inizia a rendere conto (dapprima in ristretti ambienti intellettuali) che la crescita produce non solo delle utilità ma anche delle disutilità collettive (inquinamento, rifiuti non smaltibili, scarsità di risorse naturali) e che tali disutilità nel corso del tempo sarebbero divenute prevalenti. Il problema non è diventare come gli insetti, bensì rifiutare una idea unilaterale della modernità che la fa falsamente coincidere con l'utilitarismo borghese.
  • peppegiudice
    del resto Giorgio Ruffolo dice alla base della struttura immaginaria del capitalismo vi sono le cosiddette motivazioni "faustiane": il mito dell'eterna giovinezza e del paradiso in terra fondate sulla illimitata espansione di risorse e bisogni. Nel positivismo c'è una visione superomistica (tra l'irrazionalismo di Nietzche e l'iper-razionalismo positivista vi sono più analogie di quanto si crede): l'uomo destinato grazie alla tecnologia a divenire un semi-DIO (non nella accezione giudaico-cristiana, ma in quella pagana come dominatore assoluto). Non si tratta quindi di rinunciare alla modernità ma di far prevalere in essa le motivazioni Kantiane (rapporto libertà-dignità umana) rispetto a quelle "faustiane";)
  • renato costanzo
    :pirate: Mi riesce difficile accomunare un principio epistemologico (quello antropico) con quello filosofico (umanesimo antropocentrista).L'umanesimo poi pone l'uomo al centro del mondo, capace di modificare il mondo (prometeo) ma umile perchè limitato. Il maggior oppositore all'umiltà è Nietzsche. La religione non pone l'uomo al centro del mondo, ma pone dio. Ritengo più corretto sul piano interpretativo procedere con il concetto hegeliano di alienazione. Corretto da Marx in alienazione dalla propria libertà nel corso della lotta di classe.
  • renato costanzo
    :) segue. Ovvero l'umanesimo antropocentrico è deviato dal suo percorso verso la libertà dalle forze esogene che lo condizionao (tipicamente il capitale) e lo costringono a un rapporto mercantilistico con la natura, invece di un rapporto naturalistico. E' il capitalismo la causa del depredare il pianeta, non certo l'antropocentrismo, voglio dire quello dell'umanesimo marxiano, e ancor meno il principio entropico
  • carlofelix
    Il tramonto del rpincipio antropico è direttamente connesso con lo sviluppo della meccanica quantistica. Si tratta quindi di una concezione indeterministica, probabilistica, nella quale l'osservatore gioca un ruolo decisivo al momento di eseguire la misura. "Non c'è fenomeno se non c'è osservatore", diceva uno dei padri della meccanica quantistica, il fisico danese N. Bohr, e ancora oggi uno dei più rinomati fisici contemporanei, J. A. Wheeler, ha affermato che la lezione più profonda della meccanica quantistica è che la realtà risulta definita proprio dalle domande che le poniamo.
  • carlofelix
    Come rileva giustemente Boff, oggi si tratta di ragionare in termini di noosfera, e cioè di coscienza globale del pianeta di cui l'essere umano è una delle componenti ma non l'unica né tanto meno l'unico punto di relazione. Non è dunque il punto di osservazione dell'uomo e tanto meno quello degli insetti, che ho ironicamente evocato, da prendere in considerazione, ma quello della Terra, come organismo e spiritualità vivente. Modificando il nostro modo di osservazione e di relazione di tale organismo, inevitabilmente lo stesso organismo non potrà che modificarsi in rapporto a noi.
  • carlofelix
    Certamente, come anche Boff rileva, capitalismo e spiritualità ecologica della Terra come orizzone noosferico globale, non sono compatibili. Perché il primo porsuppone un soggetto che si impone su degli oggetti reificati (uomini e natura), mentre l'ecologia della mente presuppone invece, al contrario, soltanto una relazione tra molteplici e diversificati soggetti, in nome di una sinergia di intenti e di una reciproca cura. Quella che oggi non rappresenta più un'opzione, ma una seria alternativa di sopravvivenza.
  • carlofelix
    Un'ultima considerazione riguarda l'umanesimo che oggi non è più solo promozione e sviluppo della cultura e della specie umana, ma è piuttosto umanesimo integrale e globale. Quello con cui l'umanità diventa cosciente e responsabile della globalità dei rapporti che si instaurano su tutto il pianeta Terra. Come scrive Boff infatti: "Si tratta di iniziare già una nuova tappa della storia, la tappa della Terra unita con l’Umanità (che è l’espressione cosciente della terra). O la tappa dell’Umanità (parte della Terra) unita alla propria Terra, costituendo insieme un’unica entità, una e molteplice, chiamata Gaia o Grande Madre.

  • peppegiudice
    il concetto di umanesimo integrale è all'opposto del vitalismo di Nietzche che come ho già detto ha forti legami di parentela con quelle che Ruffolo chiama le motivazioni "faustiane" del capitalismo implicite nella filosofia positivista. Umanesimo vuol dire accettare integralmente l'uomo con i suoi limiti ed i suoi difetti, ma anche con la sua tendenza a "trascendere" la natura.
    Il monoteismo giudaico-cristiano definendo l'uomo come espressione dell'immagine di DIO postula l'autonomia dell'uomo rispetto alla natura che però non comporta nessun arbitrio nei suoi confronti. La definizione della terra come Grande Madre mi pare quindi una regressione verso forme di neo-paganesimo.
  • carlofelix
    A dir la verità questo concetto fu prefigurato già da Marx nei suoi manoscritti del 1844, quando scriveva: "La vita fisica e spirituale delll'uomo è congiunta con la natura, non ha altro significato se non che la natura si congiunge con se stessa, che l'uomo è un parte della natura;" e il comunismo "è in quanto compiuto umanismo, naturalismo. Esso è la verace soluzione del contrasto dell'uomo con la natura e con l'uomo"
    Nella visione di Boff in realtà la Grande Madre non è un ritorno al paganesimo, ma la visione di Dio anche in senso materno e femminile. Lo disse anche un papa dalla breve vita: Giovanni Paolo I: Dio non è solo padre ma anche madre.
  • peppegiudice
    scusate l'intromissione nella teologia. Quella frase di Giovanni Paolo I è presa dal profeta Isaia. E' vero che Dio (nelle radici sia ebraiche che cristiane) riunisce in se la figura paterna e quella materna. Nella Bibbia i due attributi di Dio sono la giustizia e la misericordia: il primo è quello paterno, il secondo materno (in ebraico il termine misericordia si traduce con Rachamim - da Rachem -Utero materno -)la misericordia è quindi l'amore viscerale, materno
  • renato costanzo
    :) Bravo Carlo, così ci siamo ritrovati nell'umanesimo del giovane Marx, ma allora, insisto, la rivolta dell'uomo contro la natura non nasce dal principio antropico, (elemento epistemologico e non filosofico) ma dall'influenza del capitale invasivi nei rapporti naturali. Ergo torniamo all'alienazione e alla ricerca del ritrovato rapporto uomo natura nell'umanesimo marxiano
  • carlofelix
    Ai tempi di Marx la natura era ancora concepita come "spirituale ed inorganica" non erano ancora in atto i processi di devastazione su scala globale, i rischi climatici e la mercificazione di risorse vitali come l'acqua. Il tramonto del principio antropico implica che l'umanità, per il bene comune della Terra, debba far un passo indietro specialmente dal modello capitalista e neoliberista imperante, debba prendere prioritariamente in considerazione la tutela delle risorse naturali assieme a quelle degli esseri umani la cui sopravvivenza, come per i popoli indigeni, è messa a serio rischio. C'è un bel libro di Michele Nobile: Merce natura ed ecosocialismo che illustra bene tutto ciò
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