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Volare oltre i manganelli

Su alcune magliette indossate dai cittadini abruzzesi c’è scritto: “L’Aquila non può crollare: è una città che sa volare”. Alcune migliaia di persone si sono radunate a Roma per raggiungere il Parlamento e il loro corteo (non autorizzato) è stato energicamente bloccato dalle forze di polizia. Scudi e manganelli hanno provato a soffocare la loro protesta, nello stesso modo in cui la militarizzazione delle aree terremotate e delle tendopoli avevano impedito alla gente di guardarsi in faccia, e alla stampa di testimoniare quanto stava avvenendo. La polizia obbedisce a ordini che arrivano dall’alto, da quello stesso vertice che sul disastro aquilano ha innalzato la sua propaganda e le sue auto-celebrazioni di efficienza. Va in scena la rappresentazione forse più deteriore: quella della guerra tra poveri.
È trascorso quasi un anno e mezzo dal terremoto e il manganello appare il logico epilogo di quello spiegamento di divise che tenevano scientificamente divisa la popolazione. All’ombra di Bertolaso e delle varie cricche politico-affaristiche si badava a separare, ad evitare il confronto e a indirizzare migliaia di persone verso l’accettazione passiva dello stato delle cose.

Sarà difficile sanare le ferite inferte in quella fase e sarà impossibile risolvere il vuoto prodotto dagli errori commessi nella programmazione del recupero di quelle aree devastate. I cittadini cominciano a prenderne coscienza e a scendere in piazza, anche se è trascorso molto tempo. Malgrado abbiano tentato anche lì,a L’Aquila e dintorni, di compiere il furto delle anime, il disagio e la disperazione spinge la popolazione a chiedere giustizia. Li spinge fino al luogo simbolo della democrazia. Li spinge incontro ai manganelli.
L’aggressione fisica che subiscono rivela l’atrocità del rapporto che le Istituzioni hanno scelto di instaurare con i cittadini. Manifestano l’incompetenza e la cattiva fede di chi ci governa.

Se L’Aquila sa volare lo dovranno dimostrare innanzitutto coloro che abitano e amano quelle terre e dovranno farlo in prima persona, perché a poco serve l’incontro con la delegazione politica di turno, con il capopopolo che aizza le folle, con il prelato che mitiga e consola. I tristi accadimenti di oggi dovrebbero rappresentare un insegnamento decisivo per tutti gli Italiani. La smania di correre ai piedi del grande palco berlusconiano o grillesco presagisce lo sbando e il manganello, perché il gesto estremo, la scelta furiosa e la manifestazione inconsulta colpiscono o incassano botte indiscriminatamente, laddove manca autodeterminazione e coscienza civile. Non basta affidarsi al discorso promettente e soprattutto non basta se lo si fa chiudendo gli occhi.
Serve un progetto autentico e urge che questo progetto sia partecipato, condiviso, compreso da chi deve esserne protagonista. Nessuno più del cittadino stesso può essere centrale in questa opzione ed è ora che il protagonista si assuma la responsabilità del suo futuro, costringendo chi ha il dovere di rappresentare e di decidere, ad agire in modo trasparente, nel rispetto dei diritti di quanti vogliono vivere in un paese che cresce e che torna a fiorire.
Per volare bisogna battere le ali e per farlo occorre dimostrare di avere queste ali. Tornare o cominciare a volare è molto legato all’identità, al senso civico, alla capacità d’iniziativa e alla legalità. È molto legato alla conoscenza e alla responsabilità che essa impone.

Una società che si divide e che preferisce restare all’ombra delle decisioni che gli piovono addosso non ha un futuro.
Una collettività che ha in testa un progetto concreto, sano ed efficace non potrà invece essere ignorata dai centri di potere, perché in quello stesso momento sarà essa stessa protagonista della sua rinascita e lavorerà in prima persona per ricostruire la sua strada.

Ecco come si vola più in alto dei manganelli. E si vola davvero.

Stefano Pierpaoli
07/07/2010

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